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	<title>Cronache Laiche &#187; morte</title>
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	<description>Il quotidiano. Laico per vocazione</description>
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		<title>Modi di morire</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 01:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/modi-di-morire/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/modidimorire2965_img-186x300.gif class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>«Si muore una volta sola, ma ci sono molte maniere diverse di morire».
L’osservazione di J. Conrad può considerarsi la chiave di lettura di questo breve ma intenso saggio della dottoressa inglese Iona Heath (edito in italiano dalla Bollati Boringhieri a cura di Maria Nadotti). Si tratta, infatti, di uno scritto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/modidimorire2965_img.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-34887" title="modidimorire2965_img" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/modidimorire2965_img-186x300.gif" alt="" height="220" /></a>«<em>Si muore una volta sola, ma ci sono molte maniere diverse di morire</em>».<br />
L’osservazione di J. Conrad può considerarsi la chiave di lettura di questo breve ma intenso saggio della dottoressa inglese <strong>Iona Heath</strong> (edito in italiano dalla Bollati Boringhieri a cura di Maria Nadotti). Si tratta, infatti, di uno scritto &#8211; dalla difficile collocazione in un genere letterario canonico &#8211; nel quale l’autrice, sulla base di una pratica medica pluridecennale, riflette sulle svariate modalità con cui la gente <strong>affronta</strong> il momento del decesso e su alcuni interrogativi ad esse legate. E lo fa in un contesto storico-sociale che, nell’incisiva postfazione, il sociologo <strong>John Berger</strong> sa magistralmente sintetizzare prendendo spunto dalla morte in ospedale di F., un novantacinquenne di sua conoscenza:<br />
<em></em></p>
<blockquote><p><em>Quando F. era giovane, in questa regione alpina c’erano pochi medici e gli abitanti erano abituati ad affrontare tra loro la malattia (e la morte). Quando sono nati i suoi figli, esisteva un servizio medico nazionale; i dottori rispondevano alle chiamate in piena notte e venivano a casa, gli ospedali si erano ingranditi. I paesani hanno cominciato a dipendere sempre più dalla pratica medica professionale e a prendere sempre meno decisioni per proprio conto. Dieci anni fa, con la privatizzazione e la deregolamentazione, le cose sono cambiate ancora. Oggi l’assistenza medica in un pronto soccorso si è ridotta a un servizio di trasporto coatto. F. è morto da nessuna parte.</em></p></blockquote>
<p>Quanto al contesto socio-culturale, l’autrice ribadisce ciò che ormai è diventato <em>senso comune</em>: <strong>la morte è un tabù</strong>, un incidente scabroso da occultare nei fatti e da rimuovere dalla mente. Di questo «<em>pericoloso e disastroso diniego della morte» sono responsabili certamente «l’arroganza e l’ambizione della scienza biomedica</em>» ma, almeno altrettanto, «<em>la turpitudine genocida di tutta la morte che ha contrassegnato il secolo che si è appena concluso</em>» (p. 22) . Ci sfugge il dato paradossale che, «<em>se distogliamo gli occhi dalla morte, pregiudichiamo anche la gioia di vivere</em>»; che «<em>meno avvertiamo la morte, meno viviamo</em>» (p. 26) ; che, insomma, «<em>la morte non è solo lacerazione e sconfitta, ma anche liberazione dai vincoli temporali e, per citare S. Lindqvist , monito all’essenzialità</em>» (p. 27). In una parola: è &#8211; o può anche essere intesa come &#8211; «<em>dono</em>» (p. 23).<br />
Due parole per spiegare la stranezza, o se si preferisce l’originalità, del genere letterario: una sorta di personale <strong>crestomazia</strong> annotata della lingua che si accompagna all’esperienza del morire, di frammenti tratti da dichiarazioni di pazienti, da lettere private di amici, da opere di letteratura. L’origine dei materiali collezionati si spiega con la tesi centrale della Heath: nell’affrontare la <strong>fenomenologia del morire</strong> &#8211; «senza cercare rifugio nel dettaglio dei sintomi corporei evitando così di misurarsi con la paura, la rabbia, l’angoscia e la sconfitta». «I medici hanno bisogno di aiuto, e, per me, l’aiuto maggiore [...] viene dagli scrittori e in particolare dai poeti» (p. 98). Se «il dono del poeta è far luce senza semplificare» ed il «dono della scienza», all’opposto, cercare di capire attraverso la semplificazione», fra poesia e scienza v’è «complementarietà»: «i medici hanno bisogno sia della scienza sia della poesia, più che mai quando si prendono cura di pazienti che stanno morendo» (pp. 99 &#8211; 100).<br />
L’autrice, a conclusione delle sue pagine, prova a elencare le <strong>nove priorità</strong> (evidenti ma che vanno di continuo riaffermate) attestate dalla convergente esperienza dei medici e dei poeti:</p>
<blockquote><p><em>Quando è possibile, i pazienti dovrebbero morire a casa o in un altro luogo amato e familiare.</em><br />
<em>Non bisognerebbe morire da soli e l’assistenza dovrebbe essere prestata da persone che i morenti conoscono e a cui, preferibilmente, sono legati da rapporti di affetto.</em><br />
<em>E’ essenziale che tra medico e morente ci siano un rapporto e un dialogo ininterrotti. </em><em>La comunicazione è mediata dalle parole e dal contatto fisico.</em><br />
<em>A volte il dolore serve a sentirsi vivi. </em><em>La speranza si riferisce al futuro, ma è contenuta nella </em><em>cornice del presente e può essere indirizzata verso i piccoli </em><em>piaceri sensoriali: musica, contatto fisico, la vista </em><em>di un volto amato, la luce del sole.</em><br />
<em> Rivivere e condividere di nuovo i ricordi consente di arrivare a una storia di vita coerente. </em><em>Bisogna trovare lo spazio per ringraziare della risoluzione </em><em>della vita e della prospettiva di liberarsi d un corpo </em><em>che sta cedendo. </em><em>La profondità del tempo è più importante della durata.</em></p></blockquote>
<p>Per ciascuno di questi punti si potrebbero rintracciare dei rimandi a ricordi autobiografici e a citazioni letterarie: morire nel proprio ambiente familiare? Abbiamo già udito il racconto di Berger su F. «rimosso precipitosamente da casa» e «morto da nessuna parte» (pp. 104 &#8211; 105). Morire fra persone care? «Cosa non ti dice una mano quando la si tocca» (così Joyce evocato a p. 91). Avere con il proprio medico una relazione continua? «Uno degli incontri più sciagurati della medicina moderna è quello tra un vecchio fragile, indifeso e ormai prossimo alla morte e un giovane e scattante medico interno agli inizi della carriera» (lo scrittore B. Keizer citato a p. 21). Comunicare con l’intera persona mettendosi in gioco integralmente? «Quel che la mano, l’occhio e il cuore possono fare, e fanno, e dipingono, non potrà mai essere sostituito» (il pittore D. Hockney ripreso a p. 72). La funzione non esclusivamente distruttrice del dolore? «Il dolore ci aiuta ad accorgerci che siamo vivi. Tutti chiedono ansiosamente ‘hai male da qualche parte?’. Dovrebbe essere il contrario» (la paziente terminale dell’East End londinese secondo la testimonianza del sociologo Michael Young a p. 41). La strutturale apertura alla speranza? «In un senso ben reale, ogni uso del futuro del verbo essere è una negazione, anche se soltanto parziale, della mortalità. E ogni subordinata ipotetica è un rifiuto dell’inevitabilità brutale, del dispotismo dei fatti. I <em>farò</em>, i <em>sarò</em> e i <em>se</em>, nel loro gravitare in campi intricati di forza semantica intorno a un centro o nucleo nascosto di potenzialità, sono le password verso la speranza» (G. Steiner citato a p. 62).</p>
<p>Una possibile conciliazione con la morte? L’aveva ben intuito Primo Levi ad Auschwitz: «<em>La sicurezza della morte impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore</em>» (cit. a p. 29). La priorità della qualità della vita rispetto alla quantità? «<em>L’uomo buono o forte è colui che esiste così pienamente o così intensamente, al punto da aver conquistato l ‘eternità durante la propria vita, e che la morte, sempre estensiva, sempre esteriore, è poca cosa per lui</em>» (Deleuze, che interpreta Spinoza, a p. 59).</p>
<p>Quando si chiude il libro e lo si ripone in libreria è difficile non porsi almeno un interrogativo: come mai la Heath invoca per la medicina la sinergia della <strong>poesia</strong> e non della filosofia? La questione non viene certo vanificata dalla considerazione che, fra le decine di autori citati, ci siano <strong>Gadamer</strong> o <strong>Deleuze</strong>: come commenterebbe Aristotele, due rondini non fanno primavera. Assumendola con serietà, la domanda suggerisce risposte differenti e non alternative. Una prima può ipotizzare un limite nella formazione personale dell’autrice: la quale, forse, ha preferito fruire del linguaggio evocativo e suggestivo di romanzieri e poeti piuttosto che dedicarsi a decodificare testi più impegnativi, ed emotivamente meno gratificanti, redatti da filosofi.</p>
<p>Ma il mondo dei filosofi, da parte sua, non ha nulla da rimproverarsi davanti a silenzi del genere? Quanti sono i pensatori teoretici e gli storici della filosofia che, come Gadamer, hanno tematizzato problematiche così ‘basse’, così ‘quotidiane’, come il senso delle malattie fisiche e psichiche, delle terapie cliniche e farmaceutiche, dell’agonia e del decesso? La bioetica ha iniziato da alcuni decenni ad introdurre lo sguardo filosofico nei momenti aurorali e crepuscolari dell’esistere, anche se in termini inevitabilmente generali: tocca alla filosofia-in-pratica e alle sue sperimentazioni pratiche compiere il passo ulteriore; provare a svegliare il filosofo che dorme in ogni paziente e in ogni medico; coinvolgere la riflessione filosofica nel circolo virtuoso della co-implicazione teoria/esperienza. A disposizione di chi volesse lavorare in questa direzione, dissodando un terreno pressoché vergine, non mi pare ci siano molti strumenti, ma sarebbe bene non ignorarli: per esempio<em> L’esperienza di un infermiere filosofo</em> (in AA.VV, <em>Leadership riflessive. La ricerca di anima nelle organizzazioni</em>, Apogeo, Milano 2007, pp. 191 &#8211; 197) di Andrea Vitullo e <em>La consulenza filosofica nell’ambito delle cure di fine vita</em> (in AA.VV., <em>Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni</em>, Di Girolamo, Trapani 2008, pp. 122) di Luisa Sesino.<br />
In conclusione: libri come questo della Health possono offrire al filosofo-in-pratica intuizioni da assumere come piste di ricerca ed ipotesi di lavoro più che narrazioni di percorsi in qualche misura compiuti. Ciò non toglie preziosità al contributo che ben si affianca, a mio parere, a testi simili in cui professionisti impegnati concretamente nel campo sanitario mettono a disposizione dei filosofi consulenti (anche senza volerlo intenzionalmente !) testimonianze, interviste, analisi interessanti: a testi, intendo, come <em>L’assistenza ai morenti</em> (Red edizioni, Como 1997) di Renée Sebag-Lanoe; <em>La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita</em> (Avverbi, Roma 2004) di J. Pohier; <em>Il lutto infantile e giovanile</em> (Edizioni CVS, Roma 2005) di Aldo Lamberto.</p>
<p>Iona Heath<br />
<strong>Modi di morire</strong><br />
Bollati Boringhieri, 2008</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Augusto Cavadi</div>
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		<title>Oltre la Concordia</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 12:26:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/oltre-la-concordia/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/schiavi-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Il naufragio della Concordia, come tutte le tragedie causate dall’uomo, fa affiorare quel “taciuto” che altrimenti sarebbe rimasto rigorosamente senza voce, ammutolito sotto il peso schiacciante della prassi consolidata, una barriera granitica come gli scogli del Giglio fatta di “tutti lo sanno ma nessuno lo dice”. E non parliamo solo del famigerato inchino, consuetudine che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/schiavi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-34731" title="schiavi" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/schiavi.jpg" alt="" width="270" height="213" /></a>Il naufragio della <strong>Concordia</strong>, come tutte le tragedie causate dall’uomo, fa affiorare quel “taciuto” che altrimenti sarebbe rimasto rigorosamente senza voce, ammutolito sotto il peso schiacciante della <strong>prassi consolidata</strong>, una barriera granitica come gli scogli del Giglio fatta di “tutti lo sanno ma nessuno lo dice”. E non parliamo solo del famigerato <em>inchino, </em>consuetudine che ignoravamo fino a qualche giorno fa.</p>
<p>Ogni morte è invano, e quelle della Concordia non fanno eccezione. Ma se proprio vogliamo trovare, se non uno scopo, almeno qualcosa che non renda completamente vana una strage causata dai vezzi di un <a href="http://www.cronachelaiche.it/2012/01/troppo-facile-prendersela-con-schettino/" target="_blank">comandante insipiente</a>, cialtrone e infine codardo, dobbiamo scavare sotto a quel relitto e scavalcare le quotidiane operazioni di salvataggio di persone e ambiente che da giorni stanno catalizzando l’attenzione di ogni cittadino.</p>
<p>Mentre la carcassa va a fondo emerge, per contrappasso, un quadro sempre più fosco che lascia sullo sfondo Schettino e la tragedia che ha forgiato con le sue stesse mani. Il gigante dei mari portava circa 3mila villeggianti serviti da <strong>filippini</strong> (296), <strong>indiani</strong> (202), <strong>indonesiani</strong> (170). Morti di fame dedicati alle mansioni più umili, disposti a lavorare dalle 12 alle 15 ore al giorno, sette giorni su sette, per 5-600 dollari al mese con contratti a sei mesi senza alcuna assicurazione di rinnovo. <strong>Uomini e donne da soma</strong>, assoldati a stipendi stracciati per permettere a tutti, ma proprio a tutti, una cena esclusiva in vestito da sera a bordo e magari una foto ricordo con l’indegno comandante, per un attimo principi e principesse di un mondo da fiaba che dopo una settimana li catapulterà di nuovo alla catena di montaggio, alla scrivania dell’ufficio, alla cassa del supermercato. Dietro alla <strong>vacanza da finti ricchi</strong> ombre di <strong>automi</strong> <strong>abbrutiti</strong> dal lavoro per far sì che quel &#8220;sogno&#8221; si realizzi.</p>
<p>Ironia della sorte, per fare gli schiavi sulle navi Costa bisogna anche pagare di tasca propria 500 euro per il <em>Basic Safety Training</em>, un corso di salvataggio e primo soccorso. Tutto, pur di non morire di fame. Tutto, per morire magari per mano di un idiota, magari graduato.</p>
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		<title>Se il diritto alla morte è questione di censo</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 08:02:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/se-il-diritto-alla-morte-e-questione-di-censo/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/magritte-300x240.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Il suicidio assistito di Lucio Magri dello scorso novembre ha suscitato i più disparati commenti. Tra chi ha condannato e chi ha semplicemente scelto il silenzio, unica espressione di rispetto per l’altrui libertà, non sono mancati quelli che si sono permessi di sindacare sulle modalità del gesto, declassando il suo suicidio alla serie B solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/magritte.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-34062" title="magritte" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/magritte-300x240.jpg" alt="" height="270" /></a>Il<strong> suicidio assistito</strong> di Lucio Magri dello scorso novembre ha suscitato i più disparati commenti. Tra chi ha condannato e chi ha semplicemente scelto il silenzio, unica espressione di rispetto per l’altrui libertà, non sono mancati quelli che si sono permessi di sindacare sulle modalità del gesto, declassando il suo suicidio alla serie B solo perché  non avrebbe avuto il “coraggio” di buttarsi dal quinto piano, imponendo a familiari e amici lo scempio del suo corpo, o di lasciare aperto il gas, magari per far saltare in aria qualche inconsapevole vicino di casa. Il <strong>dazio</strong> da pagare per essere liberi (dal peccato?).</p>
<p>Ma parliamo di chiacchiere e al più di commenti giornalistici; in un paese come il nostro, in cui la vita viene imposta a colpi di sondino, non c’è stato <strong>spazio politico</strong> per una riflessione seria. Il moralismo italiota dice no a tutto ciò che esce dalle sue maglie e che poi questo “ciò” succeda comunque non è affare che possa cambiare le regole del gioco. Lo Stato non può punire il suicidio (a meno di non rimandare a giudizio i morti) ma non può ammetterlo, così come non può autorizzare prostituzione e droga. E pazienza che esista  il mercato del sesso e chi lo pratica sia esposto &#8211; proprio perché non riconosciuto – a ogni forma di rischio; pazienza che ci sia chi di droga muore ogni giorno perché la somministrazione è al di fuori delle regole riconosciute. L’evidenza della realtà non costituisce elemento di discussione di certezze tanto granitiche quanto ottuse.</p>
<p>E così il suicidio assistito è diventato una<strong> pratica per ricchi</strong>, al pari della fecondazione eterologa. Qui no, ma altrove si può. Basta prendere un aereo. L’ipocrisia del Bel Paese continua a reprimere la libertà personale per concederla solo a quelli che possono ottenerla altrove. Chi può va in Svizzera a cercare una morte dignitosa o in Spagna a cercare un figlio con gameti diversi. Per poi tornare sull’italico suolo finalmente soddisfatto del suo desiderio di morire o procreare. A meno che nel primo caso non voglia sfracellarsi sul selciato e nel secondo cornifichi il coniuge per <em>nobili fini</em>. Questo no, non si può (ancora) impedire.</p>
<p>Non così insensibili si stanno dimostrando sul tema del suicidio assistito gli <strong>inglesi</strong>. Al pari della normativa italiana, che punisce con la reclusione da cinque a dodici anni «<em>chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione</em>» (art. 580 del Codice penale), anche quella inglese attualmente in vigore prevede fino a 14 anni di reclusione per chi aiuti una persona a suicidarsi. Solo che al parlamento inglese non è sfuggita la diaspora di malati terminali che si recano in Svizzera per cercare una fine dignitosa alle loro sofferenze. E infatti la Commissione britannica per la morte assistita ha previsto, nei giorni scorsi, di diramare un’informativa per chiedere la <strong>depenalizzazione del suicidio medicalmente assistito</strong> per i malati terminali con meno di un anno di vita. Il che significa, in soldoni, dare a tutti cittadini che sono in quella condizione lo stesso diritto a prescindere dal conto in banca. Il primo passo verso uno Stato che invece di  preoccuparsi di tramutare l’insindacabile diritto di morire in dovere di vivere, si ponga come obiettivo quello di non alimentare una <strong>sperequazione sociale</strong> basata sul censo.</p>
<p>E chi è convinto che oggi il nostro governo abbia altre priorità &#8211; la crisi! &#8211; che non occuparsi di dignità della vita (e della morte) ci dica anche quali fossero quelle dei governi precedenti, da sempre coesi nell’avallare l’ipocrisia dell’”occhio non vede cuore non duole” con tutte le ricadute sul piano sociale pur di salvare una facciata che nel terzo millennio, era di extraterritorialità, mostra tutte le sue crepe.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Cecilia Maria Calamani</div>
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		<title>Libertà vs coercizione</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 09:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/11/liberta-vs-coercizione/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/11/coercizione-283x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Dispiace dover sentire certe dichiarazioni da chi si è sempre distinto per onestà intellettuale e capacità critica. Dopo la notizia del suicidio assistito di Lucio Magri in Svizzera, il senatore Ignazio Marino si è lasciato sfuggire una frase che è sintomo del livello di inquinamento raggiunto dal dibattito su questi temi. «Non dividiamoci tra ‘pro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/11/coercizione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-32044" title="coercizione" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/11/coercizione-283x300.jpg" alt="" height="250" /></a>Dispiace dover sentire certe dichiarazioni da chi si è sempre distinto per onestà intellettuale e capacità critica. Dopo la notizia del suicidio assistito di <strong>Lucio Magri</strong> in Svizzera, il senatore <strong>Ignazio Marino</strong> si è lasciato sfuggire una frase che è sintomo del livello di inquinamento raggiunto dal dibattito su questi temi. «Non dividiamoci tra ‘pro vita’ e ‘pro morte’», ha detto, «il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla fragilità umana». Accettare questa impostazione, queste etichette totalmente prive di un legame con l’oggetto che vorrebbero designare, significa che abbiamo già <strong>perso la battaglia</strong>, almeno sul piano culturale.</p>
<p>Nel mondo anglosassone – dove il fondamentalismo dei ‘pro-life’ giunge a dei livelli di odio personale che sfocia persino nell’omicidio – i sostenitori della libertà di scelta si chiamano, con invidiabile rigore logico, <strong>‘pro choice’</strong>. Il ‘partito della morte’ non è una categoria descrittiva, è un’arma retorica impugnata dai vari Sacconi, Roccella, Binetti e compagnia bella per attaccare chi sostiene, semplicemente, la libertà di ciascuno di decidere sulla propria vita (e, di conseguenza, sulla propria morte). E sarebbe un’arma ridicola e spuntata, se solo dall’altra parte – da questa parte  &#8211; non si fosse così schiavi di un pesante retaggio culturale che impedisce di rivendicare apertamente e orgogliosamente la propria scelta per la libertà e l’autonomia.</p>
<p>Non esiste alcun <strong>tifo da stadio</strong>, almeno da parte di chi, con grande rispetto e spesso con profondo dolore, accetta le scelte di ciascuno come la manifestazione della <strong>sovranità di ogni individuo su se stesso</strong>, l’unica accettabile su questa terra. E l’unica che consente a chi poi vuole ‘delegarla’ ad altri – la medicina, la scienza, Dio – di farlo in piena libertà. Per questo la metafora dello stadio e dei tifosi è del tutto fuori luogo: allo stadio si fronteggiano due gruppi simmetrici, parimenti candidati alla vittoria. Qui siamo invece di fronte a un confronto del tutto asimettrico, tra chi difende la libertà di ciascuno (quindi anche del credente, persino della Binetti) e chi pretende di sapere e soprattutto di imporre cosa è giusto per ciascuno. Non c’è partita.</p>
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		<title>La morte on demand</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 06:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/10/la-morte-on-demand/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/Schermata-2011-10-27-a-22.53.06-300x211.png class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Certo è triste la nostra vita fatta di poche certezze spesso fredde, senza poesia e quasi sempre inesorabili. Per anni a combattere contro quel senso di miserabile finitezza che dovrebbe spingere ad apprezzare la vita e invece ci fa sentire sperduti e soli, incapaci di confidare in nient’altro che nelle nostre forze e al massimo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/Schermata-2011-10-27-a-22.53.06.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-30198" title="Schermata 2011-10-27 a 22.53.06" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/Schermata-2011-10-27-a-22.53.06-300x211.png" alt="" width="300" height="211" /></a>Certo è triste la nostra vita fatta di poche certezze spesso fredde, senza poesia e quasi sempre inesorabili. Per anni a combattere contro quel senso di miserabile <strong>finitezza</strong> che dovrebbe spingere ad apprezzare la vita e invece ci fa sentire sperduti e soli, incapaci di confidare in nient’altro che nelle nostre forze e al massimo, ma proprio al limite dell’ingenuità, nel prossimo e nella società. Quanto sarebbe bello poter credere che non si finisce in un soffio, non si scompare sbriciolandosi come succede ai vecchi stracci. Ma chi ce lo impedisce? Una volta aveva un senso essere a-tei: dove sta questo <strong>dio</strong> che promette vita eterna? Dove sta questa vita eterna? E be’, sì, era un po’ troppo difficile la vita per noi poveri di spirito e con scarsa fantasia. Ma oggi come si fa a non essere serenamente <strong>credenti</strong> che si può essere eterni?<br />
In fondo siamo arrivati a convincerci che si può restare <strong>giovani</strong> per sempre, perché non si dovrebbe essere anche in grado di vivere in eterno? La nostra è una società di giovani, sono tutti giovani quelli che hanno problemi: i disoccupati, i precari, i cassaintegrati, gli artitrici e quelli malati di Alzheimer che non per niente è anche chiamata “demenza giovanile”; sono giovani quelli che si occupano di politica e che, infatti, parlano sempre di futuro e non di come siamo stati governati fino a ieri; sono giovani quelli che hanno la possibilità di parlare a un pubblico e che infatti dicono cose nuove e dimostrano un atteggiamento insolito verso il solito; sono giovani persino i giovani che avrebbero diritto a essere trattati da giovani e invece sono considerati bambini. È giocoforza che con tutta questa gioventù che abbiamo sotto gli occhi, il problema della morte non ci sfiora neppure.</p>
<p>Non esiste la <strong>malattia</strong>, perché non dovrebbe esistere la vite eterna? Una persona intubata da anni, incapace di poter compiere le più elementari funzioni fisiologiche da sola e, per noi miserabili, al termine della propria esistenza, diventa un accanimento disperato, l’ultimo tentativo di combattere la morte, di negarla nel paradosso di conservarla davanti ai nostri occhi viva, immutata, immutabile e attaccata a una spina.</p>
<p>Come un bambino che si tappa le orecchie e urla mentre qualcuno gli sta rivelando qualcosa, così ci comportiamo noi davanti alla certezza che siamo <strong>mortali</strong>, che ci guastiamo ammalandoci e che ci imbruttiamo mentre avanziamo negli anni. D’altronde oggi lo possiamo fare, possiamo permetterci di illuderci e illudere senza ricorrere a sacre scritture, a miti aggiustati <em>ad hoc</em> o creati apposta. Oggi c’è la <strong>Tv</strong> che pensa a proteggerci. Ci protegge da quello che non vogliamo sentire perché ci guasterebbe la giornata, ci protegge da quello che non vogliamo vedere perché ci spingerebbe a farci domande cui non sapremmo rispondere. Ci protegge dalla morte conservando i nostri morti in eterni fotogrammi di cellulosa pronti a tornare in onda dopo pochi istanti che in onda sono appena andati i fotogrammi del mortale incidente. Per noi i <strong>morti</strong> sono morti, sciocchi miscredenti che siamo e destinati a dannarci per la vita nella perdita di fede. Per noi quando muori non torni più nemmeno se a risvegliarti ci venisse qualche eroina da telefilm che è capace di guidare le anime in pena fino a farle “andare oltre”. Per noi se muori non esiste “l’oltre” e non esiste “l’andare”, ma solo quel senso di <strong>vuoto</strong> che ci rimane e con cui dobbiamo imparare a convivere finché non ce ne saremo andati anche noi, perché la vita è fatta così. Ma è difficile, e noi siamo abituati al difficile, perché oggi se muori continui a muoverti, a parlare, a sorridere attraverso l’uso <strong>improprio</strong> di fotogrammi che appaiono come omaggio e invece fungono da <strong>anestetico</strong> per noi che restiamo. Ma, in fondo, cosa pretendiamo dalla Tv che non per niente definiamo un <strong>medium</strong>?</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Nicoletta Rocca</div>
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		<title>Stole, caschi e pneumatici</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 02:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/simoncelli.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-30238" title="simoncelli" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/simoncelli-300x253.jpg" alt="" width="300" height="253" /></a>Tutti in chiesa per il funerale. Dentro il <strong>carrozzone religioso istituzionale</strong> ognuno per quello che è in intima e collettiva armonia, indifferenti ai ruoli sociali, emancipati da personali opinioni, reciprocamente noncuranti del sapere e del reddito personale. Rito collettivo autentico dove i partecipanti sperimentano fisicamente di appartenere a un popolo, all’umanità tutta e forse a qualcosa di più grande ancora.</p>
<p>La fragranza d’incenso si mischia all’odore ricinato degli scarichi delle moto da corsa messe lì davanti all’altare, <strong>liturgie di caschi e stole, pneumatici racing e turibuli</strong>.<br />
Diaconi con ceri accesi insieme a piloti ragazzi così abili da fondersi con la moto, apparati psicomeccanici capace di sfidare il destino. Velocità: <strong>mix di morte e resurrezione</strong>, i suoi sacerdoti nell’affrontare le curve invece di frenare accelerano e piuttosto di seguire la traiettoria della curva controsterzano dalla parte opposta. Nel fare il contrario di quello che la logica suggerisce accade un derapare controllato che regala salvezza.</p>
<p>Veicoli a due ruote, che senza alcun motivo e con molto rumore girano con la manetta del gas al massimo dentro un cerchio, nel rito cristiano si trasformano in palloni aerostatici che conducono alle alte sfere, traghetti che trasportano da quaggiù a lassù e quel là misterioso dicono che sia il posto vero, quello giusto, quello bello. Riferiscono che lassù ci sono gli <strong>angeli</strong> e gli lanciano <strong>palloncini</strong> mentre la voce di Vasco Rossi copre sciatte canzoncine da <strong>oratorio</strong>. Diobo’! Ma è un sogno? No è l’Italia.</p>
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		<title>La pornografia della morte: Muammar Gheddafi</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 01:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virginia Romano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/10/la-pornografia-della-morte-muammar-gheddafi/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/index-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Secondo il sociologo britannico Geoffrey Gorer, il tema della morte è trattato oggi così come nell’800 era trattato quello del sesso. In epoca vittoriana infatti di sesso non si parlava apertamente in pubblico, non se ne parlava con i bambini e se, tra adulti, non si poteva evitare l’argomento, lo si affrontava attraverso l’uso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/index.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-29925" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/index.jpg" alt="" width="221" height="179" /></a>Secondo il sociologo britannico <strong>Geoffrey Gorer</strong>, il tema della <strong>morte</strong> è trattato oggi così come nell’800 era trattato quello del <strong>sesso</strong>. In epoca vittoriana infatti di sesso non si parlava apertamente in pubblico, non se ne parlava con i bambini e se, tra adulti, non si poteva evitare l’argomento, lo si affrontava attraverso l’uso di eufemismi o dell’ironia. La <strong>morte</strong> oggi, per noi, così come il sesso nel secolo XIX, è un evento privato, sottratto alla vista. Si tratta &#8211; in altre parole -  di un tabù sociale e parlarne in modo eccessivo o contravvenire alle regole non scritte e alle consuetudini che lo circondano è un comportamento rapidamente e impietosamente stigmatizzato dalla società.</p>
<p>Il sesso dunque nell’800 rappresentava un argomento tabù mentre la morte, al contrario, era vissuta apertamente, il letto del morente vegliato dalla famiglia e dagli amici – bambini compresi. Della morte si parlava senza che questo argomento fosse percepito come sgradevole, imbarazzante o inopportuno. Alla morte si assisteva pubblicamente, cosa che per noi membri delle società occidentali contemporanee è a dir poco assurda.</p>
<p>La comunicazione pubblica e mediatica evolvono in un modo specifico. La recente cattura e trucidazione dell’ex dittatore libico <strong>Gheddafi</strong> e la diffusione mediatica delle immagini del suo <strong>cadavere</strong> (e non è certo il primo), sembrano infatti contravvenire a quanto sostenuto fin’ora. La morte, nella sua crudezza materiale, nella sua scompostezza, viene sparata sulle <strong>reti tv</strong> di tutto il mondo, rimbalza su <strong>siti</strong> e <strong>social network</strong> e invade lo spazio privato togliendo la possibilità di scelta alle persone che, loro malgrado – chissà – non possono sottrarsi alla sua vista.</p>
<p>La scienza della comunicazione, la sociologia, l’antropologia, la politica possono fornire gli stumenti per interpretare e motivare la scelta della diffusione delle immagini di &#8220;cadaveri eccellenti&#8221;, mostri contemporanei. A noi però in questa sede interessa  non tanto ragionare sui motivi bensì riflettere su cosa può scatenare in noi il contatto con un tabù tanto fondamentale per le società occidentali contemporanee. Nell’800 i defunti venivano <strong>fotografati</strong> o ritratti sul letto di morte per testimoniare chi fossero in vita anche attraverso il modo in cui si erano accomiatati da questo mondo e il loro status,  per mostrare ad altri quanto fossero stati amati e accuditi, fino all’ultimo. Le <strong>reliquie</strong> dei <strong>santi</strong> o le loro <strong>spoglie</strong> mortali sono esposte nei luoghi di culto per manifestare – attraverso la permanenza della corporeità – il mistero della fede, la speranza nella vita ultraterrena.</p>
<p>Ma oggi mentre osserviamo le foto dei ribelli che si ritraggono in posa assiepati attorno a un corpo morto, martoriato, livido e sanguinante cosa vediamo? Quale <strong>senso</strong> ha questa visione? Vediamo la rabbia e il sollievo della liberazione di un popolo vessato,  vediamo un corpo oggettivizzato a cui è negato qualunque attributo di umanità,  un corpo che è diventato un simbolo, un feticcio. Non c’è insomma, o  non sembra esserci, nessuna differenza tra questa immagine e quella dei rivoltosi che a Bagdad decapitarono la statua di <strong>Saddam Hussein</strong> per poi ritrarsi sorridenti accanto ad essa.</p>
<p>Forse ciò che riesce a turbarci è che la <strong>dittatura</strong>, le privazioni e le violenze subìte per decenni, possano portare gli esseri umani ad uno stato &#8220;primitivo&#8221; e forse lo sconcerto nasce proprio dal fissare quelle immagini con la consapevolezza che &#8211; se siamo onesti con noi stessi &#8211; non possiamo permetterci un giudizio assoluto ma dobbiamo <strong>guardare</strong> alla natura umana osservando ciò che può svelare di sé quando è governata dalla disperazione.</p>
<div style="color: #ffffff;">Virginia Romano</div>
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		<title>Omeopatia, un altro caso di “omicidio volontario”</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 01:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/10/omeopatia-un-altro-caso-di-%e2%80%9comicidio-volontario%e2%80%9d/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/omeopatia-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Sui quotidiani di oggi viene riportato l’ennesimo caso di una persona, in questo caso un bambino di quattro anni, deceduto in seguito ad una “cura” omeopatica somministrargli dal padre, medico omeopata. Il bambino aveva, fra l’altro, una broncopolmonite. Questo caso non è isolato, è di qualche anno  fa quello di una giovane donna cui fu [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/omeopatia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-29855" title="omeopatia" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/omeopatia.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>Sui quotidiani di oggi viene riportato l’ennesimo caso di una persona, in questo caso un <strong>bambino di quattro anni</strong>, deceduto in seguito ad una “cura” omeopatica somministrargli dal padre, <strong>medico omeopata</strong>. Il bambino aveva, fra l’altro, una broncopolmonite. Questo caso non è isolato, è di qualche anno  fa quello di una giovane donna cui fu trovato un piccolo nodulo al seno che, curata con l’omeopatia, morì qualche anno dopo di cancro. Con un’operazione immediata e cura adeguate si sarebbe salvata: il medico, infatti, fu condannato per omicidio.</p>
<p>Ora si scatenerà la stampa con le solite dichiarazioni bipartisan. Quelle a favore e quelle contro, con il solo risultato di confondere le idee ai lettori. Ma un <strong>dato scientifico</strong> è condiviso da tutta la comunità medica: la somministrazione di  farmaci omeopatici non è <strong>mai</strong> stata preceduta da una dimostrazione di effetti positivi diversi da quelli che possono aversi in seguito ad un’assenza di somministrazione (in parole povere: l’influenza sparisce spontaneamente dopo una settimana; se ti curi con il prodotto X e l’influenza sparisce dopo una settimana <strong>non c’è dimostrazione</strong> che il prodotto X sia efficace).</p>
<p>Le medicine cosiddette “complementari” sono tante. Qualcuna può avere affetti positivi (può curare), qualche altra può averli ma è pericolosa, qualcuna ancona (l’omeopatia) non ha effetti positivi e nenache negativi, ma <strong>diventa pericolosa se sostituisce la medicina “convenzionale”</strong>. Qualche anno fa si tenne a Milano un convegno alla fine del quale fu stilato un comunicato firmato, fra gli altri, dagli oncologi <strong>Umberto Veronesi</strong> e <strong>Umberto Tirelli</strong>, e dal farmacologo <strong>Silvio Garattini</strong>; si diceva «[…] <em>le medicine alternative non appartengono al dominio della scienza quando non rispondono a tre requisiti fondamentali: la plausibilità biologica, la verificabilità delle ipotesi su cui poggiano, la certezza dell&#8217;efficacia </em>[…] <em>Il rischio è di creare confusione e false aspettative</em>».</p>
<p>L’omeopatia non cura, e in caso di affezioni gravi, se sostituisce le cure convenzionali, <strong>può portare alla morte</strong>. Questi sono fatti verificabili; tutto il resto solo chiacchiere.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Carlo Cosmelli</div>
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		<title>Alemanno, la vera calamità di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 02:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/10/alemanno-la-vera-calamita-di-roma/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/roma-alluvione-alemanno-300x197.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>L’uomo che è morto ieri a Roma non è vittima del maltempo. Un temporale non uccide chi sta tranquillo nella sua casa, se questa è una vera casa. E un seminterrato non è una vera casa. I seminterrati sono fatti per essere cantine e garage e, se si allagano, pazienza. In un paese civile i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/roma-alluvione-alemanno.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-29775" title="roma-alluvione-alemanno" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/10/roma-alluvione-alemanno-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a>L’uomo che è morto ieri a Roma non è vittima del maltempo. Un temporale non uccide chi sta tranquillo nella sua casa, se questa è una vera casa. E <strong>un seminterrato non è una vera casa</strong>. I seminterrati sono fatti per essere cantine e garage e, se si allagano, pazienza.</p>
<p>In un paese civile i seminterrati non sono fatti per essere abitati perché sono appunto sotto terra, non c’è luce, si possono allagare, non garantiscono i minimi standard di vivibilità e sicurezza che ogni cittadino dovrebbe avere. E invece i seminterrati romani pullulano di vita. Passeggiando per i marciapiedi si vedono luci accese, si sentono suoni familiari, si avvertono gli odori della cucina provenire dai seminterrati. Odori spesso esotici, perché di frequente i seminterrati sono<strong> le case degli ultimi, degli stranieri</strong>. Pudiche tendine tentano di creare un minimo di riservatezza, appese a feritoie che non possono essere tenute aperte perché sennò, al posto dell’aria fresca, ti entra in casa il putridume dei marciapiedi romani. Una città che spinge i suoi abitanti più deboli – anziani, stranieri, poveri – nelle sue cantine è una <strong>città ostile</strong>, una città in cui vale solo la legge del più forte, in cui ciascuno è lasciato da solo. Una città che non riesce a far fronte a un temporale, le cui fognature si allagano per qualche goccia d’acqua in più, la cui viabilità si paralizza  perché le stazioni – persino la nuovissima stazione Tiburtina – si allagano, è una città<strong> vecchia</strong>, è una città<strong> corrotta</strong>. Una città che vieta alla gente di manifestare è una città <strong>impaurita</strong>, una città <strong>antidemocratica</strong>. Una città <strong>fallita</strong>.</p>
<p>Il sindaco Alemanno ha chiesto lo stato di calamità. Ma la vera calamità di Roma è lui.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Cinzia Sciuto</div>
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		<title>Storia dell&#8217;uomo che aveva &#8220;nostalgia del futuro&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2011 02:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Raimondi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/09/storia-delluomo-che-aveva-nostalgia-del-futuro/><img src=http://hplusmagazine.com/wp-content/uploads/hplus-300x201.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Fereidoun M. Esfandiary, nato a Bruxelles nel 1930, non era sicuramente il genere d&#8217;uomo a cui la vita concede di passare inosservato. Figlio di un diplomatico iraniano, a soli 11 anni aveva già visitato 17 paesi, seguendo il padre nei suoi spostamenti. Questa infanzia cosmopolita ha sicuramente avuto una rilevanza fondamentale nello sviluppo del suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" src="http://hplusmagazine.com/wp-content/uploads/hplus-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" />Fereidoun M. Esfandiary</strong>, nato a Bruxelles nel 1930, non era sicuramente il genere d&#8217;uomo a cui la vita concede di passare inosservato. Figlio di un diplomatico iraniano, a soli 11 anni aveva già visitato 17 paesi, seguendo il padre nei suoi spostamenti. Questa infanzia <em>cosmopolita</em> ha sicuramente avuto una rilevanza fondamentale nello sviluppo del suo pensiero: egli si è infatti sempre considerato un cittadino (<em>polites</em>) del mondo (<em>kosmos</em>), con una forte avversione per i vincoli di etnia, nazionalità e religione che ci impediscono di condividere il pianeta in cui viviamo come una unica comunità, scevra di inutili divisioni. Era solito sostenere che <em>«There are no illegal immigrants, only irrelevant borders» </em>cioè che non esiste immigrazione illegale, solo irrilevanti confini tra una nazione e l&#8217;altra.</p>
<p>Il tentativo di <em>superamento</em> della condizione umana e della società in cui viveva ha caratterizzato profondamente la sua esistenza: diventato adulto, coerentemente con il suo pensiero, ottenne di cambiare il proprio nome in quello che ha poi contribuito alla sua controversa popolarità: <strong>FM-2030</strong>. Questo gesto derivava principalmente da due motivi: il più importante consisteva nella profonda critica verso la pressoché universale consuetudine di utilizzare i nomi, &#8220;reliquie di un passato tribale&#8221; come &#8220;etichetta&#8221; di una &#8220;identità collettiva&#8221; che, ben lungi dall&#8217;unirci in quella unica e sola comunità umana che formiamo, tende invece a degenerare, attraverso stereotipi e razzismo, in processi di ghettizzazione e discriminazione. <em>«I nomi convenzionali definiscono una persona del passato: ascendenza, origine etnica, nazionalità, religione. Io non sono colui che è stato dieci anni fa e non lo sarò certo fra venti anni. </em>[...]<em> Il nome 2030 rispecchia la mia convinzione che gli anni intorno al 2030 saranno un momento magico. Nel 2030 saremo senza età e tutti avranno una buona possibilità di vivere per sempre. 2030 è un sogno e un obiettivo».  Ma c</em>ome si può già intuire, la ragione che lo spinse a scegliere proprio la data del 2030 come <em>profezia</em> per il suo nome è che proprio in quell&#8217;anno, attraverso il superamento del <strong>decadimento biologico</strong> che ci conduce al compimento del nostro <em>destino mortale</em>, egli avrebbe festeggiato il suo centesimo compleanno.</p>
<p><img class="alignright" style="margin-left: 7px; margin-right: 7px;" src="http://i2.cdn.turner.com/si/2009/writers/luke_winn/12/09/kazemi/fm2030tall.jpg" alt="" width="298" height="298" />Le avveniristiche ed inusuali idee di FM-2030 lo resero un futurista ed un <em>pioniere</em> di quello che oggi è conosciuto come <em>movimento transumanista</em>, a volte abbreviato con <strong>h+</strong> o <strong>H+</strong>. Egli sosteneva infatti ardentemente l&#8217;idea che gli esseri umani avrebbero, col tempo, potuto padroneggiare sufficientemente la tecnologia per permettere il superamento dei limiti biologici, fisici e mentali che nostri corpi ci impongono (come invecchiamento e malattie), superando quindi anche il <strong>concetto di umanità</strong> che siamo abituati a conoscere per diventare una comunità di <em>organismi post-biologici</em>. Questo pensiero si è nel frattempo ulteriormente sviluppato ed esteso: anche grazie al visionario contributo di filosofi e scienziati come Ray Kurzweil, Marvin Minsky, Hans Moravec, Nick Bostrom e Anders Sandberg, un simile futuro per la nostra &#8220;razza&#8221; non è più considerato solo la <em>stranezza di un eccentrico,</em> ma ha iniziato ad assumere i contorni di un plausibile futuro <em>trend</em> evolutivo.</p>
<p>Anche dal punto di vista sociale, le idee di FM-2030 possono essere considerate sicuramente d&#8217;avanguardia: il suo ottimismo per il futuro dello sviluppo tecnologico lo aveva portato a considerare l&#8217;avvenire come un periodo di grande prosperità e benessere, abbastanza marcato da stravolgere le relazioni umane a cui siamo abituati, tanto che il <a href="http://www.nytimes.com/2000/07/11/us/futurist-known-as-fm-2030-is-dead-at-69.html?src=pm.">necrologio</a> del New York Times sintetizza così tale pensiero: <em>«Le famiglie tradizionali sarebbero state rimpiazzate da una moralità da <a href="http://www.clubmed.it/cm/home.do?PAYS=197&amp;LANG=IT&amp;CMCID=10013060213IT_it">ClubMed</a>, certamente un bene per un uomo che non si sposò mai dato che provava risentimento per l&#8217;idea che esseri umani &#8220;appartenessero&#8221; ad altri esseri umani.»</em></p>
<p>Ebbene sì, un necrologio. L&#8217;uomo che riponeva le proprie speranze nell&#8217;immortalità, che considerava la morte come una forma di &#8220;tirannia&#8221;, è morto a 69 anni a causa di un cancro al pancreas. FM-2030 diceva di se stesso: <em>«Sono una persona del ventunesimo secolo che è accidentalmente stata &#8220;spedita&#8221; nel ventesimo. Ho una profonda nostalgia del futuro»</em>.</p>
<p>In seguito alla morte, la sua testa è stata vitrificata e conservata in sospensione crionica alla <strong>Alcor Life Extension Foundation</strong>, una compagnia che offre ai propri clienti la possibilità, una volta morti, di essere &#8220;congelati&#8221; e conservati in attesa che, in futuro, venga sviluppata qualche tecnologia in grado di <em>risvegliare</em> questi speranzosi <em>pazienti</em> dal sonno eterno.</p>
<p>Nel caso di Fereidoun, possiamo augurarci che prima o poi qualcuno sia in grado, come in una fiaba, di risvegliarlo dal suo <em>momentaneo</em> riposo e riportarlo in un&#8217;epoca in cui possa finalmente sentirsi <em>a casa</em>.
<div id='cercaAutore' style='color:#FFFFFF'>Daniele Raimondi</div>
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		<title>&#8220;Diritti inalienabili&#8221;, ovvero come mischiare le carte in tavola</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 08:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/09/gli-%e2%80%9cinalienabili-diritti%e2%80%9d-tra-teologia-e-politica-internazionale/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/09/papa-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Se c’è un momento sconcertante nelle messe funebri è quello della predica, quando il sacerdote esalta tutte le più recondite virtù dello scomparso per tacere ogni palese mancanza. Che sia morto uno stinco di santo o un delinquente fa poca differenza: nel momento dell’addio diventiamo tutti eroi, e se potessimo udire le parole che l’officio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/09/papa.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-27169" title="Pope Benedict XVI" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/09/papa.jpg" alt="" width="289" height="344" /></a>Se c’è un momento sconcertante nelle messe funebri è quello della predica, quando il sacerdote esalta tutte le più recondite virtù dello scomparso per tacere ogni palese mancanza. Che sia morto uno stinco di santo o un delinquente fa poca differenza: nel momento dell’addio diventiamo tutti eroi, e se potessimo udire le parole che l’officio ecclesiastico riserva per noi forse ci inorgogliremmo, salvo pensare che subito dopo qualcuno passerà con il cestino per le offerte in cui i nostri familiari avranno cura di riporre una busta dall’inequivocabile significato.</p>
<p>Ma spesso i sacerdoti osano anche di più, e cercano di convincere gli astanti che la malattia, la sofferenza e la conseguente morte sono solo il <strong>sommo riconoscimento</strong> che dio poteva concedere al defunto. Lo ha chiamato a sé, lo ha scelto tra tanti per una prova di coraggio, fede e amore. Più la morte è sofferta, ingiustificabile, prematura più ci spiegano che non è stato il crudele caso a stroncare una vita, ma la generosità del Signore, che ha <strong>scelto</strong> tra tanti un “preferito”. Il pensiero che prima o poi saremo tutti “preferiti” non sembra sfiorare  neanche lontanamente la mente del sacerdote e dei presenti. Ma si sa, spesso è preferibile una pietosa bugia a una cruda verità, tant’è che i parenti invece di inveire contro tali sberleffi alla sofferenza di chi se è andato e di chi resta lasciano la chiesa pacificati con il loro dolore, riflesso terreno della bontà divina. Il protocollo funziona, insomma, e anche se tutt’altro che onesto ha almeno il vantaggio di lenire il dolore dei congiunti.</p>
<p>Ci si aspettava quindi che il papa, nel suo messaggio agli americani alla vigilia del <strong>decennale dell’11 settembre</strong>, ripercorresse lo stesso iter per ricordare le quasi tremila vittime della strage terroristica. Invece no: «<em>Ogni vita umana è preziosa agli occhi di Dio</em>», ha scritto riferendosi alle «<em>tante vite innocenti</em>» affidate alla «<em>misericordia infinita di Dio</em>». Ripetere la favoletta dei “prescelti” di fronte a migliaia di famiglie che faticosamente cercano di lenire il loro dolore deve essere sembrato troppo anche a lui. Per quale motivo i morti di malattia o di incidente siano “prescelti” mentre quelli trucidati da un fondamentalista islamico no non possiamo capirlo noi, le incoerenze teologiche sono parte stessa della fede e smontarle con i mezzi della ragione è un giochetto fin troppo facile. Ma quando il papa smette i suoi panni di rappresentante di dio per vestire quelli di <strong>capo di Stato</strong>, allora le sue contraddizioni non rientrano più nell’alveo teologico ma in quello politico e riguardano tutti, non solo i cattolici. E’ infatti in queste spoglie che Benedetto XVI ha affermato, nella stessa lettera: «<em>Non va risparmiato alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un genuino rispetto per i diritti inalienabili e la dignità delle persone e dei popoli dovunque essi siano</em>».</p>
<p>I «<em>diritti inalienabili delle persone</em>»  sono chiaramente esposti nella <a href="http://www2.ohchr.org/english/law/ccpr.htm">Convenzione internazionale sui diritti civili e politici</a> delle Nazioni unite alla quale lo Stato vaticano<strong> non ha mai aderito</strong>. Così come non ha firmato la moratoria internazionale contro il &#8220;reato&#8221; di omosessualità, punito ancora in molti paesi con la condanna capitale.  Eppure, l’orientamento sessuale è uno di quegli «<em>inalienabili diritti</em>», come la parità tra i sessi. E ben lo sanno le suore, alle quali è preclusa la “carriera” dei loro colleghi maschi. Niente sacramenti, messa, confessione e cerimonie; tutt’al più possono dedicarsi alla cucina, alle pulizie o, se particolarmente fortunate, all’insegnamento. È un «<em>diritto inalienabile</em>» dell’individuo poter prevenire la malattia con tutti i mezzi che il progresso mette a disposizione. E lo possono dire gli africani, massacrati dalla piaga dell’Aids, ai quali il papa ha “suggerito”, dall’alto del suo ruolo di portavoce di dio, di non usare i preservativi. È un «<em>diritto inalienabile</em>» della persona l’autodeterminazione, che si tratti di maternità o di fine-vita; è un «<em>diritto inalienabile</em>» dell&#8217;infanzia la consegna alla giustizia di chi la abusa nel modo più raccapricciante.</p>
<p>Uno Stato che non riconosce i <strong>fondamenti dei diritti dell’uomo</strong> non è degno di fare prediche ad altri. I quali, nel caso dei fondamentalisti islamici, fanno semplicemente, <em>mutatis mutandis</em>, quello che fatto la Chiesa cattolica fino a qualche centinaio di anni fa.  Benedetto XVI si può affannare quanto vuole a condannare la violenza «<em>aggravata dalla pretesa degli attentatori di agire in nome di Dio</em>». Prima di fare certe affermazioni, assicuri al mondo che ritirerà la patente di santità e il posto sul calendario a turpi personaggi che in nome del suo dio hanno perpetrato nei secoli orrende persecuzioni.</p>
<p>Come si giustifichi in chiave teologica il paradosso di promuovere<strong> principi disattesi in casa propria</strong> non ci interessa. Ma la contraddizione politica non può essere taciuta. Se il papa vuole parlare di rispetto per i diritti dell’uomo e condannare la violenza in nome di dio, si assuma la responsabilità della storia dello Stato di cui è il sovrano e cominci a dare lezioni di civiltà nei fatti. A parole è fin troppo facile.
<div id='cercaAutore' style='color:#FFFFFF'>Cecilia Maria Calamani</div>
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		<title>L&#8217;Aldilà come cura per il senso di colpa</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 02:20:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/07/laldila-come-cura-per-il-senso-di-colpa/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/sepolcro-300x246.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Quando Manzoni era ateo vedeva la morte come forma di liberazione da un dolore insopportabile, da una sofferenza senza via d&#8217;uscita. E ci scrisse sopra l&#8217;Adelchi. Era un modo rassegnato di vivere la vita, che aveva però il vantaggio di non creare illusioni. Vi era una certa dignità, un certo stoicismo. Poi divenne credente e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/sepolcro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-24205" title="sepolcro" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/sepolcro-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" /></a>Quando Manzoni era ateo vedeva la morte come forma di <strong>liberazione</strong> da un dolore insopportabile, da una sofferenza senza via d&#8217;uscita. E ci scrisse sopra l&#8217;Adelchi. Era un modo rassegnato di vivere la vita, che aveva però il vantaggio di non creare <strong>illusioni</strong>. Vi era una certa dignità, un certo stoicismo. Poi divenne credente e, scrivendo i Promessi sposi, disse che le contraddizioni vanno affrontate confidando nella <strong>divina Provvidenza</strong>, che può anche servirsi della morte per liberarsi del don Rodrigo di turno e far trionfare il bene.<br />
Fiducia contro rassegnazione, provvidenza contro disperazione. Dove sta il trucco? Sta appunto nel far credere che dal paganesimo al cristianesimo vi sia stato un <strong>progresso</strong> di etica e di cultura, quando invece l&#8217;unico progresso era stato nell&#8217;illusione di credere possibile l&#8217;esistenza di un&#8217;entità separata dall&#8217;uomo, onnipotente e infinitamente buona, in grado di risolvere tutti i problemi dell&#8217;umanità.</p>
<p>E su questa strada si andò avanti per secoli e secoli, finché nel <strong>Mille</strong> (guarda caso nell’Italia cattolica) nacque una nuova figura sociale, il <strong>borghese</strong>, che, pur fingendo di credere ancora in quella illusione, pensò bene di mettere in pratica un principio diciamo più mondano, quello secondo cui la <strong>felicità</strong> è data dal <strong>denaro</strong>. Il borghese cominciò a pensare che meglio dell&#8217;Aldilà era l&#8217;Aldiquà, a condizione ovviamente che la religione non ponesse ostacoli insormontabili allo sfruttamento delle risorse umane e materiali. E così fu. Seppure <em>obtorto collo</em>, le due confessioni, prima cattolico-romana, poi, e soprattutto, protestante vennero incontro alle esigenze della nuova figura sociale.</p>
<p>Ci vollero altri secoli prima che qualcuno dicesse che questa forma di <strong>materialismo</strong> era rozza e volgare e che per arrivare a quella scientifica bisognava risolvere il problema dello sfruttamento, dopodiché non solo si sarebbe eliminata l&#8217;idea di provvidenza, ma si sarebbe anche considerata la morte come un falso problema. Col <strong>socialismo</strong> la morte torna ad essere vista come nella preistoria, una sorta di mera trasformazione della materia, nell&#8217;ambito di un universo infinito nello spazio e illimitato nel tempo. Un universo mai nato e mai destinato a morire.</p>
<p>Intanto però dobbiamo ancora combattere non solo col primato assoluto del <strong>denaro</strong>, imposto dalla borghesia, ma anche con l&#8217;idea cristiana che sponsorizza, anche a costo d’invocare il martirio, un tipo di felicità unicamente <strong>ultraterrena</strong>. Ma da dove viene ai cristiani questo modo mistico di considerare la morte? Viene dalla <strong>tomba vuota del Cristo</strong>. Invece di fare autocritica per non aver saputo impedire la crocifissione del loro leader e, soprattutto (perché questo fu ancora più grave), per non essere stati capaci di continuare il vangelo di liberazione nazionale (dall&#8217;oppressione romana e dal collaborazionismo interno), gli apostoli pensarono che la morte del Cristo era stata &#8220;necessaria&#8221;, voluta da dio-padre per riconciliarsi con gli uomini schiavi del peccato originale, impotenti a realizzare il bene.</p>
<p>La morte come <strong>riscatto</strong> morale, dal dolore, dall&#8217;insignificanza della vita, dalle sconfitte quotidiane, dall&#8217;incapacità d&#8217;essere se stessi: ecco con quale follia il cristiano vive la sua esistenza, ecco da dove proviene il risentimento nei confronti di chi gli dimostra che è solo un pavido. E&#8217; stata una fortuna per lui che il borghese abbia sostituito al dio uno e trino il dio quattrino. Grazie al borghese infatti il cristiano non urla più come san Paolo: “<em>Faccio non quello che voglio ma quello che non voglio: chi mi libererà da questo corpo di morte?</em>”.<br />
Ora sa quello che vede fare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="color: #006699;"><em><a href="http://www.homolaicus.com">Enrico Galavotti</a></em></span></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La morte ti rende libero</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2011 04:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/07/la-morte-ti-rende-libero/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/carcere1-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Bari, 27 giugno - D.S., detenuto di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio all’interno del bagno della sua cella. Teramo, 30 giugno - detenuto di 31 anni  si impicca in cella; è il trentesimo suicidio del 2011 nelle carceri  italiane. (dalla rassegna stampa di Ristretti Orizzonti) Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/carcere274.jpg"></a><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/carcere1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-24273" title="carcere1" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/carcere1.jpg" alt="" width="200" height="253" /></a>Bari, 27 giugno -</em></strong><em> D.S., detenuto di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio all’interno del bagno della sua cella.</em><br />
<strong><em>Teramo, 30 giugno -</em></strong><em> detenuto di 31 anni  si impicca in cella; è il trentesimo suicidio del 2011 nelle carceri  italiane.</em><br />
(dalla rassegna stampa di <em>Ristretti Orizzonti</em>)</p>
<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/07/carcere274.jpg"></a>Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie galere italiane è ancora più difficile. Per questo nelle carceri italiani si continua a morire. E nessuno fa nulla. Nelle carceri italiani c&#8217;è una vera e propria guerra fra la vita e la morte, ma i mass media preferiscono occuparsi delle guerre degli altri paesi.</p>
<p>Ai nostri governanti i <strong>suicidi in carcere</strong> fanno paura, per questo cercano di nasconderli. L&#8217;<strong>Assassino dei Sogni</strong> (come chiamo io il carcere) non vuole che fuori si sappia che suoi prigionieri hanno più paura di vivere che di morire.</p>
<p>Più nessuno parla e scrive del  perché in carcere sono così in tanti a togliersi la vita. L&#8217;Italia spreca lacrime di coccodrillo per la pena di morte negli altri paesi, invece i suoi prigionieri li mura vivi senza la compassione di ammazzarli prima, perché vuole che i detenuti abbiano il coraggio di ammazzarsi da soli. I nostri governanti dovrebbero sapere che per rimanere in vita bisogna amare la vita, ma come si può amarla chiusi in una cella di cemento e ferro, giorno dopo giorno, notte dopo notte, un anno appresso all&#8217;altro a vegetare?</p>
<p>I nostri politici dovrebbero sapere che in carcere in Italia si muore in tanti modi: di malattia, di solitudine, di sofferenza, di malinconia, di ottusa burocrazia e d&#8217;illegale legalità. E poi si muore perché per alcuni detenuti vivere nelle galere italiane è diventato un <strong>lusso</strong> che molti non si possono più permettere. Per questo ammazzarsi diventa una vera e propria necessità.</p>
<p>E questa non è una<strong> libera scelta</strong>, come alcuni cinici di turno potrebbero pensare, ma è una <strong>legittima difesa</strong> contro la sofferenza e l&#8217;emarginazione. La verità è che ormai in carcere in Italia t&#8217;impediscono di vivere, per questo alcuni detenuti decidono di non vivere più. Come dargli torto?</p>
<p>Io spero sempre  che in carcere nessuno si tolga la vita, ma non mi sento di condannare chi non ha il coraggio di vivere come un animale in gabbia. Ricordo che chi in carcere si ammazza non desidera proprio farlo, piuttosto vuole solo protestare per attirare l&#8217;attenzione su di sé. E che ci si uccide soprattutto per le<strong> restrizioni sociali e affettive</strong>.</p>
<p>Proporzionalmente al “fuori”,  in carcere si muore di più  non solo perché ci si toglie la vita da soli,  si muore più spesso semplicemente perché si è dimenticati dalla società, o non si viene curati bene.</p>
<p>La figlia di un <em>uomo ombra</em>, di un ergastolano che è morto qualche giorno fa, ha scritto a un nostro compagno: <em>«Mio padre è mancato con l’unica consolazione di morire accanto ai suoi figli. Nei pochissimi giorni trascorsi insieme mio padre raccontava sempre di voi tutti. Gli ho promesso che vi avrei scritto per avvisarvi, eravate per lui la seconda famiglia. Lui era molto malato, solo nel carcere di Parma dopo un’ infinità di istanze hanno scoperto che era affetto dì carcinoma polmonare in metastasi con la complicazione di diverse infezioni, una di quelle era l’enfisema polmonare, non ha fatto una lunga agonia è crollato di colpo, in due giorni se ne andato per sempre».</em></p>
<p>Quando qualcuno muore di carcere, in carcere o fuori,<strong> il caso non esiste</strong>. L’Assassino dei Sogni è una fabbrica di morti.</p>
<p>Intanto fuori i “buoni” continuano a fare i “buoni” lasciando che le carceri italiane si trasformino in lager. Buona morte  ai  “cattivi” che decidono di togliersi la vita perché dimenticati dalla società. E buona vita ai “buoni” e agli ignavi  che non fanno nulla per evitarlo.</p>
<p>(*)  c<em>arcere di Spoleto, ergastolo ostativo</em></p>
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		<title>Il kit-suicidio della nonnina americana</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 16:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virginia Romano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bioetica]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti&Rovesci]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[elio]]></category>
		<category><![CDATA[eutanasia]]></category>
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		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Sharlotte Hydorn]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio assistito]]></category>
		<category><![CDATA[virginia romano]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2011/06/il-kit-suicidio-della-nonnina-americana/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/05/sharlotte-hydorn-suicide-kit-300x234.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>L’elio è il gas dell’allegria. Siamo abituati ad associarlo a feste e palloncini, ricorrenze e candeline. Eppure questo gas, se inalato in forma pura, è letale.

Un’arzilla novantunenne dell’Oregon, Sharlotte Hydorn, ha brevettato e messo in vendita online un kit-suicidio. Il kit, composto da uno speciale sacchetto di plastica e un tubicino di [...]
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/05/sharlotte-hydorn-suicide-kit.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-22218" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2011/05/sharlotte-hydorn-suicide-kit-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>L’<strong>elio</strong> è il gas dell’allegria. Siamo abituati ad associarlo a feste e palloncini, ricorrenze e candeline. Eppure questo gas, se inalato in forma pura, è <strong>letale</strong>.</p>
<p>Un’arzilla novantunenne dell’Oregon, Sharlotte Hydorn, ha brevettato e messo in vendita online un<strong> kit-suicidio</strong>. Il kit, composto da uno speciale sacchetto di plastica e un tubicino di gomma da collegare alla bombola di elio (che in questo caso ha una valenza molto meno allegra), giunge all’acquirente al costo di 60 dollari.</p>
<p>L ’insolita attività commerciale di Sharlotte sarebbe però rimasta sconosciuta al grande pubblico (visto che l’Oregon è uno dei tre stati americani in cui il suicidio assistito è legale), se un ragazzo di soli 29 anni non avesse ordinato e utilizzato il kit-suicidio, purtroppo con successo. <a href="http://www.10news.com/news/27721552/detail.html"><strong>Nick Klonoski</strong></a>, questo il nome del ragazzo, soffriva da tempo di una forte depressione.</p>
<p>La morte di Klonoski aiuta a mettere a fuoco la principali componenti del problema. La prima, di natura più generale, riguarda i suoi aspetti <strong>legali</strong>. In Oregon esiste una normativa che autorizza al suicidio assistito malati terminali in grave stato di sofferenza. Klonoski non rientrava in questa categoria eppure la legalitizzazione di questa misura ha reso a sua volta legale l’attività commerciale della Hydorn consentendo al ragazzo di uccidersi attraverso <strong>questo</strong> strumento (e non uno dei molteplici altri). La seconda questione riguarda chi debba essere deputato alla gestione della morte, secondo quali regole, e le ragioni per cui l’attività di Sharlotte è così fiorente proprio in uno Stato ove un malato grave, teoricamente, può rivolgersi direttamente al medico, per morire.</p>
<p>Rispetto al primo punto immaginiamo che un giovane depresso se vuole togliersi davvero la vita ci riuscirà &#8211; purtroppo &#8211; in qualche modo. Di certo impressiona il fatto che Nick abbia potuto scientemente <strong>progettare</strong>, <strong>ordinare</strong>, <strong>pagare</strong> e <strong>utilizzare</strong> un kit pronto per l’uso ma questo aspetto non deve distogliere l’attenzione del problema. Ovvero che si trattava di una persona malata che avrebbe dovuto essere protetta e aiutata ad uscire dalla depressione.</p>
<p>Ciò che è opportuno ribadire riguarda il secondo punto. Nel caso straordinario dell’Oregon è lo Stato a gestire alcuni tipi di morte. Le limitazioni della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Assisted_suicide">legge</a> hanno sdoganato il mercato parallelo ove confluisce quella fetta della domanda cui lo Stato stesso &#8211; evidentemente &#8211; non da risposta. Il fatto che sia una singola persona a gestire questo commercio, e il fatto in sé che il suicidio possa essere commercializzato è una stortura.</p>
<p>Il fatturato della Hydorn è, tra l’altro, cospicuo e così pure l’entità del problema. Si parla, solo per lo scorso anno, di più di <strong>1600 kit</strong> venduti per un lordo di oltre<strong> 100.000 dollari</strong>. Collegare i meccanismi del guadagno alla morte é pericoloso poiché rischia di sollevare lo Stato &#8211; che idealmente è l’unica entità in grado di distribuire risorse in modo equo &#8211; dalla responsabilità di regolamentare il problema per darvi risposta.</p>
<p>L’<strong>eutanasia</strong> così come il <strong>suicidio assistito</strong> dovrebbero essere legalizzati in una forma controllata e dovrebbero potervi ricorrere tutte le persone cui la scienza, la medicina, l’assistenza non sanno dare risposta (in termini di gestione dei sintomi, del dolore, della sofferenza psicologica ed emotiva).</p>
<p>Gli esseri umani, sollevati dalla sofferenza, raramente desiderano accorciare il tempo che gli resta da vivere. Lo Stato deve preoccuparsi di portare tutte le persone sofferenti a desiderare  la vita, a godere del tempo rimasto dedicandolo ai propri cari e consentire a coloro per i quali la sofferenza è incoercibile di lasciare questo mondo pacificamente.<br />
L’attività della Hydorn è &#8211; per la sua natura privatistica &#8211; portata a creare un cortocircuito e ad amplificare la sperequazione sociale. Vi ricorreranno tutti coloro cui lo Stato non riesce a dare risposta &#8211; tipicamente le fasce deboli &#8211; e per cui la morte non è che una liberazione da questo <strong>abbandono</strong>, ma non l’unica opzione possibile.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="color: #006699;"><em>Virginia Romano</em></span></strong></p>
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