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	<title>Cronache Laiche &#187; Diritti&amp;Rovesci</title>
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	<description>Il quotidiano. Laico per vocazione</description>
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		<title>La &#8220;svuota carceri&#8221; che non svuoterà le carceri &#8211; Intervista a Irene Testa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 08:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Izzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/la-svuota-carceri-che-non-svuotera-le-carceri-intervista-a-irene-testa/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/carcere-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Ieri la Camera dei Deputati è stata infiammata dall’ennesima bagarre della Lega. Al grido di “vergogna, vergogna!” i cosiddetti onorevoli del Carroccio si sono scagliati contro il governo Monti quando, per voce del ministro Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento), ha posto la fiducia sul decreto “svuota carceri” presentato (e già approvato al Senato) dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/carcere.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-35725" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/carcere.jpg" alt="" width="261" height="193" /></a>Ieri la Camera dei Deputati è stata infiammata dall’ennesima bagarre della Lega. Al grido di “vergogna, vergogna!” i cosiddetti onorevoli del Carroccio si sono scagliati contro il governo Monti quando, per voce del ministro Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento), ha posto la fiducia sul decreto “svuota carceri” presentato (e già approvato al Senato) dal ministro della Giustizia Paola Severino. Quello della Lega, in realtà, è un fuoco di paglia, come ci spiega Irene Testa, presidente della Associazione radicale “Il Detenuto Ignoto”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto, questo voto di fiducia andava chiesto?</strong><br />
Il Governo ha fatto benissimo. Perché i 500 e passa emendamenti della Lega avrebbero svilito un decreto legge che è già svilito di per sé. Ma anche così finirà in un massacro. Perché in realtà si deve trovare un’altra chiave per risolvere la disumana condizione delle carceri e allo stesso tempo contrastare l’onda giustizialista e demagogica, spiegando meglio anche alla gente di cosa stiamo parlando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché dice che il decreto è già svilito?</strong><br />
Anche la legge Alfano approvata a fine 2011 fu chiamata… “sfolla carceri”: uscirono circa 3.000 detenuti, mentre in realtà era previsto che ne uscissero 8.000. Questo a causa del fatto che non c’era nessun automatismo e che la procedura era farraginosa: l’autorizzazione doveva essere sempre data dal magistrato di sorveglianza e in più occorreva che gli assistenti sociali giudicassero l’idoneità del luogo dove dovevano essere scontati gli arresti domiciliari. Una procedura che durava mesi e mesi, tanto che coloro che avrebbero potuto usufruire della legge finivano per uscire perché ormai avevano scontato la loro pena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con la “svuota carceri” di oggi non c’è differenza?</strong><br />
Ci sono gli stessi paletti e non molte differenze. Tranne per il fattore tempo. Si è aumentata da 12 a 18 mesi la parte finale della pena da poter scontare agli arresti domiciliari. E si è ridotto da 96 a 48 ore il tempo che un presunto reo deve attendere prima che un giudice decida se in carcere deve andarci oppure no, in attesa del processo. Ma si è scelto un’altra volta di portare avanti un provvedimento che non si può neppure definire un “pannicello caldo”, perché non servirà quasi a nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voi chiedete l’amnistia…</strong><br />
Il problema è questo: tranne i più “manettari” e giustizialisti, si scandalizzano ormai quasi tutti della situazione carceraria. Il presidente Napolitano ha ammonito sulla “prepotente urgenza”, il ministro Severino ha parlato di “tortura”, il presidente del Senato Schifani ha invocato la “improcrastinabile urgenza”… Però non forniscono soluzioni. Girano attorno al problema, senza provare a indicare la strada giusta. Mentre la situazione carceraria è estremamente grave. Anche se in tanti dicono che esagera, Marco Pannella ha assolutamente ragione quando parla di lager, fascismo, nazismo: basterebbe andare a visitare le galere rimanendoci dentro sette otto ore, come fanno i Radicali, per rendersene conto. Parlando quasi con ogni singolo detenuto delle condizioni di vita all’interno dell’istituto, come facciamo noi. Buona parte dei detenuti sono tossicodipendenti, per esempio, ma non solo: sono anche anoressici, malati, psichiatrizzati, per di più ingabbiati e ammassati insieme a tutti gli altri, che quando li vedi pensi “ecco il prossimo che si suicida”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi ci sono gli immigrati, che sono dentro per un reato di “clandestinità” che abbiamo inventato noi…</strong><br />
E sono sempre quelli che pagano di più. Sui domiciliari, per esempio, c’è un aspetto molto rilevante: gli immigrati, un domicilio dove andare, non ce l’hanno nemmeno! E quindi non usciranno, legge o non legge. Questo è successo anche con la legge Alfano. Per non parlare della mole di fascicoli che prima il magistrato di sorveglianza e poi gli assistenti sociali devono esaminare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E così, al posto di snellire gli iter giudiziari, se ne aggiungono degli altri…</strong><br />
Esatto. Diciamo che la giustizia è intasata e adesso per mesi e mesi si dovranno bloccare tutti gli altri provvedimenti: perché le carceri sono sì sovraffollate, ma nessuno vuole mettere un automatismo per svuotarle. O dire, chessò, che i detenuti che devono scontare una pena inferiore ai tre anni devono uscire, punto e basta!</p>
<div id="attachment_35731" class="wp-caption alignleft" style="width: 135px"><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/irenetesta1.jpg"><img class="size-full wp-image-35731  " src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/irenetesta1.jpg" alt="" width="125" height="160" /></a><p class="wp-caption-text">Irene Testa</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contate ancora in un intervento più diretto del Presidente della Repubblica?</strong><br />
Di appelli a Napolitano ne abbiamo fatti più d’uno, in questi mesi. Ma il problema è che tutte le dichiarazioni di intenti, non si traducono in fatti. Tutti si rigirano la famosa frase di Voltaire sul fatto che il grado di civiltà di una nazione si vedrebbe dalle condizioni delle sue carceri, ma poi non si va ad analizzare veramente quali siano queste condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voi insistete molto anche sul nodo della carcerazione preventiva.</strong><br />
Certo. Intanto il 42% della popolazione carceraria è in attesa di giudizio, per poi accorgersi che il 30% è pure innocente… Inoltre non c’è alcuna distinzione tra quelli in attesa di giudizio e quelli già condannati; i cosiddetti “nuovi giunti”, dovrebbero essere messi in reparti diversi e accolti con uno staff di educatori e di psicologi, ma ciò non sempre avviene. O, al contrario, in quei reparti al posto di una settimana ci stanno per un anno. Questo per dire che livello di schizofrenia vige nelle carceri. Senza contare che è stata fatta una stima secondo cui la maggior parte dei suicidi avviene proprio durante la prima settimana di detenzione. L’anno scorso i suicidi sono stati più di settanta, dall’inizio di quest’anno già quattro si sono tolti la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensa, per concludere, dell’altra questione dibattuta in questi giorni in tema di giustizia: la responsabilità civile dei magistrati?</strong><br />
Condivido assolutamente l’emendamento Pini. In realtà non sarebbe dovuto nemmeno servire, un emendamento come quello, visto che gli italiani avevano già votato a favore di un nostro referendum del lontano 1987, che poi – come sempre – era stato stravolto, e a soli dodici mesi dalla morte di Enzo Tortora, dall’introduzione della legge Vassalli. Ed è scandaloso che in questi giorni si siano sentite voci di tutti i tipi contro questa idea della responsabilità civile dei magistrati, da Gomez e Travaglio a Di Pietro, fino alla Finocchiaro stessa. Spero proprio che in Senato non si facciano “carte false” per respingere l’emendamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che, come diceva, sarebbe soltanto il naturale prolungamento di una volontà popolare già espressa anni fa…</strong><br />
C’è anche di più: il Corriere della Sera, nei giorni scorsi, ha pubblicato un sondaggio in cui l’82% dei cittadini si dice favorevole a una norma sulla responsabilità civile dei magistrati, mentre è contrario solo il 18%. Sono quasi le stesse percentuali con cui il referendum “Tortora” vinse. Questo per dire anche che questa sarà una delle prime volte in cui le battaglie populiste e giustizialiste di Di Pietro e compagni non avranno seguito, non saranno applaudite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un cittadino che oggi voglia chiedere allo Stato un risarcimento per una ingiusta condanna, cosa può fare?</strong><br />
Nella situazione attuale, per far condannare lo Stato, si devono affrontare ben nove gradi di giudizio. Tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità e altri tre per l’eventuale rivalsa del ministero della Giustizia. Volete altri numeri? In 24 anni le cause avviate sono state 406, quelle ritenute ammissibili 34 e le condanne sono state soltanto 4! Ma penso che finalmente l’opinione pubblica sia arrivata alla visione che anche il giudice che sbaglia deve pagare, come pagano tutti i cittadini che sbagliano: perché qui stiamo parlando di errori dietro ai quali ci sono vite umane, intere famiglie che vengono distrutte, anche economicamente. Con traumi che ci vorranno anni per superare. Senza contare che molte persone non avranno nemmeno la forza e i soldi per mandare avanti le richieste di risarcimento.</p>
<div style="color: #ffffff;">Paolo Izzo</div>
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		<title>Violenza sessuale: il difficile iter di una legge</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 07:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/violenza-sessuale-il-difficile-iter-di-una-legge/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-06-a-16.12.21-300x231.png class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Giorni fa la Corte di Cassazione confermava la possibilità di applicare misure cautelari alternative al carcere in caso di indagati per stupro di gruppo. Il che offre lo spunto per ripercorrere il difficile iter che ha avuto in Italia la legge sulla violenza sessuale nei confronti delle donne. Secondo i più recenti dati dell’Istat, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-06-a-16.12.21.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-35557" title="Schermata 2012-02-06 a 16.12.21" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-06-a-16.12.21-300x231.png" alt="" width="300" height="231" /></a>Giorni fa la Corte di Cassazione confermava la possibilità di applicare misure cautelari alternative al carcere in caso di indagati per <strong>stupro di gruppo</strong>. Il che offre lo spunto per ripercorrere il <strong>difficile iter</strong> che ha avuto in Italia la legge sulla violenza sessuale nei confronti delle donne.</p>
<p>Secondo i più recenti <strong>dati</strong> dell’Istat, si stima che 1 donna su 3 tra i 16 e i 70 anni è stata vittima nella sua vita dell&#8217;aggressività di un uomo (in particolare le giovani dai 16 ai 24 anni per il 16,3%). 6 milioni e 743 mila sono, nel complesso, quelle donne che hanno subito violenza fisica e sessuale. Quasi 700 mila donne hanno subito violenze ripetute dal partner e avevano figli al momento della violenza (nel 62,4% dei casi i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza). Nella quasi totalità dei casi le violenze sessuali sulle donne non sono denunciate: circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle dal partner. Risulta considerevole la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite. Inoltre, la violenza psicologica è stata subita da 7 milioni 134 mila donne: le forme più diffuse sono l&#8217;isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le intimidazioni (7,8%).<br />
Per dare l’idea del degrado e dell’<strong>arretratezza</strong> della giurisprudenza italiana in tema di violenza sessuale bastano due elementi. Una sentenza della cassazione del 20 febbraio 1967 recitava: «<em>Costituisce violenza qualsiasi impiego di forza fisica esercitata sull’altrui persona, maggiore o minore, a seconda delle circostanze, che abbia posto il soggetto passivo in condizione di non poter opporre tutta la resistenza che avrebbe voluto. Mentre non può raffigurarsi violenza in quella necessaria a vincere la <strong>naturale ritrosia</strong> femminile</em>». Da quella sentenza veniva legittimata, in giurisprudenza ma soprattutto nell’opinione pubblica, l’assurda idea che alle donne piacesse subdolamente essere violentate. Qualche anno dopo, il Tribunale di Bolzano con sentenza del 30 giugno 1982, sosteneva: «<em>Qualche iniziale atto di forza o di violenza da parte dell’uomo, secondo una diffusa concezione, non costituisce violenza vera e propria, dato che la donna, soprattutto fra la popolazione di bassa estrazione sociale e di scarso livello culturale, <strong>vuole essere conquistata</strong> anche in maniere rudi, magari per crearsi una sorta di alibi al cedimento ai desideri dell’uomo</em>».</p>
<p>Quella contro la violenza sessuale è stata una tra le leggi che ha avuto l’iter parlamentare più difficile e lungo (<strong>quasi 20 anni</strong>) della storia d’Italia. La prima proposta di legge fu presentata nel <strong>1977</strong> dal Pci. La riforma delle norme contro la violenza sessuale era stata discussa da anni, ed aveva avuto una forte accelerazione quando, in occasione del processo per i <strong>delitti del Circeo</strong>, il movimento delle donne aveva dato vita a manifestazioni, tra il 1975 e il 1976, nel tentativo di sollecitare l&#8217;opinione pubblica e i partiti ad occuparsi della questione. Nel 1979, infatti, venne preparata una legge di iniziativa popolare, che raccolse oltre trecentomila firme, e che fu presentata in parlamento insieme ad altre 7 proposte di legge presentate dalle diverse forze politiche.<br />
Ancora negli <strong>anni Ottanta</strong>, a classificare i reati di violenza sessuale era niente di meno che il <strong>codice Rocco</strong> d&#8217;epoca fascista, che li considerava “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, dividendoli in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all&#8217;onore sessuale”.</p>
<p>Nel 1982 la commissione giustizia della Camera approvava il testo unificato delle proposte di legge relative alla nuova <a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-06-a-16.24.56.png"><img class="alignright size-medium wp-image-35558" style="margin-left: 10px;" title="Schermata 2012-02-06 a 16.24.56" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Schermata-2012-02-06-a-16.24.56-300x228.png" alt="" width="300" height="228" /></a>disciplina penale. Cinque proposte dei vari partiti erano confluite in un unico testo. La violenza sessuale non ledeva più solo la moralità pubblica, ma offendeva innanzitutto la persona, violando il suo diritto fondamentale di decidere liberamente della propria vita sessuale. Era superata la distinzione tra congiunzione carnale e gli atti di libidine, così che le donne non sarebbero più state costrette, almeno teoricamente, a subire l&#8217;ulteriore violenza dei minuziosi reiterati interrogatori processuali, comprese le domande sulla vita privata e sulle relazioni sessuali. Intendeva instaurare la procedura d&#8217;ufficio per la persecuzione del reato, anziché la querela di parte, in altre parole, nei casi di violenza, l&#8217;iniziativa di perseguire i colpevoli doveva spettare sempre allo stato e non doveva essere, invece, sempre e solo la donna a decidere. Inoltre, spingeva per ammettere la partecipazione al processo, come parte civile, delle associazioni e dei gruppi organizzati delle donne.<br />
Le opposizioni manifestate da parte del <strong>mondo cattolico</strong> bloccavano l’iter della legge e lo vincolavano ad emendamenti restrittivi. Nel 1986, intanto, il <strong>parlamento europeo</strong> approvava una risoluzione che invitava gli stati membri della comunità ad elaborare una legislazione che cancellasse la distinzione tra stupro e atti di libidine violenta, che qualificasse la violenza sessuale come delitto contro la persona, che riconoscesse come reato la violenza tra marito e moglie, che rendesse la violenza sessuale un reato perseguibile sempre d&#8217;ufficio dalle autorità pubbliche.</p>
<p>Ma in Italia le cose procedevano decisamente in un’altra direzione. La <strong>Dc</strong>, fomentata dalla Chiesa che intendeva arroccarsi sempre più a difesa della cosiddetta <strong>famiglia tradizionale </strong>(come se il fronte laico, pretendendo una legge decente contro la violenza sessuale, attentasse mai alla sacralità della famiglia!), e confortata dalle sentenze dei tribunali italiani, continuava a non riconoscersi nel testo rispetto alla questione della procedibilità d’ufficio (proposta fin dall&#8217;inizio da socialisti e movimento delle donne), distinguendo atti gravi e meno gravi, rispetto alla querela all’interno della coppia e alla questione dei minori cui era vietata ogni forma di effusione anche se consenzienti. In parlamento, in questo caso, non esisteva affatto il fronte laico ma solo quello “governativo”: Pli, Pri e Psdi avevano infatti votato compatti con la Dc.<br />
Solo nel <strong>1995</strong>, dopo anni di nulla di fatto, mentre nel frattempo molti dei partiti storici avevano cambiato nome e struttura, alcune deputate donne decisero di superare l’ostacolo e si riunirono, senza distinzioni ideologiche, ed insieme esaminarono le successive 14 proposte di legge preparando un testo unico. Ci fu una accesissima discussione tra forze politiche in parlamento e sulla stampa e, alla fine, la legge venne approvata nel 1996 con 339 voti favorevoli, 39 contrari e 15 astenuti, e stabiliva che <strong>chiunque</strong>, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringesse qualcuno a compiere o subire atti sessuali, era punito con la reclusione da cinque a dieci anni (da 6 a 12 se su un minore).<br />
A livello internazionale, la dichiarazione sull&#8217;eliminazione della violenza contro le donne era redatta dall&#8217;Onu nel 1993 ed era frutto di una forte pressione dei movimenti a difesa dei diritti femminili, culminata nella conferenza di Vienna sui diritti umani, dove si indicava, per la prima volta, una definizione ampia di questo tipo di violenza: «<em>qualunque atto che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata</em>». Poi l’Assemblea del Millennio dell&#8217;Onu del <strong>2000</strong>, nella sua Dichiarazione finale, poneva la lotta alla violenza contro le donne come uno degli obiettivi centrali delle Nazioni Unite.</p>
<p>In <strong>Francia</strong> la legge sulla violenza sessuale è stata modificata nel 1990: è perseguito come tale <strong>ogni atto di penetrazione sessuale</strong> di qualsiasi natura, commesso o tentato sulla persona altrui con violenza, costrizione, minaccia o sorpresa. La pena prevista va da un minimo di 10 anni ad un massimo di 20, con la possibilità della reclusione a vita in caso di aggravanti o stupri di gruppo. In <strong>Belgio</strong> la legge, votata all’unanimità nel 1982, definisce lo stupro come un atto commesso su una persona in qualunque modo <strong>non consenziente</strong>. Non vi è l’obbligo della vittima di dimostrare che vi sono state minacce di morte e che si è opposta fortemente alla violenza, basta che dimostri che non vi era il consenso. La vittima ha il diritto all’anonimato e all’assistenza da parte dello stato. In <strong>Spagna</strong> nel 1989 la legge sulla violenza sessuale inseriva quel tipo di reati tra i delitti contro la libertà sessuale e non, come in precedenza, contro l’onestà. Punisce il reato con una pena che va da un minimo di 12 ad un massimo di 30 anni. Per poter iniziare l’azione penale è sufficiente la denuncia della persona lesa oppure di un suo ascendente diretto, di un rappresentante legale o custode di fatto. Il successivo perdono della parte lesa non estingue l’azione penale. Chi viene riconosciuto colpevole deve anche risarcire le vittime. In <strong>Lussemburgo</strong> la legge distingue gli atti atti di libidine violenta dallo stupro e prevede condanne fino a 15 anni di reclusione, mentre in <strong>Irlanda</strong>, per questo genere di reato, è previsto l’ergastolo.</p>
<p>Alla luce di questo quadro storico e comparativo, appare evidente che la legge italiana debba e possa essere ancora migliorata, ma per far ciò occorrono almeno due fattori concomitanti: l’<strong>attenzione costante dell’opinione pubblica </strong>sul problema, raggiunta mediante una informazione capillare e diffusa da parte della stampa, e la <strong>sensibilità al tema</strong> delle diverse forze politiche presenti in parlamento. Una legge può cambiare (o meno) il costume generale di un paese se di essa si parla, si discute, se viene fatta conoscere, se non resta un fatto privato degli addetti ai lavori o delle associazione delle sole vittime di violenza sessuale. Le leggi che hanno riguardato e coinvolto le donne, hanno sempre avuto questo carattere sociale, pubblico, diffuso: ciò è valso per il divorzio, per l’aborto, e così ci pare debba essere anche per la violenza sessuale. I <strong>pregiudizi</strong> che si annidano e prolificano nella comune opinione circa la sessualità e la liceità o meno dei relativi atti sessuali (più o meno violenti) sono davvero tanti. Predomina una mentalità sessuale maschilista, confusa e inquieta, turbata da antiche superstizioni e da incontrollate passioni, viziata da correnti, banali e pigramente accettate opinioni, spesso avallate e incentivate da comportamenti di singoli parlamentari cosiddetti “machi” o “celoduristi”.<br />
Lo scandalo dell’<strong>uguaglianza</strong>, affermata dalla Costituzione e negata nella pratica, offende principalmente le donne che sono le principali destinatarie (ma non le uniche) della violenza sessuale. L’uguaglianza non esiste nei fatti a causa, soprattutto, della mentalità distorta, spesso anche torbida, che in maggiore o minore misura sopravvive in noi tutti, anche a volte nelle stesse vittime, anche nelle donne che pure, lucidamente e coraggiosamente, la combattono. Poiché questa <strong>distorta mentalità</strong> sopravvive, tutti dobbiamo vigilare con un’attenzione critica e autocritica continua, affinché non riaffiorino pregiudizi ancestrali molto pericolosi. Questo perché proprio i <strong>tanti tabù</strong> che avvolgono il sesso e che sono gli stessi che purtroppo incoraggiano gli inclini alla violenza, dissuadono le stesse vittime dall’esigere giustizia. E questo, in un paese civile, non è bene che accada.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Giambattista Scirè</div>
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		<title>La corsa a ostacoli della contraccezione d’emergenza</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 16:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/la-corsa-a-ostacoli-della-contraccezione-d%e2%80%99emergenza/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/pillola-5-giorni-dopo-300x200.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Non è ancora giunta a termine la tortuosa strada di EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo. Approdata nelle farmacie italiane alla fine dello scorso novembre dopo tre anni di rimpalli tra commissioni parlamentari, Consiglio Superiore di Sanità e Aifa (Agenzia italiana del farmaco), il contraccettivo di emergenza da assumere entro 120 ore da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/pillola-5-giorni-dopo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35415" title="pillola-5-giorni-dopo" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/pillola-5-giorni-dopo-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Non è ancora giunta a termine la tortuosa strada di <strong>EllaOne</strong>, la pillola dei cinque giorni dopo. Approdata nelle farmacie italiane alla fine dello scorso novembre dopo tre anni di rimpalli tra commissioni parlamentari, Consiglio Superiore di Sanità e Aifa (Agenzia italiana del farmaco), il contraccettivo di emergenza da assumere entro 120 ore da un rapporto a rischio è ancora oggetto di veti e strali, ricatti e minacce.  Al punto da aver condizionato, a fine dicembre, la fuoriuscita di scena della <strong>liberalizzazione dei farmaci di fascia C</strong> (quelli con obbligo di ricetta ma economicamente a carico del paziente) dal decreto Salva Italia. Già, perché accanto ai farmacisti con gli scudi alzati contro una norma che avrebbe tolto loro il monopolio di un business del valore di più di <strong>3 miliardi di euro l’anno </strong>(dati 2010), è scesa in campo l&#8217;influente Chiesa, rappresentata dal <strong>Movimento per la vita</strong>, che ha chiesto ai «<em>parlamentari dichiaratamente sensibili ai valori “non negoziabili” di agire per modificare questi aspetti della manovra</em>», come riporta la rubrica <em>Vatican Insider</em> de <em>LaStampa.it</em>. Richiesta naturalmente accolta dal governo Monti.</p>
<p>Il rischio paventato dal Vaticano era che sia della pillola del giorno dopo sia di quella dei cinque giorni dopo, in quanto farmaci di fascia C, venisse<strong> liberalizzata la vendita</strong>. Il che non avrebbe significato eliminare l’obbligo di prescrizione medica come temevano i porporati, ma solo vendere i contraccettivi d&#8217;emergenza anche nelle parafarmacie e nei supermercati e comunque alla presenza di un farmacista. Ma si sa, quando si parla di libertà le gerarchie ecclesiastiche confondono fischi per fiaschi.  Per ora, quindi, tutti contenti. I farmacisti perché non rinunciano al lucroso monopolio e il Vaticano perché ha scongiurato i sedicenti pericoli di una diffusione più capillare della vendita delle diaboliche pillole. Il che, unito alla campagna pressante affinché anche i farmacisti agiscano “secondo coscienza” e possano rifiutare di vendere alcuni farmaci – nonostante sia per legge interruzione di pubblico servizio – rassicura abbastanza chi cerca di tenere in scacco la vita e la libertà altrui.</p>
<p>Per ora, appunto, perché non è detta l’ultima parola. L’<strong>Aifa</strong> sta definendo proprio in questi giorni i criteri secondo cui alcuni farmaci di fascia C perderanno l’obbligo della prescrizione medica e potranno quindi essere venduti come farmaci da banco. «<em>Abbiamo appena ottenuto</em> &#8211; ha dichiarato Luca Pani, direttore generale dell’Aifa &#8211; <em>le liste di farmaci da banco di tutti i Paesi del mondo. L&#8217;Aifa ha bisogno di documentarsi, perché la parte scientifica è la più importante per noi, e la scienza ha i suoi tempi</em>». Ci piacerebbe credere che sia davvero così, e che magari EllaOne possa essere venduta, come negli Stati Uniti, alle maggiorenni senza obbligo di ricetta. Ma i pregressi ci rendono scettici: è stata l’Aifa stessa, qualche mese fa, a stabilire che la pillola dei cinque giorni dopo potesse essere prescritta solo a valle della presentazione di<strong> test di gravidanza ematico negativo</strong>, rendendo l’Italia l’unico paese al mondo in cui un anticoncezionale di emergenza viene prescritto <strong><a href="http://www.cronachelaiche.it/2011/10/la-pillola-dei-cinque-giorni-dopo-arriva-tre-anni-dopo-e-solo-se-non-ce-n%E2%80%99e-bisogno/">solo se non serve</a></strong>.</p>
<p><em>Dulcis in fundo</em>, un altro attacco all’autodeterminazione delle donne è in agguato: il Movimento per la vita ha presentato al Tar del Lazio un <strong>ricorso contro l’Aifa</strong> chiedendo l’annullamento del via libera alla commercializzazione di EllaOne. «<em>Sotto accusa</em> – si legge nella comunicazione ufficiale del Movimento &#8211; <em>è soprattutto la definizione di </em><em>&#8220;contraccettivo d’emergenza da assumersi entro centoventi ore (cinque giorni) da un rapporto sessuale non protetto o dal fallimento di altro metodo contraccettivo&#8221; che quindi non può </em>&#8220;<em>costituire un metodo concezionale regolare</em>&#8220;». Ci risiamo. La pillola dei cinque giorni dopo è ritenuta – dalla comunità scientifica mondiale, mica solo dall’Aifa &#8211; un farmaco contraccettivo perché inibisce la fecondazione e impedisce l’impianto nell’utero di un eventuale ovulo fecondato. Ma ciò non basta ai “sostenitori della vita”, che affermano: «<em>La scienza moderna ha determinato che il concepimento di un nuovo individuo vivente appartenente alla specie umana e di conseguenza l&#8217;inizio della gravidanza che ne consente lo sviluppo avviene nel momento in cui il gamete maschile si unisce ad un ovocita materno</em>». Ergo, EllaOne è un farmaco <strong>abortivo</strong> e non <strong>contraccettivo</strong> secondo una non meglio definita «<em>scienza moderna</em>» che avrebbe assunto come portavoce ufficiale proprio il Movimento per la vita. Ma allora, ci chiediamo, perché non dire direttamente che il «<em>concepimento di un nuovo individuo» </em>avviene nell’attimo stesso dell&#8217;insorgere del desiderio sessuale visto che la sua unica motivazione è, secondo questi signori, la procreazione?</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Cecilia Maria Calamani</div>
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		<title>Religioso silenzio sulle mutilazioni genitali femminili</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 13:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Izzo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti&Rovesci]]></category>
		<category><![CDATA[6 febbraio]]></category>
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		<category><![CDATA[papa]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/religioso-silenzio-sulle-mutilazioni-genitali-femminili/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/6febbraio-300x199.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, sui media di un Paese monosessualmente maschile e misogino come il nostro, si è parlato ben poco. E&#8217; stata oggi, lunedì 6 febbraio, ma è come se il problema non ci riguardasse, sebbene solo in Italia siano più di 90.000 le donne a rischio di infibulazione, tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/6febbraio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35548" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/6febbraio-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Della giornata mondiale contro le <strong>mutilazioni genitali femminili</strong>, sui media di un Paese monosessualmente maschile e misogino come il nostro, si è parlato ben poco. E&#8217; stata oggi, lunedì 6 febbraio, ma è come se il problema non ci riguardasse, sebbene solo in Italia siano più di <strong>90.000</strong> le donne a rischio di infibulazione, tra cui quasi <strong>8.000</strong> bambine. Si dà atto al solo quotidiano <em>La Stampa</em> di averne parlato, citando i dati raccolti dalle associazioni &#8220;L&#8217;Albero della Vita&#8221; e &#8220;Nosotras&#8221;, che parlano di <strong>140 milioni di donne mutilate ogni anno nel mondo!</strong></p>
<p>In compenso, da noi, si sa sempre tutto quello che dice il papa nel cosiddetto Angelus: domenica, ben guardandosi dal citare, anche solo per la retorica di rito, questo vero <strong>stupro di massa</strong> che donne e bambine subiscono nel mondo, Ratzinger si è espresso invece sulle malattie e sul modo per guarire. Oltre alle cure &#8220;appropriate&#8221;, secondo l&#8217;uomo in bianco, ci vuole la fede per sconfiggere radicalmente il male! Ecco, vada a dirlo alle donne mutilate genitalmente, peraltro per motivi religiosi: non sia mai che, pregando, si possa magicamente ricostruire anche il loro desiderio sessuale.</p>
<div style="color: #ffffff">Paolo Izzo</div>
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		<title>Stupro di gruppo e giustizia esemplare</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 00:13:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Ancona</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abusi]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti&Rovesci]]></category>
		<category><![CDATA[Discriminazioni]]></category>
		<category><![CDATA[arresto]]></category>
		<category><![CDATA[cassazione penale]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Gallo]]></category>
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		<category><![CDATA[Striscia la notizia]]></category>
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		<category><![CDATA[stupro di gruppo]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/stupro-di-gruppo-e-giustizia-esemplare/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/la-ciociara-300x218.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>«Niente galera agli stupratori in branco». «Stupro di gruppo? Niente carcere. Vergogna!». Questi sono solo due esempi di come è dilagata su Facebook, il social network che si è sostituito alla informazione tradizionale, ossia quella basata sulle fonti, la notizia della sentenza della terza sezione penale della Cassazione sul carcere preventivo per gli accusati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-35395" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/la-ciociara-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" />«<em>Niente galera agli stupratori in branco</em>». «<em>Stupro di gruppo? Niente carcere. Vergogna!</em>». Questi sono solo due esempi di come è dilagata su Facebook, il social network che si è sostituito alla informazione tradizionale, ossia quella basata sulle fonti, la notizia della sentenza della terza sezione penale della <strong>Cassazione</strong> sul carcere preventivo per gli accusati di <strong>stupro di gruppo</strong>.  Come se la Cassazione avesse annullato la pena per l’odioso reato declassandolo a semplice bravata. Niente di più falso, e stupisce come anche comitati attenti alla difesa dei diritti delle donne come <em>Se non ora quando?</em> abbiano soffiato sul fuoco della mistificazione.</p>
<p>In base a quanto stabilito dalla suprema Corte, il giudice non sarà più obbligato a disporre la custodia cautelare in carcere nei confronti degli indagati di violenza carnale di gruppo, ma dovrà comunque decidere se possano essere applicate <strong>misure cautelari alternative</strong>, senza sacrificare la libertà individuale. Il modo in cui buona parte dell’opinione pubblica ha reagito alla sentenza induce a riflessioni che vanno oltre al caso specifico. La decisione ha semplicemente riaffermato il principio costituzionale di presunzione di innocenza e quello di prevalenza della libertà personale, nel senso di limitare come ultima e grave scelta l’utilizzo delle misure cautelari detentive in carcere.</p>
<p>A correzione della dilagante disinformazione che vede nel “l’ha detto un mio amico” un’autorevole prova, Domenico Gallo ha fatto in maniera eccellente il punto della situazione sul blog di <em>Micromega</em> in un articolo dal titolo “<a href="http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/02/03/domenico-gallo-per-favore-non-sparate-sulla-cassazione/" target="_blank">Per favore non sparate sulla Cassazione</a>”.</p>
<div id="attachment_35463" class="wp-caption alignleft" style="width: 280px"><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/stupro.jpg"><img class="size-medium wp-image-35463  " title="stupro" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/stupro-300x300.jpg" alt="" width="270" height="270" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;immagine dilagata su Facebook dopo la sentenza</p></div>
<p>L’atteggiamento di indignazione diffusa verso la sentenza, in particolare sui mass media, lascia però trasparire anche altro: in parte è come se il nostro paese si trovasse in una condizione di schizofrenia sociale e culturale, per cui da un lato <strong>non</strong> si coltivano i valori della civile convivenza e del rispetto reciproco (che anzi, vengono continuamente minacciati e sminuiti), mentre dall&#8217;altro diventa pressante la richiesta di <strong>giustizia esemplare</strong> nei confronti di chi quei valori non li rispetta. Cosa pensare infatti della folla inferocita che a Torino <a href="http://www.cronachelaiche.it/2011/12/tra-al-lupo-al-lupo-e-caccia-alle-streghe/" target="_blank">assaltò un campo nomadi</a> dopo la notizia dello strupro di una ragazzina (poi rivelatosi una invenzione )?</p>
<p>In ogni caso, parrebbe anche che per una parte dei critici il principio espresso da <strong>Voltaire</strong>, per cui è sempre preferibile che ci sia un colpevole in libertà piuttosto che un innocente in galera, sia stato relegato tra le bizzarre affermazioni di romantici giuristi illuministi.</p>
<p>Sintomatico di giustizialismo mediatico è inoltre il <strong>risalto morboso</strong> e l’uso dei fatti di cronaca nera in televisione: anche qui l’ordine sociale si ritiene ristabilito quando vi è l’amplificazione e l’anticipazione del giudizio in prima serata, la gogna mediatica, il mostro in manette.<br />
Non si spiega altrimenti il successo di alcune trasmissioni televisive con funzione <strong>catartica</strong> quali <em>Porta a Porta</em> o altre che pure nascono come inchieste giornalistiche, in particolare <em>Striscia la Notizia</em> e <em>Le Iene</em>. Assistendo alle puntate di questi ultimi due programmi Mediaset si immagina una società senza più regole, in cui è giustificata la diffidenza verso il prossimo e verso ogni istituzione ma, guarda caso, non verso la stessa <strong>televisione</strong>: è lì che amministratori corrotti, politici inetti, truffatori di ogni tipo, vengono stanati dalle telecamere dei giornalisti, braccati, resi grotteschi dalle inquadrature e dai commenti musicali (risate preregistrate incluse) e in ultimo gran finale con ballerine seminude. Ciascuno di essi è esibito come un mostro, anche se in fondo non è molto dissimile da noi: così come accadeva al caprone che veniva fatto precipitare da un dirupo durante i festeggiamenti dello Yom Kippur tra gli ebrei, il <strong>capro espiatorio</strong> cui si addossavano le colpe di tutti, tocca a lui essere al centro della scena.</p>
<p>Ogni crimine è figlio della società e, nel caso dello stupro, di una società che attraverso la <strong>tv </strong>e <strong>i mezzi di comunicazione</strong> sembra da un lato alimentare la voglia di pugno di ferro ma nello stesso tempo diffonde una cultura misogina, discriminatoria, maschilista, razzista. Nessuno si deve sentire assolto, fino a quando i mostri o i complici saremo noi.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Giuseppe Ancona</div>
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		<title>Libertà di stampa in Italia: oggi come ieri</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicoletta Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti&Rovesci]]></category>
		<category><![CDATA[Br]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/liberta-di-stampa-in-italia-oggi-come-ieri/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/libertà-di-stampa-250x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>«La stampa italiana costituisce un enorme problema sia per quanto riguarda il suo ordinamento e sviluppo, sia per quanto riguarda la sua indipendenza. Il tema fu già posto da Einaudi alla Costituente, ma né allora né dopo si è riusciti a risolvere questo enorme problema di libertà e dei diritti umani. Non so come giocherà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/libertà-di-stampa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35174" title="libertà-di-stampa" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/libertà-di-stampa-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></a>«<em>La stampa italiana costituisce un enorme problema sia per quanto riguarda il suo ordinamento e sviluppo, sia per quanto riguarda la sua indipendenza. Il tema fu già posto da Einaudi alla Costituente, ma né allora né dopo si è riusciti a risolvere questo enorme problema di libertà e dei diritti umani. Non so come giocherà la nuova legge sulla stampa; ma è certo che la gestione giornalistica è talmente costosa da essere proibitiva [...] Il Paese è così dominato da cinque o sei testate. Questi giorni hanno dimostrato come sia facile chiudere il mercato delle opinioni. Non solo non troverai opinioni, ma neppure notizie. Forse è questo un aspetto particolare di una crisi economica, che non può non essere anche una crisi editoriale</em>».</p>
<p>Diciamo subito che la frase si colloca alla fine degli anni Settanta. Sfidiamo chiunque, a parte qualche illustre storico ferratissimo sull&#8217;argomento, a indovinare quando e chi ha scritto queste parole. Proviamo a fare un gioco di ipotesi. Non può essere stato un grande scrittore o un artista dell&#8217;epoca, almeno per due ragioni: analizzandola filologicamente si nota che la frase si addentra nel tecnico, non è ad effetto, non è altamente poetica, evocativa, accattivante e neppure un po&#8217; populista; inoltre, morto <strong>Pasolini</strong> (morto non a caso, ma probabilmente proprio per i suoi modi di esprimersi controcorrente, spesso imbarazzanti), nessun altro, a conti fatti, ha posto la questione della libertà di stampa in Italia in termini così netti, almeno a quei tempi. Altro discorso è poi quando è arrivato il conflitto di interessi di Berlusconi, e tutti gli intellettuali si sono svegliati dal torpore ed hanno cominciato, un giorno sì e l&#8217;altro pure, a porre il problema, facendone anzi un cavallo di battaglia buono per aizzare le folle e vendere qualche copia in più dei loro libri o <em>pamphlet</em>. No, non di un grande intellettuale si tratta. Non può essere stato nemmeno un gettonato opinionista o un grande giornalista della carta stampata, perché sarebbe stato come sputare nel piatto dove mangia. Il coraggio e le belle parole le profondono e le dispensano, ampiamente, su altri temi (cavalcando l’onda dell’emozione e del sensazionalismo, dal caso Tortora a Vanna Marchi, da Moggi al capitan Schettino). Non può essere stato, infine, una personalità politica di primo piano nel culmine delle sue funzioni di potere, né con incarichi al governo, per ovvie ragioni di relazioni e scambi di favore con le stesse grandi testate, né all&#8217;opposizione, tenuto conto che, dalla fine degli anni sessanta in poi, il più grande partito di opposizione, cioè a dire il <strong>Pci</strong>, ha cercato in tutte le maniere di superare quell&#8217;isolamento (la cosiddetta <em>convention ad excludendum</em> non era valida solo per l&#8217;approdo al governo ma anche per lo spazio su Tv e giornali a grande tiratura) a cui era stato costretto dalla<strong> Dc</strong> (ma anche poi dal Psi) durante la lunga fase della guerra fredda.</p>
<p>No, nulla di tutto questo. Queste durissime parole, che possiamo riproporre <strong>valide</strong> e intatte oggi, così come sono, senza modificare una virgola, sono state scritte da un uomo che si trovava stipato in un <strong>cubicolo</strong> lungo tre metri e largo meno di uno, grande quanto una comune porta di appartamento, stipiti compresi, in cui c’erano solo una branda, un water, qualche foglio di carta e una penna. Quell&#8217;uomo, tenuto prigioniero dalle <strong>Br</strong> per ben 55 giorni in quello stato, è colui che più di tutti, più di chiunque altro, più di qualsiasi paladino delle libertà nostrane tanto in voga oggi, ha il diritto ed ha l&#8217;autorità morale e intellettuale per darci lezioni, allora come oggi, sulla libertà di opinione e di informazione in Italia. Un uomo costretto, in quei lunghi e drammatici giorni, a scrivere per non morire e, soprattutto, a scrivere per riuscire a sopravvivere idealmente, così come poi è stato, alla propria stessa morte materiale.<br />
Per chi non ci credesse, è bene segnalare lo scritto in cui queste parole si trovano: <em>Memoriale, XVI tema &#8211; Sulla indipendenza della stampa italiana, in Comm. stragi, II 154-155</em>. Si tratta di quel noto memoriale, ritrovato in più parti e in tempi diversi (1978, 1990), proprio perché in molti, e a vari livelli di potere (politico, economico, editoriale) temettero di renderlo pubblico, appunto, per via dei temi affrontati dal prigioniero. Qui basta ricordarne qualcuno: l&#8217;organizzazione della <strong>Gladio</strong>, i contatti tra le Br e i <strong>servizi segreti occidentali</strong>, alcuni retroscena della <strong>strategia della tensione</strong>, le <strong>connivenze</strong> tra politica, economia, criminalità per far affari sulle spalle dei contribuenti. Insomma ce n&#8217;era per far tremare i polsi a chiunque. Ma il passaggio che sottoponiamo all’attenzione dei lettori, quello relativo alla mancanza di libertà di informazione in Italia, è un aspetto che ha influenzato, forse più di ogni altro, l&#8217;evoluzione democratica e civile del nostro paese.</p>
<p>Scriviamo questo non in modo estemporaneo, per un tipico vezzo intellettuale (da cui è bene sempre rifuggire), né per dar sfoggio di particolari reminiscenze sulla più recente storia d&#8217;Italia, ma perché sollecitato di recente dalle notizie provenienti dal <strong>rapporto di Reporters sans frontières,</strong> un&#8217;organizzazione internazionale, nata in Francia (la patria dell&#8217;Illuminismo e della rivoluzione &#8211; è bene ricordarlo di questi tempi), a difesa della libertà di stampa nel mondo. L&#8217;Italia, nel quadro comparato con gli altri paesi, si trova addirittura al <strong>sessantunesimo posto</strong> (per dare un&#8217;idea, prime sono Norvegia e Finlandia, la Grecia è al settantesimo, negli ultimi posti Iran, Siria, Eritrea e Corea del Nord). La situazione del nostro paese, nonostante ciò che continuano a ripetere opinionisti e politici invitati nei talk show televisivi o a scrivere dalle prime pagine dei quotidiani nazionali, non è molto diversa, e questo rapporto lo argomenta con chiarezza, da quella di paesi come, ad esempio, quelli balcanici, che vivono enormi deficit democratici oltre che economici.<br />
In particolare, nel rapporto si segnala, anche in Italia, l&#8217;utilizzo dei media e dei giornali nazionali a grande tiratura, ma anche dei siti più visitati e quindi più remunerativi dal punto di vista commerciale e pubblicitario, per tutelare interessi privati, si sottolinea la <strong>concorrenza sleale</strong> su un mercato assai ristretto, e si pone l’accento sulla presenza di <strong>giornalisti sottopagati</strong> e spesso obbligati all&#8217;<strong>autocensura</strong>.</p>
<p>Non è un caso, dunque, che in Italia molti giornalisti siano ancora costretti a vivere in regime di protezione, e che tanti altri, quelli che vogliono scrivere e riportare la realtà cruda delle cose, senza intermediazioni, compromessi, favoritismi, scambi, vengano isolati e non possano svolgere dignitosamente il proprio lavoro.<br />
Un paese in cui l&#8217;informazione indipendente non esiste o è assolutamente minoritaria, usufruisce di pochissimi mezzi, è sempre a rischio di essere strozzata e ridotta al silenzio, nell&#8217;indifferenza dei partiti di governo e di opposizione, impegnati a crescere le proprie quote di influenza proprio sui media e sulla stampa nazionale. I tentativi di introdurre <strong>leggi bavaglio</strong>, di <strong>censurare i contenuti della rete</strong> da parte del governo precedente, le polemiche furibonde di molte personalità dell&#8217;opposizione nei confronti dei giornalisti e della stampa, sono tutti segnali chiari di una <em>forma mentis</em> della politica italiana che, purtroppo, risale a epoche assai remote. Un paese già declassato nel 2009 a “<em>partially free</em>” dall&#8217;organizzazione americana sulla libertà nel mondo <strong>Freedom House</strong>.<br />
A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma è davvero stata <strong>solo colpa di Berlusconi</strong> e del mai risolto conflitto d&#8217;interessi se la libertà di informazione in Italia è giunta ai pericolosi livelli tuttora negati dalla maggioranza degli osservatori italiani? Se ci rifacciamo al drammatico appello di Moro in carcere, che mi sembra un elemento storico molto significativo, credibile, e soprattutto non viziato da possibili forzature interpretative di parte, verrebbe proprio da rispondere di no.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Giambattista Scirè</div>
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		<title>La morte è piccola per noi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Baoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/02/la-morte-e-piccola-per-noi/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Gemelle-Kessler-2-300x297.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Se fossimo un paese maturo dal punto di vista civile, certi argomenti sarebbero trattati in maniera seria, argomentando e non facendo gossip; il che poi spesso equivale a disinformare. E dopo il confronto, che non durerebbe in eterno, si arriverebbe a decidere. L&#8217;eutanasia è uno di quegli argomenti eticamente sensibili che meriterebbero di essere trattati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Gemelle-Kessler-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35295" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/02/Gemelle-Kessler-2-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a>Se fossimo un paese maturo dal punto di vista civile, certi argomenti sarebbero trattati in maniera seria, argomentando e non facendo <strong>gossip</strong>; il che poi spesso equivale a disinformare. E dopo il confronto, che non durerebbe in eterno, si arriverebbe a decidere. L&#8217;<strong>eutanasia</strong> è uno di quegli argomenti eticamente sensibili che meriterebbero di essere trattati con quel tipo di serietà; e invece tutto viene messo nel tritacarne mediatico senza alcun riguardo, trattato come se a parlarne fosse una classe di prima elementare, tagliato con l&#8217;accetta e messo nel frullatore insieme a qualunque altra cosa gli somigli anche lontanamente, ad esempio il rifiuto dell&#8217;accanimento terapeutico.</p>
<p>Mario Monti e i suoi colleghi di governo hanno ben altro di cui occuparsi, attualmente, che regolamentare un settore delicato come il <a href="http://www.cronachelaiche.it/2011/09/luoghi-comuni-e-falsita-sul-diritto-a-morire-con-dignita/">fine vita</a>; così come tutti i governi degli ultimi decenni, perennemente indaffarati con l&#8217;urgente, a scapito dell&#8217;importante. Così, riportare &#8211; sia pur brevemente &#8211; il dibattito alla ribalta (perché qualcuno dovrà pure supplire alla latitanza della politica), tocca a due<em> show girls</em> piuttosto attempate come <strong>Alice ed Helen Kessler</strong>, quelle del <em>dadaumpa</em>, già censurate nell&#8217;Italia bigotta di allora (in realtà non molto diversa da quella di adesso) per l&#8217;esposizione sfrontata delle gambe nei loro show. In una intervista concessa a <em>Chi</em>, settimanale allineato al potere e all&#8217;occorrenza anche filo cattolico, diretto da <strong>Alfonso Signorini</strong> (quello che confessò in tv il suo<em> senso di colpa</em> per la sua condizione di omosessuale cattolico, in una delle pagine più squallide della storia della televisione di tutta la galassia), avrebbero dichiarato: <em>«Se una delle due entrerà in coma irreversibile o sarà comunque ridotta allo stato vegetativo, l&#8217;altra l&#8217;aiuterà a morire»</em>. In effetti in Germania, dove le Kessler vivono, pianificare le modalità del proprio trapasso è possibile, perché il suicidio assistito non è reato e anche le disposizioni anticipate di trattamento sono state regolamentate da tempo.</p>
<p>Per quei pochi organi di stampa nostrani che ne hanno riferito, la dichiarazione delle soubrette tedesche è una <em>«scelta-choc»</em>: definizione che è una bella esibizione di pigrizia intellettuale, superficialità e provincialismo.  E scandalismo, diremmo, se non fosse che in effetti è davvero uno shock che nel mondo dello spettacolo, a sud delle Alpi, si affronti una faccenda così importante e seria con una serenità e chiarezza di idee che nelle stanze chiuse della politica mediamente non si riesce nemmeno ad avvicinare; anche se si avesse la volontà o la <strong>libertà</strong> di farlo. E&#8217; uno shock scoprire che nel resto del continente (in larga parte) le libertà individuali e il principio di autodeterminazione, dal primo all&#8217;ultimo istante della vita, sono un valore oramai acquisito dalla opinione pubblica e dalla politica.</p>
<p>Qui, invece, dobbiamo attendere le dichiarazioni di due <em>soubrettes</em> quasi in pensione, solo per ricordarci (peraltro per poche ore:  Sanremo, il calcio mercato e l&#8217;Isola dei famosi hanno enormemente più spazio sui media) cos&#8217;é stato finora il dibattito pubblico sull&#8217;eutanasia e sul fine vita in Italia: di bassissimo livello, viziato dal solito pregiudizio ideologico di matrice cattolica sull&#8217;<em>indisponibilità della vit</em>a.</p>
<p>Qui, grazie anche alla pigrizia di qualche cronista, si fa passare per strano e svilente che a parlare della libertà di scegliere come affrontare la morte siano le gemelle Kessler: come se fosse un argomento riservato a qualche <em>elite culturale</em> e non a tutti, quando la realtà è che pressoché chiunque di noi &#8211; se quelli nei palazzi del potere avessero davvero interesse ad ascoltarci -  ha già ben chiara la sua idea.</p>
<p>Qui dobbiamo andare al traino delle <em>show girls</em> degli anni Sessanta: dunque, se questo è il metodo, speriamo che presto anche <strong>Minnie Minoprio</strong> faccia qualche esternazione, e <strong>Lola Falana</strong> le faccia eco da par suo, magari con uno scatenato balletto.</p>
<p>Signore e signori, buonasera!</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Alessandro Baoli</div>
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		<title>Fuoco (in)crociato sui consultori</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 01:23:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Tulli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/fuoco-incrociato-sui-consultori/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/movimento-vita-300x225.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Trasformare i consultori in tribunali morali, aprendo le porte al (cosiddetto) Movimento per la Vita. È cosa nota che lo smantellamento della legge 194/78 sull&#8217;aborto sia tra le priorità delle amministrazioni regionali di Piemonte e Lazio, guidate rispettivamente dal leghista Roberto Cota e da Renata Polverini eletta dopo un testa a testa con Emma Bonino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/movimento-vita.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35209" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/movimento-vita-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Trasformare i consultori in tribunali morali, aprendo le porte al (cosiddetto) <strong>Movimento per la Vita</strong>.<br />
È cosa nota che lo smantellamento della legge 194/78 sull&#8217;aborto sia tra le priorità delle amministrazioni regionali di Piemonte e Lazio, guidate rispettivamente dal leghista <strong>Roberto Cota</strong> e da <strong>Renata Polverini</strong> eletta dopo un testa a testa con Emma Bonino grazie ai voti della destra estrema radicata nell&#8217;Agro pontino. Periodicamente sin dal loro insediamento le due giunte mettono in campo azioni volte a eliminare diritti acquisiti come quello all&#8217;autodeterminazione e alla salute della donna, tutelati con estrema efficacia da una norma ancora oggi moderna e all&#8217;avanguardia. Ma sgradita, in primis ai gerarchi vaticani, e poi ai loro sodali politici italiani. È successo con il tentativo, finora andato a vuoto, di far passare la <a href="http://www.cronachelaiche.it/2010/09/regione-lazio-verso-la-privatizzazione-dei-consultori/" target="_blank">proposta di legge “Tarzia”</a> nel Lazio, e la famigerata <strong>Delibera 160</strong> in Piemonte. Due provvedimenti curiosamente simili. Da qualche tempo la norma per la riforma dei consultori pubblici a prima firma di Olimpia Tarzia &#8211; che per inciso fa parte del Movimento per la Vita &#8211;  giace inerte nel parlamentino della Regione. Perché priva delle necessarie coperture finanziarie e in odor di incostituzionalità.</p>
<p>Ma a metterle le definitive ganasce è stato l&#8217;articolo 3 laddove sostiene che “la Regione tutela la vita nascente ed il figlio concepito come membro della famiglia”. Dando così, all&#8217;embrione, personalità giuridica in aperto contrasto con il Codice civile, la<strong> legge 194/78</strong>, e dignità di persona umana capovolgendo ciò che la scienza ha inequivocabilmente dimostrato. Vale a dire che la vita umana comincia con la nascita e che prima di 22-24 settimane di gestazione il feto non ha alcuna possibilità di sopravvivere al parto. La Delibera di Cota non ha avuto maggior fortuna. Almeno fino a oggi. Il tentativo di riportare indietro l&#8217;orologio della storia è già stato bocciato a luglio 2011 dal <strong>Tar</strong> che l&#8217;ha giudicata lesiva della legge 194. Tre giorni dopo la 160 è stata riproposta con lievi modifiche. Il presidente del Piemonte vuole a tutti i costi introdurre le associazioni private di volontari cattolici “pro-life” nei consultori pubblici con il chiaro intento di condizionare pesantemente la scelta di abortire. Sul piatto la Regione mette <strong>tre milioni di euro</strong> per aiutare le donne in difficoltà economica che non intendono portare a termine la gravidanza. Ovviamente la somma è stanziata solo per chi, poi, decide di rinunciare all&#8217;aborto. Nella prima versione si chiedeva ai <strong>privati pro-life</strong> solo di «comprendere nello statuto le finalità di tutela della vita fin dal concepimento». Ed era stato proprio questo il punto contestato dal Tar. Nella seconda i criteri imposti alle associazioni si estendono al fatto di «essere iscritte in uno degli appositi registri regionali o provinciali». Oppure, in assenza del requisito della difesa della vita dal concepimento, di avere svolto «attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e la tutela del neonato», o ancora, di possedere «un&#8217;esperienza almeno biennale nel sostegno alle donne e alla famiglia». Questi ritocchi sono al vaglio del Tar che si sarebbe dovuto pronunciare il <strong>25 gennaio</strong> scorso ma ha rimandato la decisione di qualche giorno. Staremo a vedere.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Federico Tulli</div>
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		<title>L’Avvenire, Pisapia e la Costituzione: un triangolo made in Italì</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Maiorino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/l%e2%80%99avvenire-pisapia-e-la-costituzione-un-triangolo-made-in-itali/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/Pisapia-Diavolo-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Ci risiamo: gli strali di Avvenire si abbattono collerici – come il dio che la redazione crede evidentemente di rappresentare – su ogni timido accenno, da parte dell’inginocchiatissima classe politica italiana, ad aperture in senso laico e progressista. Questa volta, bersaglio delle sacre ire del giornale dei vescovi, per mezzo della penna di Francesco Riccardi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/Pisapia-Diavolo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-35148" title="Pisapia-Diavolo" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/Pisapia-Diavolo.jpg" alt="" width="284" height="178" /></a>Ci risiamo: gli strali di <em>Avvenire </em>si abbattono collerici – come il dio che la redazione crede evidentemente di rappresentare – su ogni timido accenno, da parte dell’inginocchiatissima classe politica italiana, ad aperture in senso laico e progressista.</p>
<p>Questa volta, bersaglio delle sacre ire del giornale dei vescovi, per mezzo della penna di Francesco Riccardi, è il sindaco di Milano, <strong>Giuliano Pisapia</strong>, e  tutta la sua giunta comunale. Di quale peccato si è macchiata? La giunta milanese, nelle persone dell’assessore al Welfare, <strong>Pierfranceso Majorino</strong>, e di  quello del Lavoro, <strong>Cristina Tajani</strong>, che ne sono i firmatari, ha varato una delibera con la quale si mettono a disposizione dei milanesi che vivono al di  sotto di un determinato reddito i <strong>Fondi Anticrisi</strong> del comune. La nefandezza consiste nel fatto che a tali fondi potranno attingere persone «<em>sposate o coabitanti nello stato di famiglia per sussistenza di vincolo affettivo al primo gennaio 2012</em>». Quindi anche le coppie di fatto. Orrore. E quindi anche quelle dello stesso sesso. Mostruoso.</p>
<div id="attachment_35149" class="wp-caption alignright" style="width: 264px"><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/Unioni-Civili-Cartina-Europea.png"><img class="size-full wp-image-35149   " style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Unioni Civili - Cartina Europea" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/Unioni-Civili-Cartina-Europea.png" alt="" width="254" height="303" /></a><p class="wp-caption-text">Situazione legislativa in Europa. Blu: matrimonio omosessuale. Azzurro: unioni civili. Giallo: in discussione parlamentare. Grigio: nessun riconoscimento o dati non disponibili.</p></div>
<p>Tale macchia si va ad aggiungere ad un ben noto precedente: l’intento programmatico, espresso da Pisapia già in campagna elettorale e di recente  ribadito, di voler  istituire entro questo anno un registro delle Unioni Civili. Tanto basta per spiegare l’ira del quotidiano cattolico, il quale però, evita questa volta di brandire i soliti argomenti – vedi “sacralità-della-famiglia&amp;Co”, evidentemente percepiti démodé persino dagli stessi cattolici – per lanciarsi piuttosto in accuse nientemeno che di <strong>incostituzionalità del provvedimento</strong>. E sì, perché non è la Bibbia che sancisce che l’unione del matrimonio è solo quella (santificata da dio) tra un uomo e una donna, ma è la nostra stessa Carta Costituzionale. Così l’Avvenire sposta la polemica – stanca, retriva e spossante al punto che farebbe perdere la pazienza anche a Giobbe – sul piano del diritto e, Costituzione alla mano, cita: «<em>all’articolo 29 è inequivocabile nel riconoscere “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. E all’articolo 31 impegna la Repubblica ad agevolare “con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose</em>». Spiegando poi che: «<em>Porre sullo stesso piano coppie che – sposandosi civilmente o religiosamente – assumono un preciso impegno pubblico e persone che – per scelta, o per impossibilità – non rendono vincolanti i propri legami &#8220;affettivi&#8221;, significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale</em>».<br />
Ma l’incontenibile Riccardi non si ferma qui, e per dribblare in anticipo le possibili accuse di discriminazione, parte anche in difesa preventiva: «<em>qui non ci sono discriminazioni da sanare, ma condizioni e scelte oggettivamente diverse. La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti</em>». Amen.</p>
<p>Ora, vorremmo ricordare al Riccardi e, se ci è consentito, ai vescovi, solo un paio di cose. La costituzionalità di un provvedimento è sacrosanta, siam d’accordo. Ma perché mai allora nessuno tra i vescovi o tra quanti ne fanno le (mediatiche) veci, insorge di fronte all’incostituzionalità dei centinaia di provvedimenti con i quali ogni giorno si elargisce denaro pubblico alle scuole confessionali? Non è forse un articolo dello stesso documento, ci pare il 33, che recita che «<em>Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, </em><em><em>senza oneri per lo Stato</em></em><em>»?</em> Ma forse alcuni articoli sono più costituzionali di altri, chissà.</p>
<p>Nell’assistere a questo estenuante teatrino delle parti, vien da chiedersi fino a quando i manovratori del pensiero debole pensano di riuscire ancora ad imporre agli italiani la logica dell’uno contro l’altro? Sposati contro conviventi, etero contro gay, e giù a recitare il mantra che l’estensione dei diritti civili ed economici porterebbe al collasso la famiglia tradizionale. Gli italiani non se la bevono più questa storia, e hanno capito ormai che certi steccati servono solo a difendere lo <em>status quo</em> e i privilegi di ben altre categorie, non certo quello di chi, sposato o convivente, etero o gay che sia, non ce la fa davvero più ad arrivare a fine mese. Tuttavia, se davvero ci fossero ancora degli italiani che ci credono, basterà che diano un’occhiata alla cartina dell’Europa – o a quella del mondo intero, se si sentono particolarmente in forma – per accorgersi che il “fattore Unioni Civili” non gioca alcun ruolo nella floridezza economica di un paese. Quale relazione esiste infatti tra l’economia di paesi come la Germania e la Spagna, il Portogallo e la Gran Bretagna, la Svezia e l’Irlanda? Oppure, al di fuori dell’UE, tra l’Australia e la Colombia, il Canada e il Messico, Uruguay e Israele? Sono tutti paesi in cui le unioni di fatto e/o dello stesso sesso sono riconosciute.</p>
<p>Estendere i diritti civili – e fiscali – alle coppie di fatto, siano esse etero o omosessuali, non manderà in bancarotta la famiglia “tradizionale” della porta accanto. Gli italiani l’hanno capito. E i vescovi si rassegnino: non potranno tenere ancora a lungo la storia e il progresso fuori dai confini di questo paese, la cui Carta Costituzionale ha stabilito essere <strong>laico</strong>.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Alessandra Maiorino</div>
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		<title>Religione a scuola: quando lo Stato rinuncia al suo ruolo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 01:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/religione-a-scuola-quando-lo-stato-rinuncia-al-suo-ruolo/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/irc-234x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>È tempo di iscrizioni scolastiche, che riguardano milioni di famiglie alle prese con la scelta della scuola per il prossimo anno. Sui moduli delle scuole statali, a partire addirittura dalla scuola dell’infanzia, tra i vari campi da riempire c’è anche quello «per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/irc.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35045" title="irc" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/irc-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a>È tempo di <strong>iscrizioni scolastiche</strong>, che riguardano milioni di famiglie alle prese con la scelta della scuola per il prossimo anno. Sui moduli delle scuole statali, a partire addirittura dalla scuola dell’infanzia, tra i vari campi da riempire c’è anche quello «per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica». Una manifestazione di libertà, si dice. Un’abdicazione dello Stato al suo ruolo, in verità.</p>
<p>I genitori che ritengono che il posto della religione non sia nella scuola (pubblica) ma nelle chiese e nelle case, possono richiedere che il figlio esca dall’aula quando entra l’insegnante di religione. Per andare dove? A fare cosa? Quando va bene, la scuola organizza non meglio specificate «attività sostitutive», quando va male i bambini-ragazzi bighellonano per i corridoi in attesa che finisca l’ora di religione oppure entrano o escono prima da scuola se si tratta delle ore iniziali o finali della giornata scolastica. Per cui l’«alternativa» che si presenta al genitore è una sorta di <strong>segregazione</strong>: mentre (quasi) tutti i tuoi compagni rimangono in classe, tu (insieme a pochi altri) devi uscire e inventarti qualcos’altro da fare. Scelta di cui poi bisogna in qualche modo rendere conto ai figli, e molto probabilmente è più semplice spiegare a un bambino di 3 anni che l’uomo è un animale venuto fuori dopo centinaia di migliaia di anni di evoluzione naturale, piuttosto che fargli capire perché quando arriva la maestra di religione lui deve uscire dall’aula.</p>
<div>
<p>Ora, i casi sono due: o l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della formazione che la scuola pubblica intende dare ai suoi alunni, e allora non può essere consentito a nessuno di rinunciarvi, esattamente come nessun genitore può pretendere che il figlio non segua le lezioni di italiano, matematica e persino di educazione fisica; oppure l’insegnamento della religione cattolica è questione demandata alle <strong>scelte della famiglia</strong>, e allora non si capisce perché queste scelte debbano essere realizzate a scuola. La formazione dei propri figli è una questione complessa, nella quale entrano diverse «agenzie» formative, con ruoli distinti. Dopo la scuola, ogni famiglia decide in completa autonomia come «integrare» la formazione dei figli e sarebbe del tutto insensato pretendere che la scuola (pubblica) copra interamente lo spettro delle opzioni formative delle famiglie.</p>
<div>
<p>Uno Stato confessionale ha il pieno diritto di prevedere nell’ambito dei curricula scolastici della scuola pubblica l’insegnamento della religione, poiché in questo modello statuale essa costituisce non già un aspetto della vita privata delle persone, ma parte integrante (e anzi fondamentale) della formazione «civica» dei cittadini. I <strong>Patti Lateranensi</strong>, recepiti nell’articolo 7 della nostra Costituzione, fino alla loro revisione del 1984, definivano la religione cattolica «religione di Stato» ed era pertanto comprensibile e, a rigor di logica, persino doveroso che lo Stato la inserisse tra gli insegnamenti obbligatori della scuola pubblica.</p>
<div>
<p>Nel 1984 però quella clausola fu abolita e la religione cattolica è (dovrebbe essere) oggi una religione <strong>al pari delle altre</strong> (sebbene continui a godere di uno status privilegiato, ormai non più giustificato), tanto che proprio quella revisione, abolendo la «religione di Stato», abolì anche l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica. Se non c’è una religione «di Stato», la religione diventa questione privata, personalissima che può rappresentare per molti (al limite: per tutti) un’aspetto centrale della propria vita e che può ovviamente esprimersi pubblicamente in tutte le forme e i limiti garantiti dalla libertà di espressione e associazione di tutti i cittadini, ma non può costituire insegnamento in una scuola pubblica.</p>
<div>E scaricare sui genitori la scelta rivela soltanto la debolezza di uno Stato, incapace di assumersi la responsabilità della formazione dei propri cittadini.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Cinzia Sciuto</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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		<item>
		<title>Matrimonio gay: il nome della cosa</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 01:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Baoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/matrimonio-gay-il-nome-della-cosa/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/microsoft-300x200.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Leggendo una recente intervista concessa al Quotidiano.net dal vescovo di Ragusa, mons. Paolo Urso, spicca la posizione &#8211; apparentemente &#8211; aperta di quest’ultimo sulle unioni civili, persino quelle omosessuali. Dopo aver liquidato le sempre più diffuse convivenze (specie tra i giovani) come «elemento di poca sicurezza», «paura delle responsabilità» e «disistima del matrimonio», il monsignore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/microsoft.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-34920" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/microsoft-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Leggendo una recente <a href="http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/01/11/651009-vescovo_urso_stato_riconosca_unione.shtml">intervista</a> concessa al <em>Quotidiano.net</em> dal vescovo di Ragusa, <strong>mons. Paolo Urso</strong>, spicca la posizione &#8211; apparentemente &#8211; aperta di quest’ultimo sulle <strong>unioni civili</strong>, persino quelle omosessuali. Dopo aver liquidato le sempre più diffuse convivenze (specie tra i giovani) come <em>«elemento di poca sicurezza»</em>, <em>«paura delle responsabilità»</em> e <em>«disistima del matrimonio»</em>, il monsignore gentilmente concede che lo <strong>Stato laico</strong> (bontà sua) deve prendere atto della realtà e legiferare sulle unioni civili, anche omosessuali, fermo restando che la <em>valutazione morale </em>spetta ad altri (leggi: alla Chiesa). E a patto che siano chiamate <em>«con un nome diverso dal matrimonio, altrimenti non ci intendiamo»</em>.</p>
<p>Puntuali e prevedibili sono arrivate le polemiche: i <em>talebani</em> di <strong>Pontifex</strong> reclamano a gran voce<em> tutte le sanzioni del caso</em> nei confronti dell&#8217;incauto prelato (il quale infatti farà una mezza marcia indietro dando sostanzialmente colpa dell&#8217;<em>equivoco</em> al giornalista del <em>Quotidiano</em>). Ironia della sorte: impossibile, pur mettendocela tutta, non notare che in bella evidenza nelle colonne laterali nella home page di Pontifex, uno spiritello maligno &#8211; o magari il demonio in persona &#8211; ha infilato il banner di un sito francese per incontri <em>pour celibataires exigeants</em>, dove uomini e donne possono &#8216;incontrarsi&#8217; tra di loro, ma anche incontrare persone del loro stesso sesso!</p>
<p>Anche <strong>Massimo Introvigne</strong>, filosofo cattolico, fondatore del Censur (Centro Studi sulle Nuove Religioni) ed ex delegato dell&#8217;<strong>Osce</strong> per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e le discriminazioni (ruolo, come stiamo per vedere, assegnatogli non certo per meriti sul campo della lotta a <em>tutte</em> le discriminazioni), si è lanciato in una esibizione di<strong> intolleranza</strong> di prima grandezza: per cominciare il suo <a href="http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-caro-mons-ursosulle-coppie-gay-si-sbaglia-4223.htm">rimprovero</a> al vescovo di Ragusa, afferma che <em>«se si arrivasse a chiamare &#8216;matrimonio&#8217; un’unione fra persone dello stesso sesso questo causerebbe seri problemi sociali»</em>. Come sempre accade, questo tipo di affermazione non viene mai seguita da una dimostrazione logica; poi, dopo aver paventato l&#8217;estrema pericolosità dell&#8217;eventuale riconoscimento delle unioni civili (anche eterosessuali) etichettate come <em>«rischio mortale per la famiglia»</em> (anche qui: affermazione senza dimostrazione), introduce &#8211; citando il filosofo francese Thibaud Collin &#8211; il concetto di <em>legge del piano inclinato</em>: <em>«Se si apre la porta al riconoscimento di queste unioni con il nome di PACS, DICO o simili, il matrimonio è dietro l’angolo come tappa successiva».</em> E via delirando di questo passo, in quello che è il <strong>manifesto ideologico</strong> della discriminazione di genere e dell&#8217;omofobia.</p>
<p>Altra è invece la musica che arriva in questi giorni da oltre oceano: meno di due anni fa, il gigante dell&#8217;informatica <strong>Google</strong>, già apertamente schierato a favore del matrimonio gay, aveva deciso di aumentare lo stipendio ai propri dipendenti omosessuali, perché questi godono di sgravi fiscali minori rispetto ai colleghi eterosessuali e sono costretti a pagare più tasse per coprire le spese sanitarie dei loro partners. Ai suoi dipendenti gay, inoltre, Google concede lo stesso numero di ore di permesso per questioni mediche o familiari.</p>
<p>Ora, è l&#8217;altro gigante nonché concorrente di Google, e cioè<strong> Microsoft</strong>, a schierarsi apertamente in favore dei diritti delle persone glbt. L&#8217;azienda di Bill Gates spinge affinché lo stato di <strong>Washington</strong> (dove ha sede legale) approvi una legge sui matrimoni omosessuali: <em>«il patrimonio di Microsoft»</em>, si legge in un comunicato, <em>«è una forza lavoro di talento e diversificata come i nostri clienti. Dal momento che altri stati riconoscono il diritto al matrimonio per tutti, gli impiegati di Washington sono svantaggiati se non possiamo offrire lo stesso ambiente, equo e inclusivo ai nostri dipendenti, al nostro personale e alle loro famiglie. Questa legge metterebbe i lavoratori di Washington sullo stesso piano di quelli degli altri sei stati che hanno già riconosciuto le relazioni stabili delle coppie dello stesso sesso. Approvare la legge farebbe bene ai nostri affari e all&#8217;economia dello Stato (&#8230;) Noi ci sforziamo di promuovere attivamente la diversità, l&#8217;equità e l&#8217;inclusione nel posto di lavoro»</em>. Cose dell&#8217;altro mondo!</p>
<p>Intanto in <strong>Olanda</strong>, primo paese al mondo  (oltre dieci anni fa) a concedere ai suoi cittadini omosessuali la possibilità di contrarre un matrimonio civile equiparato in tutto a quello eterosessuale, il Parlamento ha varato una norma che rende passibili di denuncia per violazione della legge contro le discriminazioni quei pubblici ufficiali che, nel nome dell&#8217;obiezione di coscienza, dovessero rifiutarsi di celebrare un matrimonio gay. Sulla scia di quanto già predisposto in <strong>Irlanda</strong>, dove nella legge varata nel luglio del 2010 sul <em>Civil partnership bill</em> era inserita una clausola che prevede severe sanzioni per gli eventuali obiettori, incluso il carcere.</p>
<p>Questo succede, sia pure con lentezza e non senza difficoltà, in quei paesi dove il controllo della religione sulla vita privata dei cittadini e sulla politica non è così asfissiante come qui: come minimo se ne può parlare, in un dibattito non viziato irrimediabilmente dal <strong>pregiudizio ideologico</strong>. In un contesto simile, le consuete obiezioni al matrimonio gay (e in genere all&#8217;affermazione civile delle persone glbt) possono facilmente essere confutate, smontate pezzo per pezzo con dimostrazioni pratiche di infondatezza; e quello che resta (il fine ultimo del procedimento), tolte le sovrastrutture ideologiche e gli artifizi retorici, sarà, limpida nella sua chiarezza, la vera ragione della contrarietà: l&#8217;odio, l&#8217;intolleranza, il razzismo. E la nostalgia dell&#8217;<strong>assolutismo</strong>, essenza della religione, l&#8217;arroganza prepotente di chi si vuole imporre pur non avendo alcun titolo per farlo.</p>
<p>Per inciso: se il problema è quello esposto da mons. Urso, cioè quello del <strong>nome</strong> da dare all&#8217;istituto delle unioni civili e del matrimonio civile, ebbene, che si conceda alla religione il <em>copyright</em> della parola <em>matrimonio</em> (sebbene non ce l&#8217;abbia), se questo fosse utile per ottenere finalmente uno straccio di <strong>progresso civile</strong>.</p>
<p>Progresso che, come abbiamo <a href="http://www.cronachelaiche.it/2011/09/gay-friendly-e-solo-business/">già visto</a> in altre circostanze, arriva prima se viaggia sulle ali del <em>business</em>, piuttosto che su quelle della politica: la casa automobilistica francese <strong>Renault</strong> starebbe per immettere nel circuito commerciale televisivo un nuovo spot, dove si reclamizza il modello <em>Twingo</em> sullo sfondo di un serenissimo (normale,  se questa parola avesse un significato) matrimonio omosessuale. Lo spot è già visibile su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=1pwN-yiho4M">YouTube</a>: guardatelo, prima che intervenga la censura.</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Alessandro Baoli</div>
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		<title>I &#8220;teatri degli orrori&#8221; chiudono</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 00:39:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Virginia Romano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/i-teatri-degli-orrori-chiudono/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/images1-150x150.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>E’ stato approvato  ieri dal Senato un emendamento che fissa al marzo 2013 il termine per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). A 3 anni dalla emanazione della norma (DPCM 1.4.2008) che dispone la presa in carico degli internati negli Opg da parte dei dipartimenti di Salute mentale, e dopo le sentenze della Corte costituzionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/images1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-34981" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/images1.jpg" alt="" width="271" height="186" /></a>E’ stato approvato  ieri dal Senato un emendamento che fissa al marzo 2013 il termine per la chiusura degli <strong>Ospedali Psichiatrici Giudiziari</strong> (Opg). A 3 anni dalla emanazione della norma (DPCM 1.4.2008) che dispone la presa in carico degli internati negli Opg da parte dei dipartimenti di Salute mentale, e dopo le sentenze della Corte costituzionale del 2003 e 2004, che hanno spalancato possibilità di trattamenti alternativi all’Opg, questa nuova legge fissa finalmente un nuovo termine per la loro chiusura.</p>
<p>Ad oggi sono ancora <strong>1.500</strong> i nostri concittadini dimenticati nelle ultime 6 strutture esistenti in Italia (Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, Reggio Emilia, Aversa e Napoli Secondigliano, Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto) e condannati ad un vero “<a href="http://www.cronachelaiche.it/2011/03/caccia-alle-streghe/">ergastolo bianco</a>”. Ma cosa succederà a partire dal marzo del 2013? Le persone che hanno cessato di essere considerate socialmente pericolose dovranno essere subito <strong>dimesse</strong> e <strong>prese in carico</strong>, sul territorio, dai dipartimenti di Salute mentale. Le associazioni e quanti conoscono bene le carenze dell’assistenza ai malati psichiatrici temono un’uscita eccessivamente rapida delle persone dagli Opg e auspicano invece che tale percorso venga attuato rispettando nuove norme e il <strong>buonsenso</strong>.</p>
<p>Alcuni degli internati che si troveranno liberi dal giorno alla notte possono davvero costituire un <strong>pericolo</strong> per la società e come tali andranno assistiti impedendo loro di costituire una minaccia per la <strong>sicurezza</strong> di tutti. Per questi sarà indispensabile prevedere <strong>misure alternative</strong> all’internamento rivedendo perciò il concetto di <strong>non imputabilità</strong> del reato. Le strutture esistenti dovranno dunque subire un processo di <strong>riconversione</strong> per il quale è già stata autorizzata la spesa di circa 120 milioni di euro per il 2012 e 60 milioni per il 2013.</p>
<p>Per tutti gli altri &#8211; che sono la stragrande maggioranza &#8211; occorrerà invece che i Dipartimenti attivino programmi specializzati consentendo loro un ritorno protetto alla  vita in libertà. Tale misura, come è facile immaginare, comporterà &#8211; a cascata -profondi cambiamenti nel sistema penale italiano. La fine dello stato di <strong>degrado</strong> dell’assistenza psicologica nel nostro Paese passa per questa riforma. Un Paese civile e democratico si misura soprattutto dal modo in cui protegge i suoi elementi più deboli per cui ci auguriamo che questa occasione verrà colta e utilizzata con questa consapevolezza da parte del Governo e di tutte le istituzioni coinvolte.</p>
<div style="color: #ffffff;">Virginia Romano</div>
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		<title>Nel comune di Don Matteo scompaiono i diritti civili</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 23:20:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Chiometti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/nel-comune-di-don-matteo-scompaiono-i-diritti-civili/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/guerrinigubbio2-251x300.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>Che gli eugubini fossero tutti matti è cosa nota e arcinota. Che fossero anche clericalisti giunge nuova. Gubbio, comune della provincia di Perugia, 33mila abitanti circa, nota industrialmente per i colossali cementifici, culturalmente per la famigerata “corsa dei ceri”, e infine nota al popolo televisivo per essere il paesino della celebre serie di Don Matteo, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/guerrinigubbio2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-35005" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/guerrinigubbio2-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" /></a>Che gli eugubini fossero tutti matti è cosa nota e arcinota. Che fossero anche clericalisti giunge nuova. <strong>Gubbio</strong>, comune della provincia di Perugia, 33mila abitanti circa, nota industrialmente per i colossali cementifici, culturalmente per la famigerata “corsa dei ceri”, e infine nota al popolo televisivo per essere il paesino della celebre serie di <strong>Don Matteo</strong>, è il comune più grande mai amministrato interamente da Rifondazione comunista, che ha costretto Ds e Margherita per dieci anni all&#8217;opposizione insieme alla destra.</p>
<p>Dopo dieci anni in cui le bandiere rosse hanno fatto da padrone, le logiche delle primarie e del “fronte democratico” contro il male assoluto hanno consegnato la città a una guida più soft, più <em>politically correct</em>, più presentabile. Un fidato amico di Matteo Renzi, ovvero il nuovo che avanza (e che fa rimpiangere il vecchio), <strong>Diego Guerrini</strong>, appoggiato dai cosiddetti “<strong>cattolici democratici</strong>” vince prima le primarie di coalizione (fra mille polemiche) e quindi le elezioni nel 2011. Oggi vediamo i frutti di cotanta democraticità. Con un colpo di spugna i cattolici del Pd (tra cui ovviamente il sindaco Guerrini) appoggiano una mozione della destra che <strong>cancella</strong> il “registro comunale delle coppie di fatto” istituito nel 2002 da quei mangiabambini di Rifondazione comunista.</p>
<p>Applausi scroscianti da destra e dall&#8217;Udc, reazioni disgustate dalla sinistra e dai laici del Pd che arrivano a scomodare le figure nazionali di Paola Concia e Aurelio Mancuso ad invocare l&#8217;intervento di Bersani per riportare l&#8217;ordine (come se mai ci fosse stato) nel partito. Il nuovo che avanza, cioè l&#8217;amico di Renzi sindaco di Gubbio, si precipita a dichiarare che: «<em>A tutti chiedo il rispetto della libera e autonoma discussione e votazione del consiglio comunale di Gubbio su un tema che non può, per chi si definisce laico e democratico, essere considerato oggetto di vincolo partitico o di coalizione […] Quanto al Pd spero che un partito libero, democratico, laico possa essere realmente tale rispettando anche coloro che in coerenza con i valori della laicità delle istituzioni sono portatori di cultura e scelte semplicemente amministrative che non possono invece essere considerate come lesa maestà</em>» .</p>
<p>Sappiamo che è come sparare sulla croce rossa ma non possiamo esimerci dall&#8217;esternare le seguenti considerazioni.<br />
L&#8217;ignoranza del significato della parola laicità in costui è tale da portarlo a pensare che un provvedimento deciso a maggioranza  sia &#8220;laico&#8221;. Un <strong>provvedimento laico</strong> è un provvedimento che rispetta i diritti di tutti mentre il quello del consiglio eugubino torna a discriminare le minoranze sia omosessuali sia eterosessuali contrarie al matrimonio. Quindi è un provvedimento di natura integralista che tende a riaffermare le convinzioni etiche della presunta maggioranza a discapito delle minoranze.<br />
Sul fatto che sia democratico consigliamo al Sindaco, esponente del nuovo che avanza, prima di usare parole troppo grosse per lui, di rileggersi le lezioni di Tocqueville sulla natura della democrazia e le differenze far questa e fra la dittatura della maggioranza.</p>
<p>Politicamente non capiamo perché i temi etici non possano essere sottoposti a vincoli di coalizione, forse un eletto con i voti della sinistra può infischiarsene della volontà degli elettori che l&#8217;hanno votato sulla base di un programma se il tema è &#8220;eticamente sensibile&#8221;? A ben poca cosa si riduce cosi la politica.<br />
Concludiamo ricordando che l&#8217;anomalia di una forte presenza dei “cattolici (<strong>sedicenti</strong>) democratici” nelle giunte delle ex zone rosse (vedere lo scandaloso comportamento del consiglio comunale di Terni nell&#8217;<a href="http://www.cronachelaiche.it/2010/04/terni-la-%e2%80%9cbanda-del-vescovo%e2%80%9d-affossa-il-testamento-biologico/" target="_blank">affossare il Testamento biologic</a>o) è uno dei tanti frutti avvelenati della fusione a freddo fra Ds e Margherita che ha sfornato questo ibrido impresentabile incapace di prendere una qualsivoglia decisione, e non solo sui temi etici.</p>
<div style="color: #ffffff;">Alessandro Chiometti</div>
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		<title>I fantasmi della strada</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 11:49:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cecilia Calamani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href=http://www.cronachelaiche.it/2012/01/i-fantasmi-della-strada/><img src=http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/prostituta-300x276.jpg class=imgtfe hspace=5 align=left width=100  border=0></a>La prostituzione in Italia, si sa, è uno di quei problemi da cinquant’anni “sotto al tappeto”, come quella polvere che è meglio nascondere piuttosto che far affiorare. C’è ma ufficialmente facciamo finta di niente, salvo vietare – geniale trovata del Berlusconi IV e in particolare dell’ex ministro Mara Carfagna &#8211; vestiti troppo succinti a quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/prostituta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-34768" title="prostituta" src="http://www.cronachelaiche.it/wp-content/uploads/2012/01/prostituta-300x276.jpg" alt="" width="300" height="276" /></a>La <strong>prostituzione</strong> in Italia, si sa, è uno di quei problemi da cinquant’anni “sotto al tappeto”, come quella polvere che è meglio nascondere piuttosto che far affiorare. C’è ma ufficialmente facciamo finta di niente, salvo vietare – geniale trovata del Berlusconi IV e in particolare dell’ex ministro Mara Carfagna &#8211; vestiti troppo succinti a quelle ragazze che passeggiano per la strada per la salvaguardia dell’occhio pudico dell’occasionale passante.</p>
<p>Con il nobile intento di “censire” il fenomeno, i <strong>Carabinieri di Bologna</strong> hanno battuto per tre mesi, a fine 2011, le strade della prostituzione cittadina sottoponendo alle scollacciate ragazze un <strong>questionario</strong> da riempire. Generalità, provenienza, anni di svolgimento della “professione”, compenso a prestazione e guadagno medio giornaliero, costi di locazione e, ciliegina sulla torta, «<em>dichiarazione in merito alla presenza di sfruttatori</em>». Riga che sarà rimasta presumibilmente vuota, a meno che la sventurata di turno non volesse rischiare di “perdere il posto” dopo essere stata massacrata di botte (o magari buttata cadavere in un canale di scarico).<br />
Per questa attività i Carabinieri locali hanno dispiegato ben 253 uomini, suddivisi in 72 posti di controllo, che hanno identificato 248 ragazze (98% rumene, 1,8% russe, 1,6% moldave e uruguaiane per un’età media di 26 anni e un guadagno compreso tra i 200 e i 500 euro al giorno). Secondo quanto ha riportato il <em>Corriere di Bologna</em>, l’Arma avrebbe dichiarato: «<em>Non è un questionario, nessuna schedatura, è un modulo che serve per capire chi sono le prostitute, in che condizioni vivono, se pagano affitti regolari e quanto guadagnano. I dati verranno poi girati all’Agenzia delle Entrate per le <strong>verifiche fiscali</strong></em>».</p>
<p>C’è qualcosa che non va. La <a href="http://www.cronachelaiche.it/2010/06/lucciole-si-ma-non-piu-schiave-proposta-l%e2%80%99abrogazione-della-legge-merlin/" target="_blank">legge Merlin</a> del 1958, chiudendo i bordelli, ha di fatto sancito che <strong>la prostituzione non esiste</strong>. E in effetti l’articolo 7  recita: «<em>Le autorità di pubblica sicurezza, sanitarie e qualsiasi altra autorità amministrativa non possono procedere ad alcuna forma diretta o indiretta di registrazione, neanche mediante rilascio di tessere sanitarie, di donne che esercitano o siano sospettate di esercitare la prostituzione, né obbligarle a presentarsi periodicamente nei loro uffici</em>». Nessuna tutela sanitaria, nessuna difesa contro lo sfruttamento e infine nessun controllo sui guadagni. Le prostitute sono e restano i <strong>fantasmi del benpensantismo</strong>. Per non vedere un problema basta solo girarsi dall’altra parte.<br />
Come mai ora i loro proventi vengono segnalati al Fisco? Come mai vengono schedate se il meretricio non è un reato? È quello che chiedono i <strong>Radicali</strong> con una <a href="http://www.certidiritti.it/censimento-schedatura-di-248-prostitute-con-253-carabinieri-il-tutto-per-lagenzia-delle-entrate-in-violazione-di-legge-merlin-e-legge-sulla-privacy" target="_blank">interrogazione urgente</a> a risposta scritta ai ministri degli Interni, della Giustizia e della Difesa, firmata dalla deputata Rita Bernardini e dalla senatrice Donatella Poretti.</p>
<p>Che i fantasmi diventino improvvisamente carne e ossa sembra un’ottima cosa. Per i fantasmi, per l’erario e per dimostrare che in fondo possiamo anche essere aspirare a essere un paese civile. Ma le tasse devono essere  pagate su un mestiere riconosciuto e (soprattutto) tutelato dalla legge in tutti i suoi aspetti, non su una &#8220;professione&#8221; che ufficialmente non esiste. Il fenomeno del commercio sessuale coinvolge almeno<strong> 9 milioni di italiani</strong> e <strong>70mila lucciole</strong> (dati 2007 del dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio) con tutte le conseguenze sociali e sanitarie del caso. Vogliamo continuare a girarci dall’altra parte?</p>
<div id="cercaAutore" style="color: #ffffff;">Cecilia Maria Calamani</div>
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