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Di cartelli e di zingari

di Francesca Addei
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[24 feb 2012]
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Indossa un berretto nero in lana, alla moda, «un berretto alla moda che le copre tutta la chioma», così è descritta Fatima, la commessa marocchina che da qualche giorno fa parlare di sé per aver esposto fuori dal negozio vicentino dove lavora come commessa il cartello che recita: «Siamo spiacenti ma per maleducazione e non rispetto delle regole, vietato entrare ai zingari!» senza dimenticarsi di aggiungere «Non per razzismo».

Di lei si sa solo che ha 20 anni, è in Italia da 12 e rispetta le regole. Paga il biglietto sul bus, per esempio, mentre gli zingari no: «Ho visto coi miei occhi che gli autisti non li controllano nemmeno».
Racconta candidamente di aver subito vari furtarelli, di non poter rincorrere i landruncoli tutti i giorni e aggiunge che il proprietario del negozio non ne sa niente di questa iniziativa e che anzi le ha consigliato di rimuovere il cartello ma lei non ci vede proprio nulla di male. Lei spera di riuscire a tenere lontani i malintenzionati. I malintenzionati zingari, nello specifico. Non Romanì, proprio zingari.
Non si sa bene se Sinti o Rom, non si sa nemmeno se Rom napoletani, pugliesi, calabresi, Rom Harvati, Jovari, Khorakhanè, Dasikhané o Camminanti. Zingari e basta. Quelli che rubano, per intenderci.

In Italia si conta che ne vivano circa 160.000 e nonostante questo non c’è un grande interesse a conoscerne distinzioni e caratteristiche, a scoprirne la ricca cultura o le tradizioni, c’è solo un occhio sempre guardingo e una mano sul portafoglio, che non si sa mai.
Del resto siamo messi in guardia da anni dai nostri politici nei confronti “dei zingari“: come dimenticare nel 2008 il vergognoso delirio razzista di Giancarlo Gentilini, allora vicesindaco di Treviso che dal palco di una festa della Lega Nord e acclamato da centinaia di leghisti esultanti ed esaltati, sciorina una serie di insulti biechi e spregevoli tra cui resta indelebile nella memoria l’agghiacciante frase «Voglio eliminare i bambini zingari che vanno a rubare agli anziani»?
L’anno successivo, il 2009, Gentilini è stato condannato con rito abbreviato dal Tribunale di Venezia a non poter sostenere pubblici comizi per 3 anni e al pagamento di 4.000 euro di multa. Ma quelle parole sono state lanciate e non tornano indietro.

L’Italia si rivela così ancora una volta il paese delle feroci contraddizioni, in cui una ragazza di 20 anni, marocchina, non razzista come ci tiene a chiarire perpetra le stesse ingiustizie che forse non lei – carina e col cappello di lana alla moda – ma i suoi genitori o forse i nonni o più semplicemente molti suoi connazionali, hanno subito in passato o subiscono ancora.
Questo bisogno di avere sempre un nemico, uno straniero da odiare, a cui attribuire furti – gli stessi di cui si macchiano anche gli italiani – e da incolpare per le case o per il lavoro che non c’è, continua ad accompagnarci.
E così via, in una continua altalena di odio e luoghi comuni, nel bersaglio ci sono passati tutti: il marocchino, l’albanese, il polacco, il rumeno. E sempre, sempre, lo zingaro.
L’Italia sembra rivelarsi il paese in grado di trasmettere a chi ci vive, anche se solo da 12 anni, il peggio di sé: intolleranza, diffidenza, un cartello da scrivere per tenere lontane delle persone sgradite. Da scrivere in maniera rigorosamente sgrammaticata. Quindi, «i zingari rubano».

Rubare. Concetto astratto da queste parti: nel 2009 nella provincia di Napoli, un uomo di 40 anni, Salvatore Scognamiglio, viene sorpreso a rubare in un discount un pacco di wafer da 1.29 euro, di quelli che probabilmente molte persone neanche infilano nel carrello della spesa perché non di marca, si giustifica dicendo «mi vergogno, avevo fame» e gli danno 3 anni di carcere.
Forse i giudici non sono stati attenti durante lora d’aria, quando De Andrè  cantava così: «Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane,  ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame».

Per gli evasori fiscali invece, per quelli italiani doc, per quelli che amano il loro paese tanto da sottrarre al Fisco circa 130 miliardi di euro l’anno, per loro c’è stato uno scudo fiscale, l’ anonimato e una piccola percentuale da pagare per i capitali da far rientrare dall’estero. Quello è stato un lavoretto pulito pulito, nessuno li ha pizzicati con le mani nel sacco: nessuna mela e nessun pacco di biscotti.

Questa storia ha ancora una volta quel sapore amaro che non si riesce ad allontanare mai del tutto, quello che non si riesce a relegare a ricordo lontano, quel sapore amaro di un film in bianco e nero, di uno di quelli di cui conosci già il finale ma che vedi comunque, quasi per dovere. Non è forse iniziata con dei cartelli appesi fuori dai negozi e dai ristoranti  la grande persecuzione a danno degli ebrei? Probabilmente è allora il caso di chiederci se  davvero siamo cambiati, se l’essere umano si è  realmente evoluto (e per fare questo non dobbiamo soffermarci su Giancarlo Gentilini altrimenti la risposta sarebbe scontata) al punto da non ricadere più in quel terribile baratro; dovremmo chiederci, se mai si dovessero verificare i presupposti per un nuovo olocausto, questa volta saremmo in grado di impedirlo?

Ma tornando ai cartelli, in una pizzeria del Pigneto, un quartiere di Roma, ce n’è uno esposto; non fuori sotto gli occhi di tutti, ma dentro e contrariamente a quello dell’emporio vicentino non vuole avere l’effetto di tenere lontane le persone, piuttosto di avvicinarle e recita così:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare. *

(* Martin Niemöller erroneamente attribuito a Bertold Brecht)

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8 commenti
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  2. Chi ha fame “veramente ” un aiuto lo trova , i servizi sociali ancora in Italia funzionano , nessuna tolleranza però per chi è finto povero con la Mercedes o l’ Audi e vive in un campo nomadi.
    Che sia zingaro o che gli pare ,se vuole vivere in una società civile non deve farlo a spese della comunità , perché siamo tutti buoni e tolleranti , ma quando torni a casa e non trovi più i ricordi di famiglia , perché erano d’oro e la casa sottosopra … t’incazzi , e accetto smentite !!!

  3. Cari editori di Cronache Laiche e cari lettori,
    vi scrivo perchè ho già pubblicato dei commenti su questo argomento e ribadisco la mia posizione: non è possibile, in nome della tolleranza, difendere chiunque.
    La tolleranza e il rispetto va dimostrato solo nei confronti di chi accetta i nostri costumi e leggi, pertanto non bisogna fare di tutta l’erba un solo fascio.
    Personalmente ritengo che ognuno abbia un ruolo nella società, grazie al quale produce beni e servizi utili agli altri,

    “ma questi zingari cosa producono?”

    Questo articolo a mio avviso pecca di due difetti:
    1) è offensivo nei confronti di quanti emigrano del nostro paese, rispettandone le regole

    2)su questo sito, che leggo quotidianamente, appaiono sempre più frequentemente articoli dai toni generalisti dove le colpe di uno vengono attribuite a tutta la classe…capisc, quale sia l’orientamento di questo giornale, ma assumere posizioni estreme, senza tener conto del giusto mezzo, non ci rende onore.

  4. i cartelli non sono mai piacevoli…hanno sempre un che di orribilmente tristo. Ma non possiamo e non dobbiamo più delegare dei problemi di convivenza veri ai gentilini e ai borghezio, il problema esiste e non lo risolviamo negandone la sgradevolezza e ripescando gli orrori di un tempo, il problema esiste eccome perchè gli ‘zingari’ s0no persone che vivono in una sorta di bolla spazio-temporale da cui escono solo per ‘sussistere’ nella società ospitante (ovvio che non sto parlando dei singoli e non sto criminalizzando nessuno, vi prego di capire e non banalizzare quello che sto scrivendo)…quella bolla permette solo raramente un dialogo e un incontro, e vi accadono cose (ripeto, ovvio che ci sono le eccezioni e che molti si sono integrati ecc.ecc.) che rispondono a una cultura arcaica e decisamente in contrasto con quello che ‘laicamente’ una società deve rappresentare per crescere liberi cittadini e non membri di clan…quindi, o troviamo un modo per spogliarci del senso di colpa e di tutte le chincaglierie catto-sinistrosomalcompreso e affrontiamo il problema con laica freddezza, oppure sempre piu’ cartelli compariranno e allora sarà tardi per riportare la cosa nell’ambito della razionalità. Grazie.

  5. La triste verità è che in questo paese vai bene solo se sei bianco e cattolico. Se per caso non appartieni a questa categoria sei tollerato, forse ammirato, ma comunque estraneo. E giudicato in base ad un giudizio collettivo, spesso di colpa.
    E questo è, anche da parte di chi dice scusatemi ma.

  6. @ Sig.ra Tiziana

    Concordo con Lei quando dice “La triste verità è che in questo paese vai bene solo se sei bianco e cattolico.” e completerei anche con rosso e comunista e/o nero e fascista.
    Disgraziatamente, un colore laico e liberale (nel vero senso del termine!) non esisterà mai finché il paese sarà dominato dal dogmatismo, di matrice religiosa e/o ideologico-politica.

    E non è solo a Roma che non si può perfino neanche pensare (come sosteneva già tanti anni fa G. Leopardi), ma aggiungerei senza esagerazione… in tutta la penisola.

  7. @
    cara signora/e T.
    saprà bene che quando si afferma di avere una cultura liberale si è tagliati fuori .
    Il nero e rosso che lei cita altro non sono che chiese.
    Alla mia età sono ormai disillusa, ma credo, anche leggendo quanto pubblicato sulla rete (ovunque intendo) andiamo alegramente verso il baratro.
    Saluti, http://www.nessundio.net/tiziana2012.htm

  8. @ Cara Sig.ra Tiziana

    Mi trova perfettamente d’accordo.