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Religione a scuola: quando lo Stato rinuncia al suo ruolo

di Cinzia Sciuto
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[28 gen 2012]
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È tempo di iscrizioni scolastiche, che riguardano milioni di famiglie alle prese con la scelta della scuola per il prossimo anno. Sui moduli delle scuole statali, a partire addirittura dalla scuola dell’infanzia, tra i vari campi da riempire c’è anche quello «per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica». Una manifestazione di libertà, si dice. Un’abdicazione dello Stato al suo ruolo, in verità.

I genitori che ritengono che il posto della religione non sia nella scuola (pubblica) ma nelle chiese e nelle case, possono richiedere che il figlio esca dall’aula quando entra l’insegnante di religione. Per andare dove? A fare cosa? Quando va bene, la scuola organizza non meglio specificate «attività sostitutive», quando va male i bambini-ragazzi bighellonano per i corridoi in attesa che finisca l’ora di religione oppure entrano o escono prima da scuola se si tratta delle ore iniziali o finali della giornata scolastica. Per cui l’«alternativa» che si presenta al genitore è una sorta di segregazione: mentre (quasi) tutti i tuoi compagni rimangono in classe, tu (insieme a pochi altri) devi uscire e inventarti qualcos’altro da fare. Scelta di cui poi bisogna in qualche modo rendere conto ai figli, e molto probabilmente è più semplice spiegare a un bambino di 3 anni che l’uomo è un animale venuto fuori dopo centinaia di migliaia di anni di evoluzione naturale, piuttosto che fargli capire perché quando arriva la maestra di religione lui deve uscire dall’aula.

Ora, i casi sono due: o l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della formazione che la scuola pubblica intende dare ai suoi alunni, e allora non può essere consentito a nessuno di rinunciarvi, esattamente come nessun genitore può pretendere che il figlio non segua le lezioni di italiano, matematica e persino di educazione fisica; oppure l’insegnamento della religione cattolica è questione demandata alle scelte della famiglia, e allora non si capisce perché queste scelte debbano essere realizzate a scuola. La formazione dei propri figli è una questione complessa, nella quale entrano diverse «agenzie» formative, con ruoli distinti. Dopo la scuola, ogni famiglia decide in completa autonomia come «integrare» la formazione dei figli e sarebbe del tutto insensato pretendere che la scuola (pubblica) copra interamente lo spettro delle opzioni formative delle famiglie.

Uno Stato confessionale ha il pieno diritto di prevedere nell’ambito dei curricula scolastici della scuola pubblica l’insegnamento della religione, poiché in questo modello statuale essa costituisce non già un aspetto della vita privata delle persone, ma parte integrante (e anzi fondamentale) della formazione «civica» dei cittadini. I Patti Lateranensi, recepiti nell’articolo 7 della nostra Costituzione, fino alla loro revisione del 1984, definivano la religione cattolica «religione di Stato» ed era pertanto comprensibile e, a rigor di logica, persino doveroso che lo Stato la inserisse tra gli insegnamenti obbligatori della scuola pubblica.

Nel 1984 però quella clausola fu abolita e la religione cattolica è (dovrebbe essere) oggi una religione al pari delle altre (sebbene continui a godere di uno status privilegiato, ormai non più giustificato), tanto che proprio quella revisione, abolendo la «religione di Stato», abolì anche l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica. Se non c’è una religione «di Stato», la religione diventa questione privata, personalissima che può rappresentare per molti (al limite: per tutti) un’aspetto centrale della propria vita e che può ovviamente esprimersi pubblicamente in tutte le forme e i limiti garantiti dalla libertà di espressione e associazione di tutti i cittadini, ma non può costituire insegnamento in una scuola pubblica.

E scaricare sui genitori la scelta rivela soltanto la debolezza di uno Stato, incapace di assumersi la responsabilità della formazione dei propri cittadini.

Cinzia Sciuto
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14 commenti
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  1. IL PATRIMONIO STORICO E LA DIMENSIONE RELIGIOSA. L’INSEGNAMENTO DELLE RELIGIONI NELLE SCUOLE DELLO STATO

    Con le iscrizioni si riapre il problema dell’insegnamento della religione nelle scuole dello Stato anche con un vivace dibattito su una proposta d’ insegnamento della religione islamica nelle scuole pubbliche, dibattito che, come prevedibile, si è esteso anche all’insegnamento della religione cattolica e delle altre religioni.
    Perché la religione cattolica sì e la religione islamica o altre religioni no?
    La risposta, credo, si può trovare riflettendo, con serenità, sul quadro giuridico di riferimento costituito dalla legge 121 del 25 marzo 1985 che ratifica le modifiche apportate al Concordato del 1926 nonché dal D.P.R. n. 751 del 16 Dicembre 1985 concernente l’esecuzione dell’intesa tra il Ministro della P.I. e il Presidente della C.E.I.
    L’accordo, espressione libera di due Stati sovrani, pone l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche:

    1) Come fatto di cultura
    L’art. 9,2 dell’accordo di revisione del Concordato lateranense così recita: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado… “.

    Che “i principi del cattolicesimo” facciano parte del “patrimonio storico del popolo italiano” si può, quasi, considerare un postulato: l’arte, la letteratura, il diritto, le comuni aspirazioni di libertà, giustizia e pace trovano una fonte privilegiata nella tradizione cattolica e, perciò, nel Vangelo. Questa attenzione ha fatto dire al laico Benedetto Croce che non possiamo, noi italiani, non dirci cristiani.

    Il dibattito pedagogico più accreditato, pone, oggi, come prerequisito per le finalità del servizio scolastico, l’alfabetizzazione culturale, cioè il complesso di tutte le esperienze umane e di tutti i linguaggi della comunicazione, compresi quelli artificiali. E non sarebbe un non senso, nella logica di “umanizzazione” di tutta la scuola, togliere l’esperienza religiosa dal ricco complesso delle esperienze umane da “acculturare”?

    2) Come fatto scolastico
    Perché un fatto culturale diventi espressione del servizio scolastico e, perciò, della legittima prestazione della quale l’alunno ha diritto, occorre salvaguardare l’autenticità e la corretta impostazione metodologico – didattica della disciplina.

    Nel caso nostro, perciò, l’alunno ha il diritto di conoscere con certezza, quello che il cattolicesimo afferma di sé, i contenuti e i valori che fondano quella religione e che la distinguono dalle altre ma questa conoscenza deve essere offerta con la metodologia scolastica opportuna.

    In quest’ottica legislativo–pedagogica, l’oggetto dell’insegnamento della religione non è, perciò, opzionale ma prescrittivo: si tratta di quel complesso organico di contenuti e di valori che costituiscono i “principi del cattolicesimo”.

    L’autenticità di questi contenuti ha una fonte ben precisa, la comunità della Chiesa, ma l’impostazione metodologico – didattica deve trovare il suo punto di riferimento nel gestore del servizio, cioè la scuola.
    Ecco perché il n. 5 del Protocollo addizionale precisa: “L’insegnamento della religione cattolica è impartito – in conformità alla dottrina della Chiesa… – da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica, nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica …”.

    Il discorso così passa dal politico al professionale e chiama in causa non solo l’insegnante di religione ma tutto il collegio dei docenti, titolare della programmazione educativa, nonché il dirigente scolastico, garante per legge della produttività del servizio.
    È consequenziale, così, che non può essere disattesa la preparazione dogmatico-teologica dei docenti di religione per i quali si farà carico l’autorità ecclesiastica ma è anche logico che alla preparazione dogmatico-teologica si dovrà unire una solida preparazione pedagogico-didattica della quale il principale responsabile resterà lo Stato che gestisce la scuola pubblica.

    3) Come fatto di libertà
    È accettato da tutti che la finalità della scuola è l’educazione integrale dell’uomo e del cittadino ma che la dimensione religiosa, in genere, sia costitutiva della persona e della sua dignità e che l’insegnamento della religione cattolica, in particolare, sia essenziale per la formazione integrale non è un postulato e, perciò, un dato che debba necessariamente essere accettato da tutti.

    E poiché il servizio è di tipo scolastico sarà l’autorità scolastica a richiedere ai genitori di esercitare tale diritto e, sarà la stessa autorità a garantire l’efficacia di tale scelta.
    I genitori che dovranno operare il diritto di avvalersi o no di tale insegnamento per i loro figli, se minorenni, e gli alunni se maggiorenni, dovranno avere “la certezza” che l’insegnamento della religione nella scuola è un fatto culturale che rientra nella programmazione scolastica.

    Dovranno però anche sapere e “percepire” che, avere diritto, da parte dell’alunno di conoscere “i principi del cattolicesimo” in quanto parte integrante della propria storia e, perciò, il dovere da parte dello Stato, di offrire questo servizio nella sua autenticità e corretta impostazione epistemologica e strutturale, non significa presupporre una scelta confessionale negli utenti del servizio, né vedere questo servizio finalizzato all’evangelizzazione – conversione. In una parola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole non è catechesi.

    Diritto di conoscere non significa dovere di accettare: la scuola ha finalità conoscitive alle quali non appartengono le adesioni ai contenuti, adesioni che resteranno legate alla libera scelta di ogni persona umana.

    Altra cosa è l’insegnamento della religione dell’Islam o di altre religioni in quanto i principi fondanti questa religione (o altre) non fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano e, quindi, mancando del fondamento storico proprio della religione cattolica non possono essere messe allo stesso livello.
    Ma ciò non significa che la religione islamica e/o le altre religioni non possano e non debbano trovare una collocazione nelle scuole italiane.

    Una scuola, infatti, che non ammette o emargina la dimensione morale e religiosa della persona umana non può educare, anzi, costituirebbe un ostacolo per un’educazione integrale.
    Un insegnamento della storia della religione impartito a tutti gli alunni, attraverso un cammino di ricerca, per far conoscere le risposte date, dalle varie religioni, agli interrogativi emergenti dalla dimensione religiosa o lo spazio riservato alla scelta alternativa all’insegnamento della religione cattolica, potrebbe dare cittadinanza storico-culturale ad ogni convinzione religiosa.

    Se la concezione antropologica dell’educazione è aperta alla dimensione trascendente dell’essere umano, in una società pluralista, il diritto alla libertà religiosa esige sia l’assicurazione della presenza dell’insegnamento della religione nella scuola, sia la garanzia che tale insegnamento sia conforme alle convinzioni degli utenti se maggiorenni e/o dei genitori per i minori.

    Se, ancora, in una Nazione i principi fondanti di una particolare religione sono un proprio originario patrimonio, non dovrebbe meravigliare che tale religione, senza essere considerata come una super-religione civile, possa avere una collocazione “particolare”.

    In questa logica, sì all’insegnamento della religione cattolica e di ogni altra religione ma senza perdere di vista il dato storicamente, culturalmente e moralmente incarnato nella nostra realtà sociale e nel rispetto delle posizioni che le persone variamente adottano.

    C’è da aggiungere, però, per quanto attiene specialmente la religione islamica, che non c’è, nel nostro Paese, una confessione organizzata e riconosciuta dallo Stato.
    Esistono, infatti, diversi gruppi, a volte, in forte conflitto tra di loro e ciò renderebbe molto difficile dar vita a un insegnamento nell’assenza di alcuna comunità, istituzione, o gerarchia confessionale.

    Occorre, perciò, esaminare bene il problema per rendere realizzabile un insegnamento organico della religione islamica nelle nostre scuole, impegnandoci ed augurandoci che le condizioni storiche possano garantire con certezza che, il sistema di valori su cui fonda la nostra società, non venga intaccato, o posto a rischio, da una presenza che deve puntare a integrare tutti coloro che vivono sul nostro territorio, e non a dividere la società italiana.
    Giuseppe Luca
    Tel.333/4358311
    pippo.luca@alice.it

  2. [...] di uno Stato, incapace di assumersi la responsabilità della formazione dei propri cittadini.http://www.cronachelaiche.it/2012/01/religione-a-scuola-quando-lo-stato-rinuncia-al-suo-ruolo/ Dovresti leggere anche :Niente più MA.Il 110 e lode non conta più. È l’universi…La [...]

  3. In realtà secondo ma la faccenda va concettualizzata in un altro modo. L’affermazione “Se non c’è una religione «di Stato», la religione diventa questione privata” è facilmente criticabile dai sostenitori dell’i.r.c., sentenze della Consulta alla mano: “Esaurito il ciclo storico, prima, della strumentale utilizzazione della religione come sostegno alla morale comune, poi della opposizione positivistica tra religione e scienza, quindi della eticità dello Stato totalitario, allontanati gli ultimi relitti della contesa risorgimentale tra Monarchia e Papato, la Repubblica può, proprio per la sua forma di Stato laico, fare impartire l’insegnamento di religione cattolica in base a due ordini di valutazioni: a) il valore formativo della cultura religiosa, sotto cui s’inscrive non più una religione, ma il pluralismo religioso della società civile; b) l’acquisizione dei principi del cattolicesimo al .
    Il genus () e la species () concorrono a descrivere l’attitudine laica dello Stato- comunità, che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato-persona o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o ad un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini.” (Corte Cost., sent. 203-1989). Ovvero, in termini più semplici, l’i.r.c. è una garanzia della libertà religiosa positiva delle famiglie – una sorta di welfare della religione, per così dire. Da questo punto di vista l’inserimento nella scuola risponde solo a esigenze organizzative. Il problema si pone però allora su un altro piano: come conciliare la limitazione ai cattolici della possibilità di accedere a questo welfare con il divieto di discriminazione, senza considerazione di fattori numerici, in materia religiosa che la stessa Corte Costituzionale ha più volte ribadito? E’ questo il mistero che rimane da sciogliere e che induce a domandarsi se il buon vecchio separatismo cavouriano non era in fondo la soluzione meno peggiore.

  4. Concordo pienamente con l’articolo, soprattutto con la frase “è più semplice spiegare a un bambino di 3 anni che l’uomo è un animale venuto fuori dopo centinaia di migliaia di anni di evoluzione naturale, piuttosto che fargli capire perché quando arriva la maestra di religione lui deve uscire dall’aula.”.
    Difatti, i bambini capiscono e sanno che un loro compagno musulmano non farà religione con loro perché è di un altra religione.
    Ma non capiscono perché uno, italiano come lui, quella materia col prete (anche se oggi ci sono insegnanti civili) non deve farla, e lo vede come una cosa strana, non giusta. E ciò che ne consegue è un ulteriore “isolamento” del bambino non-religioso.
    Quindi, questa abdicazione del ruolo dello Stato, questa sua irritante e vile mancanza, porta l’Italia ad essere ancora – a pieno titolo – uno Stato confessionale.
    E soprattutto porta i genitori laici di fronte ad un bivio.
    Costringere il bambino a seguire lezioni di fantasia che DEVE considerare vere altrimenti viene tagliato fuori dalla società scolastica e dei compagni;
    o responsabilizzarlo oltre misura di una scelta che loro (e non ancora lui) hanno fatto, costringendolo a spiegare ai compagni perché lui a quelle lezioni “non obbligatorie” non c’è perché la religione cattolica è una enorme presa in giro isitutita millenni fa al solo scopo di controllare il popolo nelle sue scelte di vita, di morte, di amore, di pensiero, nonché la più grande azienda economico-politico-sociale.

    Il cambiamento deve avvenire sul piano politico e culturale.
    Ma non di muro contro muro (benché dall’altra parte si avrà sempre un muro), ma con la logica.
    La religione cattolica è una religione come le altre. Quindi, a logica, deve avere lo stesso valore delle altre.
    Sì ma noi siamo in Italia e non possiamo non dirci cristiani ….
    E chi l’ha stabilito questo?
    La storia insegna che MOLTO prima di cristo e dell’avvento del cristianesimo ci fossero altre culture ed altre religioni che fanno parte della nostra cultura. Religioni però relegate nella materia storia, perché considerate miti. Così come mito, deve a mio avviso esser considerata la religione cattolica.

  5. Vorrei solo fare presente ai genitori i cui figli non frequentano le due ore di religione cattolica (è ora di farla finita con l’espressione “l’ora di religione”!) che c’è l’obbligo di fornire una cedola per l’acquisto di un libro per “le ore alternative” (ovvero sia, quando i bambini vengono parcheggiati in qualche altra classe a fare un po’ di operazioni, un po’ di compiti arretrati). A me è stato chiesto di acquistare un libro a spese mie, mi sono rifiutata e mi è bastato un po’ di ricerca in rete per trovare la normativa che regola la questione: una normativa che i dirigenti scolastici o non conoscono o fanno accuratamente finta di non conoscere. Non facciamoci prendere in giro.

  6. @Ann
    Hai il link di quello che dici?
    Potrebbe essere utile a molti che leggono…
    Grazie!

  7. “Giuseppe Luca gennaio 28th, 2012 11:54″
    “Che i principi del cattolicesimo” facciano parte del “patrimonio storico del popolo italiano” si può, quasi, considerare un postulato” :
    fortunatamente ne sono solo una parte, e l’umanità sarebbe meglio guardasse in avanti anzichè arroccarsi in ideologie anacronistiche.
    L’Italia nasce con il Risorgimento, Garibaldi e Mazzini, e” le comuni aspirazioni di libertà, giustizia e pace” trovano su questo la fonte privilegiata, non nella tradizione cattolica, così come è ardito l’assioma cattolicesimo – Vangelo.
    150 anni, di cui i primi 100 contrassegnati da guerre, e il momento per gli italiani più importante di condivisione di aspirazioni di libertà è stato la Resistenza.
    In Italia, come nel resto del mondo occidentale dagli anni 60/70 l’esperienza religiosa si è arricchita delle conoscenze di altre forme di pensiero, orientali, mistiche, esoteriche, new age e di studi scientifici e storici, in particolare l’esistenza di altri vangeli e interpretazioni della vita e pensieri di Cristo. La coscienza, anche nel popolo italiano, che esistono “alternative” di viversi la propria religiosità, in un rapporto con la divinità che non prevede necessariamentela presenza di intermediari a vario titolo è, purtroppo per voi, una realtà innegabile, con cui confrontarsi. La Catechesi nella scuola pubblica, è ipocrita chiamarlo in altro modo, costituisce un tentativo di restaurazione, tramite l’imposizione di un unico pensiero dominante.
    La vostra pretesa di essere gli unici depositari dei valori degli italiani mi sembra un tantino azzardata: secondo voi, il popolo italiano nasce e forma la sua identità di nazione con la nascita dello Stato Pontificio? O con Costantino?

  8. Cara Sig. Cinzia,
    lei dice:
    “L’Italia nasce con il Risorgimento, Garibaldi e Mazzini”
    mi scusi, ma questa è una visione riduttiva della questione, in quanto esisteva già molto prima il concetto si “penisola italiana” (d’altra parte non è che 150 anni fa ci si è svegliati una mattina e si è detto “facciamo l’Italia” qualcosina c’era già prima), anche se politicamente non era ancora un unico stato, culturalmente la questione era ben diversa , e quì è il lato culturale che si sta prendendo in esame, in cui il Cristianesimo ha dato un enorme contributo;

    poi dice: “l’umanità sarebbe meglio guardasse in avanti”
    un pò come dire che possiamo prendere migliaia di anni di esperienza e buttarla nel WC, allora propone pure di togliere la storia tra le materie scolastiche? (o magari ridurla solo agli ultimi 150 anni?);

    infine parla della “coscienza, anche nel popolo italiano, che esistono “alternative” di viversi la propria religiosità”
    è giusto che ci sia, ma la soluzione non è escludere la religione dalle discipline da insegnare (come ci può essere vera coscienza con una politica di oscurantismo), ma semmai includerle tutte.

    Saluti.

  9. a me sembra che l’opporsi apertamente , da parte degli insegnati, circa l’utilizzo fattivo delle ore di religione, sia come i medici negli ospedali: se sei pro-aborto ………………… sono solo cavoli tuoi! Nel nome di Allah! potente e misericordioso.

  10. Sig. Metralo,
    Quel “qualcosina prima” sono stati le rivolte, i moti e le 3 guerre d’Indipendenza!
    La penisola italica esiste geograficamente da sempre; il superamento di questa concezione avviene dal 1821 al 1870 con il Risorgimento, che ha formato la coscienza nazionale come sintesi di valori, ideali, civiltà, espressione culturale artistica e aspirazioni a costituire un popolo libero e unito.
    Il 20 settembre 1870, con l’entrata delle truppe italiane a Roma dalla breccia di Porta Pia, si conclude l’Unità di Italia. Il papa Pio IX si considerò prigioniero della nuova Italia e scomunicò il re Vittorio emanuele II. I cattolici rimasero esclusi dalla vita politica italiana per circa 50 anni (su 150!).
    Questo è il contributo storico della chiesa cattolica alla coscienza del popolo italiano.
    Quello attuale è la conquista dell’Italia, in nome di un cristianesimo sbandierato ma mai praticato (a parte qualche “folle mistico” sopportato dalle gerarchie cattoliche, come S. Francesco, Don Bosco, fino a Don Gallo e don Ciotti).

    Posso anche essere d’accordo sull’insegnamento delle religioni come un’espressione del pensiero dell’umanità, come la filosofia e la psicologia. Per attuare ciò scolasticamente, cioè come studio e approfondimento obiettivo e valido, a-prescindere, occorrono insegnanti scelti dallo stato come gli altri. Insegnanti di parte, portatori di una confessione e/o ideologia ben individuata, non insegnano, ma indottrinano.

    Saluti

  11. Può essere utile conoscere questo comunicato della UAAR:

    Ora alternativa: nuova lettera alle scuole
    Nel periodo a cavallo tra gennaio e febbraio tutte le scuole italiane ricevono le preiscrizioni per l’anno successivo, e proprio in questa fase occorre comunicare la propria scelta di frequentare l’insegnamento della religione cattolica o una delle altre opzioni possibili, tra cui la cosiddetta “ora alternativa”. l’UAAR ha recentemente inviato una lettera a tutte le scuole italiane per segnalare la necessità che vengano fornite agli studenti informazioni chiare e tempestive, e ovviamente che vengano garantite loro le attività alternative a cui hanno diritto. In particolare l’UAAR ha invitato le scuole a raccogliere in sede d’iscrizione sia il modello E, relativo alla scelta di avvalersi o meno dell’IRC, che il modello F in cui sono elencate le 4 possibili alternative, e inoltre ad inserire le attività alternative nel POF (piano per l’offerta formativa). Diverse scuole hanno risposto alla comunicazione, sia facendo pervenire copia dei loro POF, come richiesto, che con risposte piccate come quella di un istituto forlivese.

  12. @Cinzia: “La Catechesi nella scuola pubblica, è ipocrita chiamarlo in altro modo, costituisce un tentativo di restaurazione, tramite l’imposizione di un unico pensiero dominante.” Siamo seri: quando mai nell’ora di religione si studia – come pur a norma di legge si dovrebbe – la dottrina? Qualsiasi insegnante di religione che ci provasse si troverebbe a parlare a un’aula vuota. Oggi l’ora di religione è diventato uno spazio dedicato al chiacchiericcio su argomenti “d’attualità” che non si capisce perché debba essere gestito da qualcuno che non può divorziare e deve godere del benestare del vescovo; anzi, si capisce benissimo: l’i.r.c. è ormai nient’altro che uno strumento clientelare per assegnare rendite e gestire a beneficio della CC il potere che ne deriva, né più né meno.

  13. Salve Sig.ra Cinzia,

    la ringrazio per la lezione di storia (che non fa mai male) ma, ripeto, quì si parlava dell’aspetto culturale, non politico, della storia italiana.

    Saluti.

  14. @Panda = Ciò che dici è vero. Ma è alle medie ed alle superiori che inizi a fregartene e chiacchierare, giocare a tris, al famoso gioco “nomi cose città”.
    Alle elementari sei ancora per lo più timoroso, e quindi, tattica ecclesiastica, più malleabile.
    E questo è peggio.

    Così come è peggio che venga insegnata ancora.
    L’irc non è voluta da sempre più persone, in classe non si fa nulla perché è come se fosse ora buca, ma loro continuano a percepire denaro pubblico, ed intromettersi nelle decisioni scolastiche nonché delle nostre vite.
    E non è MOLTO PEGGIO oltre che assurdo?
    Dici bene l’i.r.c. è ormai nient’altro che uno strumento clientelare per assegnare rendite e gestire a beneficio della CC il potere che ne deriva, né più né meno.>/i> .. con il beneplacito dei nostri politici di destra e di sinistra (quasi tutta) …

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