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Il papa riscrive la storia d’Italia

di Elio Rindone (*)
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[24 gen 2012]
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Chi detiene il potere ha la possibilità di riscrivere la storia secondo i propri interessi, e a tal fine non è necessario mentire: basta evidenziare una parte della verità e nascondere accuratamente l’altra. Potrebbe sembrare questa la via scelta da Benedetto XVI nel Messaggio indirizzato il 17 marzo 2011 al Presidente Napolitano in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia: ben pochi studiosi, infatti, si riconoscerebbero nella ricostruzione della storia italiana operata dal pontefice. Dopo aver ricordato che «la nazione italiana, come comunità di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate sulla penisola, comincia a formarsi nell’età medievale» il papa afferma che «Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali» e sottolinea che grandi artisti come «Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini» nel corso dei secoli, «hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana».

Sin dall’inizio si dà quindi per scontato il nesso tra il cristianesimo e “l’opera della Chiesa” e si suggerisce l’idea che, come il cristianesimo, anche la presenza della Chiesa, a partire dalla sua gerarchia, sia stata sempre e soltanto benefica e che tale sia stata considerata da tutti. Il che non è affatto vero: anzi, persino alcuni degli autori citati dal papa giudicavano in modo assolutamente negativo la gerarchia ecclesiastica.
Dante, per esempio, nella Divina Commedia pone in bocca a Pietro una violenta invettiva contro i papi del tempo, lupi che travestiti da pastori sbranano il gregge cristiano invece di custodirlo, portando il papato a livelli di corruzione inimmaginabili: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, [...] fatt’ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza [...] In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i paschi [...] o buon principio, a che vil fine convien che tu caschi!» (Paradiso XXVII, 22-23, 25-26, 55-56, 60).
E Petrarca ha una pessima opinione della corte pontificia, tanto da parlarne nel Canzoniere come di «nido di tradimenti, in cui si cova quanto mal per lo mondo oggi si spande: de vin serva, di letti e di vivande, in cui lussuria fa l’ultima prova [...] scola d’errori e templo d’eresia [...] fucina d’inganni» (CXXXVI, CXXXVIII).
Se questi autori apprezzavano poco “l’opera della Chiesa”, tanti altri intellettuali che il papa non cita (la tradizione culturale italiana non è caratterizzata solo dagli artisti) l’apprezzavano ancor meno, anche se magari ammiravano il messaggio evangelico.
Marsilio da Padova, per esempio, scrive nel Defensor pacis che nella curia papale «si fanno piani accurati per invadere delle province cristiane [...] ma non vi si vede nessuna preoccupazione e nessun disegno per guadagnare le anime» (II, 16). Opinione condivisa dal Boccaccio che, in una novella del Decameron, rileva con ironia che in genere gli ecclesiastici sembra che «si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella» (I, 2). E il papa fa bene a non parlare di autori come Machiavelli, Ariosto, Guicciardini o Giordano Bruno: le citazioni di pesanti giudizi sulla chiesa gerarchica tratte dai loro scritti si potrebbero moltiplicare all’infinito e sarebbe certo difficile sostenere che essi non siano espressione del modo di sentire del popolo italiano e non lo abbiano a loro volta influenzato.

Assieme agli artisti il papa ricorda l’azione benefica delle “istituzioni educative ed assistenziali” fondate dalla Chiesa, ma dimentica altre iniziative ecclesiastiche che hanno avuto effetti non meno rilevanti, e non proprio positivi, sulla società europea e in particolare italiana. La caccia alle streghe, per esempio, è stata avallata dall’autorità ecclesiastica, che con Innocenzo VIII ha autorizzato due teologi domenicani a «punire, incarcerare e correggere» (Summis desiderantes affectibus, 1484) le persone, soprattutto donne, colpevoli di stregoneria. Come escludere che la paura della donna che caratterizza la gerarchia cattolica abbia contribuito alla svalutazione del sesso femminile e alla diffusione, specialmente nella società italiana, dell’idea della sua malizia?
Ancora, sia l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione, riportato in vita da Paolo III, che la creazione del ghetto per gli Ebrei e la pubblicazione dell’Indice dei libri proibiti ad opera di Paolo IV hanno certamente favorito un clima di intolleranza e di repressione del libero pensiero: se noti intellettuali vengono mandati al rogo, come Giordano Bruno, o costretti ad abiurare, come Galileo Galilei, è inevitabile che si diffonda un clima di paura. Gli Italiani che dissentono sono ridotti al silenzio, e così li si abitua a un ossequio esteriore e ipocrita, inducendoli a tenere per sé le loro critiche. Si capisce come uno scrittore dell’epoca possa arrivare a giustificare moralmente la dissimulazione, dato che fingere di apprezzare ciò che in cuor proprio si detesta è l’unico modo di salvare la pelle: «si concede talor il mutar manto per vestir conforme alla stagion della fortuna»(Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta, 1641). E anche oggi un atteggiamento ipocritamente ossequioso verso chi, di volta in volta, è al potere caratterizza lo stile di vita di tanti italiani.

Ignorando la cappa di conformismo caduta sull’Italia della Controriforma, il papa prosegue invece con malcelato entusiasmo: «L’apporto della Chiesa e dei credenti al processo di formazione e di consolidamento dell’identità nazionale continua nell’età moderna e contemporanea. Anche quando parti della penisola furono assoggettate alla sovranità di potenze straniere, […] la nazione italiana poté continuare a sussistere e ad essere consapevole di sé. Perciò, l’unità d’Italia […] ha potuto aver luogo […] come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo». In realtà, se già alla fine del Settecento c’è in Italia un risveglio culturale e politico, ciò è in buona parte dovuto alle idee e ai fermenti che giungono dal pensiero illuminista e dalla Francia rivoluzionaria che diffonde in Europa gli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza. Principi di libertà di pensiero, di stampa, di religione … che Pio VI si affretta a condannare: «si stabilisce come un principio di diritto naturale che l’uomo [...] possa liberamente pensare come gli piace, e scrivere e anche pubblicare a mezzo stampa qualsiasi cosa in materia di Religione. [...] Ma quale stoltezza maggiore può immaginarsi quanto ritenere tutti gli uomini uguali e liberi» (Quod aliquantum, 10/3/1791). E se i principi di libertà e uguaglianza, grazie anche alla condanna ecclesiastica, non hanno caratterizzato a sufficienza quella che oggi il papa chiama identità italiana forse non c’è molto da rallegrarsi.

Elio Rindone
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2 commenti
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  1. Già, quando regna la pusillanimità mista all’ignoranza, il Papa potrebbe anche permettersi di raccontare che l’idea dell’Unità d’Italia sia partita da San Pietro… strano che ancora non l’abbia fatto.
    Oppure come già si disse in un passato non molto remoto, Giordano Bruno è stato bruciato, sì, ma da “un errore umano” visto che la perfezione della Chiesa è eterna, infallibile.

  2. Commento con una vignetta. http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/198947_178874708825504_140149566031352_417936_696883_n.jpg

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