Attualità Scienze
Parto cesareo, monito dell’OMS
di Virginia Romano[29 dic 2011]
La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, presieduta da Leoluca Orlando (Idv), ha presentato alla Camera, il 22 dicembre scorso, il resoconto di un’indagine sui casi di malasanità connessi al parto. L’indagine è stata svolta su un campione di 344 punti nascita rispetto al totale di 570 distribuiti sul territorio nazionale. Tenendo conto che quattro regioni – Umbria, Calabria, Sardegna e Liguria - sono state escluse dall’inchiesta per incompletezza del questionario di rilevazione, l’analisi dei dati ci racconta di un Paese nel quale le strutture sanitarie continuano a ricorrere al parto cesareo in una percentuale molto superiore a quella indicata dall’OMS (15%).
Mediamente in Italia si ricorre al cesareo nel 38,3% dei casi. Purtroppo però in alcune regioni, tipicamente al sud, i cesarei ammontano alla preoccupante cifra del 62% (Campania). Per completezza occorre dire che il tasso è sensibilmente più alto nelle cliniche private (circa 50%), rispetto agli ospedali pubblici (circa 36%). Come se questi numeri non bastassero, di per sé, a descrivere disfunzioni e incuria, dall’inchiesta risulta anche quanto l’intervento chirurgico sia sempre più a rischio perché molte strutture pubbliche non sembrerebbero possedere standard professionali e tecnologici necessari per affrontarlo in piena sicurezza.
Congiuntamente ai dati specifici sul parto, l’inchiesta riporta dati di contorno in grado di descrivere più chiaramente la situazione. Oltre alla percentuale dei cesarei cresce difatti esponenzialmente anche il numero di procedimenti penali per lesioni e omicidio colposo a carico del personale sanitario, medico e ostetrico a fronte, però, di un numero bassissimo di condanne. Questo dato può essere letto in molti modi.
Ipotizziamo, in prima battuta, che il clima vigente all’interno delle strutture sanitarie del nostro Paese ha visto invertirsi – fenomeno che sembra in crescita – il rapporto di forza tra medici e unità di cura (il paziente e i suoi familiari). L’unità di cura, in altre parole, ha acquisito informazioni, conoscenza e consapevolezza dei propri diritti in una fase storica in cui il Sistema sanitario nazionale soffre fortemente – sia da un punto economico che organizzativo – gli effetti di un cambiamento sostanziale della domanda.
In altre parole mentre il Sistema sanitario si scopre sempre più inadeguato ad accogliere e soddisfare le caratteristiche attuali della domanda di salute – che è assai diversa da quella di soli trent’anni fa – i cittadini sono sempre più reattivi e sospettosi nei confronti delle strutture sanitarie e dei loro operatori, più aggressivi nelle loro richieste e assolutamente intolleranti – anche se spesso a ragione– nei confronti dell’errore medico. Tale intolleranza, se da un lato è giustificata dall’aumento di casi di malpractice, dall’altro può anche diventare anche un’arma impropria nelle mani di cittadini che non sempre la usano in modo corretto. Talvolta gridare allo scandalo è infatti sintomo di un rifiuto della fragilità della vita o dei limiti stessi della scienza medica.
In conclusione, e per tornare al tema specifico del parto, la situazione descritta dall’inchiesta dovrebbe fungere da monito. In un Paese come il nostro, nel quale l’evento della nascita si è ridotto drasticamente rispetto solo a pochi decenni fa e nel quale pertanto il nascituro (e la madre) dovrebbero assumere un valore relativo grandissimo si assiste invece – secondo il lavoro della Commissione - ad un tendenziale disinvestimento nei confronti della nascita e della sua tutela.
Le ragioni di questa incuria sono complesse e interrelate e di certo vanno collocate nel contesto più ampio, lo ripetiamo, di un SSN in forte sofferenza e giunto – ancora una volta, perché la storia si ripete – a uno stallo. Le parole d’ordine di un cambiamento necessario del sistema – sostenibilità, qualità, equità – appaiono sempre più in tensione tra loro ma è solo dalla loro conciliabilità che potrà passare il rinnovamento della sanità pubblica italiana.
Virginia Romano








































Salve,
l’articolo mi fa venire in mente un caso di un pò di anni fa in cui si praticavano inutilmente dei parti cesarei, infatti pare che per la legge di allora (non so se è ancora così), le cliniche private ricevevano in alcuni ambiti delle sovvenzioni dallo stato, tra cui nei casi di parti cesarei, ritenuti “casi di pericolo”, e quindi garantiti dallo stato, in alcune cliniche private quindi si praticavano parecchi parti cesarei anche se non era necessario (così i medici potevano intascare i soldi delle suddette sovvenzioni), poi non so come è finita.
Spero che il dato fornito nell’articolo:
“il tasso è sensibilmente più alto nelle cliniche private (circa 50%)”
non abbia un’origine analoga.
un ultima considerazione sulla frase:
“la situazione descritta dall’inchiesta dovrebbe fungere da monito. In un Paese come il nostro, nel quale l’evento della nascita si è ridotto drasticamente rispetto solo a pochi decenni fa e nel quale pertanto il nascituro (e la madre) dovrebbero assumere un valore relativo grandissimo si assiste invece – secondo il lavoro della Commissione – ad un tendenziale disinvestimento nei confronti della nascita e della sua tutela.”
pienamente daccordo, se ci fosse una maggiore attenzione verso le neomadri si eviterebbero tanti casi di aborto ( + o – volontario).
Saluti
Ho anche io il sospetto che l’eccessivo ricorso ai cesarei nelle cliniche private possa dipendere dai maggiori rimborsi che questi procurano.
A proposito, di chi sono solitamente le cliniche private?
Per ridurre il numero di parti cesarei basta togliere la convenzione alle strutture private accreditate quando il numero di essi supera il doppio di quanto previsto dall’OMS. Il sistema del pagamento in base ai DRG ( attualmente in vigore in Italia) mutuato dall’esperienza USA da noi nn funziona in quanto mancano controlli adeguati e seri …..Negli USA le compagnie assicuratrici operano un controllo ferreo sui rimborsi( se il taglio cesareo nn era necessario ovviamente non viene rimborsato) In Italia lo Stato (Le Regioni) rimborsano tutto senza effettivi controlli…questo giustifica il numero molto maggiore di cesarei in ambito privato.Quello in ambito pubblico scaturisce dalle carenze organizzative delle strutture pubbliche dovute allo sotrno sempre maggiore di fondi che prendono la via del privato…..insomma come il gatto che si morde la coda!.