Attualità Chi€sa
“Diritti inalienabili”, ovvero come mischiare le carte in tavola
di Cecilia M. Calamani[12 set 2011]
Se c’è un momento sconcertante nelle messe funebri è quello della predica, quando il sacerdote esalta tutte le più recondite virtù dello scomparso per tacere ogni palese mancanza. Che sia morto uno stinco di santo o un delinquente fa poca differenza: nel momento dell’addio diventiamo tutti eroi, e se potessimo udire le parole che l’officio ecclesiastico riserva per noi forse ci inorgogliremmo, salvo pensare che subito dopo qualcuno passerà con il cestino per le offerte in cui i nostri familiari avranno cura di riporre una busta dall’inequivocabile significato.
Ma spesso i sacerdoti osano anche di più, e cercano di convincere gli astanti che la malattia, la sofferenza e la conseguente morte sono solo il sommo riconoscimento che dio poteva concedere al defunto. Lo ha chiamato a sé, lo ha scelto tra tanti per una prova di coraggio, fede e amore. Più la morte è sofferta, ingiustificabile, prematura più ci spiegano che non è stato il crudele caso a stroncare una vita, ma la generosità del Signore, che ha scelto tra tanti un “preferito”. Il pensiero che prima o poi saremo tutti “preferiti” non sembra sfiorare neanche lontanamente la mente del sacerdote e dei presenti. Ma si sa, spesso è preferibile una pietosa bugia a una cruda verità, tant’è che i parenti invece di inveire contro tali sberleffi alla sofferenza di chi se è andato e di chi resta lasciano la chiesa pacificati con il loro dolore, riflesso terreno della bontà divina. Il protocollo funziona, insomma, e anche se tutt’altro che onesto ha almeno il vantaggio di lenire il dolore dei congiunti.
Ci si aspettava quindi che il papa, nel suo messaggio agli americani alla vigilia del decennale dell’11 settembre, ripercorresse lo stesso iter per ricordare le quasi tremila vittime della strage terroristica. Invece no: «Ogni vita umana è preziosa agli occhi di Dio», ha scritto riferendosi alle «tante vite innocenti» affidate alla «misericordia infinita di Dio». Ripetere la favoletta dei “prescelti” di fronte a migliaia di famiglie che faticosamente cercano di lenire il loro dolore deve essere sembrato troppo anche a lui. Per quale motivo i morti di malattia o di incidente siano “prescelti” mentre quelli trucidati da un fondamentalista islamico no non possiamo capirlo noi, le incoerenze teologiche sono parte stessa della fede e smontarle con i mezzi della ragione è un giochetto fin troppo facile. Ma quando il papa smette i suoi panni di rappresentante di dio per vestire quelli di capo di Stato, allora le sue contraddizioni non rientrano più nell’alveo teologico ma in quello politico e riguardano tutti, non solo i cattolici. E’ infatti in queste spoglie che Benedetto XVI ha affermato, nella stessa lettera: «Non va risparmiato alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un genuino rispetto per i diritti inalienabili e la dignità delle persone e dei popoli dovunque essi siano».
I «diritti inalienabili delle persone» sono chiaramente esposti nella Convenzione internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni unite alla quale lo Stato vaticano non ha mai aderito. Così come non ha firmato la moratoria internazionale contro il “reato” di omosessualità, punito ancora in molti paesi con la condanna capitale. Eppure, l’orientamento sessuale è uno di quegli «inalienabili diritti», come la parità tra i sessi. E ben lo sanno le suore, alle quali è preclusa la “carriera” dei loro colleghi maschi. Niente sacramenti, messa, confessione e cerimonie; tutt’al più possono dedicarsi alla cucina, alle pulizie o, se particolarmente fortunate, all’insegnamento. È un «diritto inalienabile» dell’individuo poter prevenire la malattia con tutti i mezzi che il progresso mette a disposizione. E lo possono dire gli africani, massacrati dalla piaga dell’Aids, ai quali il papa ha “suggerito”, dall’alto del suo ruolo di portavoce di dio, di non usare i preservativi. È un «diritto inalienabile» della persona l’autodeterminazione, che si tratti di maternità o di fine-vita; è un «diritto inalienabile» dell’infanzia la consegna alla giustizia di chi la abusa nel modo più raccapricciante.
Uno Stato che non riconosce i fondamenti dei diritti dell’uomo non è degno di fare prediche ad altri. I quali, nel caso dei fondamentalisti islamici, fanno semplicemente, mutatis mutandis, quello che fatto la Chiesa cattolica fino a qualche centinaio di anni fa. Benedetto XVI si può affannare quanto vuole a condannare la violenza «aggravata dalla pretesa degli attentatori di agire in nome di Dio». Prima di fare certe affermazioni, assicuri al mondo che ritirerà la patente di santità e il posto sul calendario a turpi personaggi che in nome del suo dio hanno perpetrato nei secoli orrende persecuzioni.
Come si giustifichi in chiave teologica il paradosso di promuovere principi disattesi in casa propria non ci interessa. Ma la contraddizione politica non può essere taciuta. Se il papa vuole parlare di rispetto per i diritti dell’uomo e condannare la violenza in nome di dio, si assuma la responsabilità della storia dello Stato di cui è il sovrano e cominci a dare lezioni di civiltà nei fatti. A parole è fin troppo facile.
Cecilia M. Calamani








































Giusto: prima riconosca i diritti umani, poi faccia lezioni.