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Croci in montagna, ovvero come marcare il territorio

di Alessandro Baoli
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[31 gen 2011]
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Chi ama e frequenta la montagna non avrà potuto evitare di notare come tra le vette sopra le nostre valli si staglino numerose croci cristiane, poste a dominare le valli sottostanti oppure più nascoste, in posizioni visibili solo dopo un lungo e faticoso cammino sui sentieri d’alta quota. In ferro, cemento armato o legno, più o meno visibili ma comunque invadenti, ‘artificiali’, simbolo chiaramente di parte in un luogo – la montagna – che, oltre ad essere di tutti, credenti e non, è comunque il luogo ‘spirituale’ e metafisico per eccellenza.

“Ogni frequentatore della montagna, in passato come nel presente, mosso da intento alpinistico ovvero ludico e ricreativo, riscontra nel monte un valore fondamentale per molti versi mistico, derivante in primis dalla ineluttabile, maestosa bellezza naturale delle montagne, dal rappresentare un ambito di purezza, di incontaminatezza ancora scevra da certe brutture della civiltà umana più scriteriata, dall’essere ogni vetta un luogo assoluto, elevato sopra il mondo e oltre il quale vi è solo l’immensità del cielo; la stessa ascensione dell’alpinista dal piano verso la vetta è spesso stata interpretata in chiave ascetica (stessa radice etimologica, d’altronde), di elevazione dall’ambito ordinario quotidiano a quello puro delle alte quote. Senza protendere in alcun modo verso visioni soprannaturali, divine e dunque religiose, è fuor di dubbio che l’essenza del monte tocca e vibra le corde profonde dell’animo umano, e ne scaturisce sensazioni ed emozioni di assoluta umanità; qualcuno definì le montagne “le cattedrali della Terra”, a sottolinearne una sacralità assoluta, assolutamente laica e ben contrapposta a qualsiasi altra di imposta matrice religiosa, con i monti come meravigliosi templi inneggianti alla bellezza della Natura e in genere del nostro mondo” (Luca Rota).

L’abitudine  a ‘marcare’ il territorio, come fanno alcuni animali selvatici con il loro odore, è tipica della cultura cattolica e risale a tempi molto antichi, ma questi tempi sono cambiati e l’imposizione di simboli di parte oggi non è più né propugnata né tollerata nemmeno da chi fa della montagna la sua ‘professione’ o la sua vita: la questione, infatti, è stata posta anche all’interno del CAI, il Club Alpino Italiano, e il dibattito ha raggiunto picchi di polemica tali da spingere, per esempio, alcuni soci a restituire la tessera senza tanti rimpianti, mentre in Svizzera una guida alpina ha segato una croce senza tanti complimenti o pentimenti, e anche qui da noi alcune croci piantate con enfasi (e con l’elicottero) sulle Dolomiti ‘scompaiono’ misteriosamente, lasciando solo i buchi dei bulloni di fissaggio, tra lo sconcerto ingenuo dei valligiani. Si arriva, inevitabilmente, fino alla provocazione intelligente di alcune guide alpine che nel 2005 hanno portato una statua del buddha sulla cima del Pizzo Badile.

Chi pianta croci in montagna non considera nemmeno lontanamente che il suo è un abuso e un atto arbitrario, un’appropriazione indebita di un bene comune, come del resto fa (per fortuna solo a parole) il papa regnante – e anche il suo predecessore – il quale durante le sue vacanze estive in Val d’Aosta non fa che magnificare l’opera di dio che avrebbe creato ‘cotanta bellezza’. E’ pur vero che tra una croce e un impianto di risalita, che sia abbandonato o funzionante, vi sono pochi dubbi su quale crei il danno maggiore per l’ambiente alpino (Ratzinger è mai stato a vedere Pila d’estate?), ma a parte il fatto che una battaglia non esclude l’altra, uno skilift non è simbolo di una ideologia (se non quella di cementificatori e speculatori) discriminante per chi non la condivide.

Non si può che dare ragione a Reinhold Messner quando dice che sarebbe giusto eliminare tutti i simboli dalle montagne: “Quando si arriva in vetta basta fare come si usava una volta, costruire un ometto di sassi”. E stop. Per non farne territorio dell’ennesima guerra di religione.

Alessandro Baoli

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6 commenti
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  1. [...] Leggi l’articolo integrale: Croci in montagna, ovvero come marcare il territorio [...]

  2. Mi trovo assolutamente d’accordo con quanto espresso nell’articolo. Tra l’altro ritengo che sia pure svilente per una religione utilizzare simboli del culto come fossero gli “schizzi” del gatto… Chissà se il “nostro amico” Vittorio Sgarbi, tanto attento alle opere che deturpano il territorio, interverrà anche su questo argomento chiedendo con veemenza la rimozione delle croci?
    Vorrei anche riportare la vostra attenzione sul fatto che nel Sacrario delle Fosse Ardeatine, ricandente nel territorio dell’ XI municipio di Roma (citato in un altro articolo presente nella home page), sono presenti una stella di Davide ed una croce, emblema della cristianità, ma nessun simbolo a ricordare il sacrificio dei cittadini non credenti. Una lacuna che credo sia giusto colmare.

  3. I crocifissi in montagna sono l’ennesima pacchiana dimostrazione dell’assenza di vero sentimento religioso, assenza che si tenta di colmare con un’incessante installazione di simboli. Io volo con il parapendio, col quale proprio dalle montagne si può decollare; sapevo che a Gubbio si volava, prima di partire chiesi informazioni dettagliate sul monte da cui decollare, e il collega pilota mi disse “Dalla vallata guardi la catena montuosa, hai Gubbio alla tua destra, a sinistra c’è una vetta con una croce: da lì si decolla”. Seguo le istruzioni in modo preciso, guardo nel lato sinistro e vedo …1, 2, 3, 4, 5 (cinque) croci in altrettante cime !!!

  4. Da amante della montagna, d’estate e d’inverno, concordo su tutto, tranne che sugli skilift e gli altri impianti di risalita, che rappresenterebbero l’ideologia dei “cementificatori”. Capisco che la loro costruzione comporti l’abbattimento di alberi, là dove attraversano dei boschi, ma per la cementificazione bisognerebbe piuttosto andare a vedere tutti quegli ecomostri che hanno deturpato numerose località di montagna. Tre nomi soltanto: Breuil Cervinia, Madesimo e Passo del Tonale, dove a tratti pare di essere in una qualsiasi di quelle città da cui si vuole evadere andando in vacanza in quei luoghi (cercate le foto in rete, o meglio andate su Google Earth con la street view per le prime due). Per un amante della montagna é un vero scempio, anche peggiore di quello delle croci, che é più di tipo culturale-ideologico e che da laico pure mi dà fastidio, certo, ma dovendo scegliere fra i due lo preferisco senz’altro a quello del cemento selvaggio.
    I danni che fanno gli impianti di risalita sono limitati (solo una porzione relativamente piccola di bosco viene tagliata, peggiore é il disboscamento inconsulto che provoca frane e smottamenti), e permettono il divertimento di molta gente e lo sviluppo del turismo, che fa sì che tutti possano godere appieno la montagna (prezzi permettendo, s’intende).

  5. Solo una puntualizzazione al commento n. 4: l’impianto di risalita non è un gruppo di tralicci isolati e basta, il problema con skylift e funivie è anche quello che si portano appresso: strade e parcheggi per gli sciatori, alberghi, negozi e baracche per la vendita di attrezzature, souvenirs eccetera. Per non parlare degli impianti dismessi che invece che essere smantellati vengono lasciati là ad arrugginire, e del fatto che la costruzione di questi impianti spesso è in fallimento ancora prima che vengano ultimati, servono solo all’arricchimento dei costruttori e di qualche amministratore locale. E’ una questione culturale, prima ancora che ecologista, l’ambiente può essere goduto e fruito (e può rendere denaro) anche senza devastarlo.

  6. [...] Fonte [...]