Critiche laiche
Santifichiamo le feste (anche laiche)
di Alessandro Baoli[22 dic 2010]
Tra le polemiche storiche sempre in auge tra credenti e non credenti, in questo periodo dell’anno si riaffaccia quella, francamente inutile, sul rispetto delle festività religiose: se non credete, dicono i credenti, allora dovreste lavorare anche a Natale, a Pasqua e tutte le feste comandate; il che, in effetti, ha una sua logica. In realtà bisogna dividere il discorso su livelli diversi. I singoli lavoratori non hanno molte possibilità di scelta: per esempio chi, non credente, lavora in aziende che sotto le feste chiudono cosa dovrebbe fare, aprirsi una ditta individuale solo per due settimane e lavorare in proprio? E, nel caso, presso quali clienti? Invece il discorso delle festività nazionali e locali decise dalle autorità competenti è diverso, e va affrontato a livello legislativo.
Per cominciare, è evidente che ciascuno di noi ha bisogno di un opportuno riposo nell’arco della settimana lavorativa, da dedicare a se stesso, alla sua famiglia e alla sua vita sociale e per mantenere un benessere psicofisico ottimale, ed è altrettanto evidente che i turni collettivi di riposo dal lavoro devono essere stabiliti in modo tale da non ostacolare il funzionamento dell’intero sistema Paese; va anche detto che l’attuale organizzazione del calendario (figlia dei lunghi secoli della teocrazia) non può essere rivoluzionata in un istante. Tuttavia, nel frattempo potremmo avanzare una modesta proposta per contribuire a risolvere la questione.
Le aziende potrebbero – per decreto legge – raccogliere informazioni sulla adesione dei loro dipendenti a una fede piuttosto che a un’altra o a nessuna, mediante autocertificazione e successiva verifica da parte del ministero del Lavoro e delle rappresentanze sindacali aziendali o della gestione del personale; dunque, i lavoratori cristiani seguiteranno a stare a casa la domenica (anche quei lavoratori cristiani che attualmente lavorano sette giorni su sette contravvenendo al precetto della ‘santificazione delle feste’) e nelle principali festività cristiane; i lavoratori musulmani dovrebbero stare a casa il venerdì e durante il ramadan, quelli di fede ebraica il sabato, e così via. E poi, siccome Paolo di Tarso ebbe a scrivere “chi non lavora non mangi“, anche i religiosi di ogni ordine e grado si trovino una occupazione e si garantiscano uno stipendio col sudore della loro fronte (e non più con quello di tutti i contribuenti italiani).
Per quanto riguarda i lavoratori non credenti, sia pure imposto loro di lavorare il primo novembre e il 25 dicembre, fosse anche per pulire i lampadari aziendali e portare a spasso i cani dei dirigenti, ma sia consentito loro di stare a casa il 20 settembre e il 17 febbraio, giorno del martirio di Giordano Bruno.
Questa, naturalmente, è solo una provocazione, irrealizzabile e persino incostituzionale; è una risposta a quei credenti che pensano di prendere in castagna i non credenti nella loro coerenza senza mettere in gioco la propria. Tuttavia – parlando seriamente – sarebbe utile prima o poi affrontare la questione delle festività religiose ‘obbligatorie’, e sarebbe anche interessante vedere se il “governo del fare”, il governo “liberale, libertario e liberista” e del lavoro e della produttività avrebbe il coraggio di affrontarla.








































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Il fatto che i religiosi non lavorano è inspiegabilmente vergognoso,chiamarli parassiti è fargli un complimento,loro sono molto peggio.Che schifo di uomini,hanno un’avversione totale per chi dissente dal pensiero unico (il loro),fosse anche per una festa,non deve passare niente che non sia la loro volontà.Povera ITALIA,e NOI con LEI.