Miti Sacro&Profano
Il Paradosso di Fermi e quello di dio
di Alessandro Baoli[17 dic 2010]
Nel 1950 durante un pranzo a Los Alamos con alcuni colleghi di università, il fisico Enrico Fermi formulò una domanda: “Se l’universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?”, rilanciando una questione ben più antica in quello che da allora fu universalmente conosciuto come il Paradosso di Fermi. La domanda è ovviamente ancora attuale: perché non troviamo alcuna traccia dell’esistenza di civiltà aliene nell’universo conosciuto, o almeno nella Galassia? Le risposte possibili sono centinaia, tutte riconducibili a due filoni primari: il primo è quello ‘possibilista’, che spiega la mancanza di prove dell’esistenza di civiltà extraterrestri in vari modi, dalle distanze cosmiche così inconcepibilmente grandi da rendere impossibile qualsiasi dialogo e ancora prima la probabilità di captare segnali in un tempo utile, alla possibilità che detti segnali stiano giungendo ma noi non sappiamo come e dove cercarli; dalla eventualità che civiltà aliene pur esistendo abbiano un grado di sviluppo tecnologico molto diverso dal nostro (superiore o inferiore) alla eventualità che dette civiltà non siano affatto interessate a entrare in contatto con altre. Il secondo filone di risposte possibili si riduce in realtà ad una sola: non esistono, per questo non abbiamo alcun riscontro.
All’epoca nella quale il famoso fisico italiano rilanciò la domanda sull’esistenza di altre forme di vita, i presunti avvistamenti di Ufo (Unidentified Flying Object) erano all’apice; inoltre, la letteratura di fantascienza ha fornito migliaia di ‘dimostrazioni’ e racconti di civiltà aliene, a cominciare dal racconto del 1951 “La sentinella” di Arthur Clarke, dal quale è stato tratto il soggetto originale del cult movie “2001 Odissea nello spazio”. Tornando alla scienza, fu clamorosa l’ammissione del capo degli astronomi vaticani, il gesuita argentino José Gabriele Funes, riportata dalle agenzie un paio di anni fa circa la possibilità che forme di vita extraterrestri possano esistere. In effetti, è interessante notare come il paradosso di Fermi può essere preso in blocco e traslato interamente nel campo della speculazione filosofica e religiosa, avendo cura di cambiare l’oggetto originale in uno nuovo: al posto della dimostrazione dell’esistenza di civiltà aliene nel cosmo dovremo mettere la ricerca delle prove dell’esistenza di una ‘entità superiore’ e creatrice: potremmo chiamarlo il Paradosso di dio, ma avremmo probabilmente ancora due filoni di risposte di eguale tenore.
Per chi osserva il fenomeno religioso da lontano, da una prudente distanza di sicurezza tipica degli atei e degli agnostici, potrebbe essere una sintesi interessante – se fosse ragionevole, cosa che non è, e se non puzzasse da lontano di settarismo – la ‘risposta’ data all’uno e all’altro paradosso dalla religione dei raeliani. Nato negli anni 70, il movimento raeliano sostiene che la vita sulla Terra, incluso il genere umano, sia stata ‘creata’ tramite ingegneria genetica e procedimenti di terraforming da una razza aliena avanzatissima che attualmente è in attesa che noi accettiamo questa realtà e decidiamo di aprirci e ricongiungerci a loro. Chi si trovasse a storcere il naso, prima consideri che questa ‘religione’ pur attingendo a piene mani dalle religioni antiche (il nome del popolo alieno è Elohim, e dall’Antico Testamento – e altri testi sacri – vengono presi anche i ‘profeti’ che noi conosciamo), è priva delle rigidità dogmatiche di queste ultime riguardo ad alcuni temi sensibili come ad esempio l’omosessualità; ma è vero che si produce pur sempre in altri tipi di discriminazione, come l’auspicio di una nuova geniocrazia che escluda gli individui intellettualmente meno dotati. In ogni caso, chissà cosa ne penserebbe Enrico Fermi.








































Mi scusi signor Baoli, ma il suo ragionamento non fila. Lei propone di sostituire alla dimostrazione dell’esistenza di civiltà aliene nel cosmo la ricerca delle prove dell’esistenza di una ‘entità superiore’ e creatrice. Le faccio osservare che eventuali civiltà aliene avrebbero comunque una natura materiale e quindi soggetta all’indagine scientifica; lo stesso non può dirsi di Dio, ovviamente, o almeno non può dirsi del Dio cristiano che, essendo creatore, esisteva prima della materia ed è puro spirito. Sarei felice di affrontare con lei la questione delle questioni, cioè se Dio esiste o meno; qui però voglio restare strettamente in tema e limitarmi ad affermare che se Dio esiste, ebbene, tale questione non può in alcun modo essere indagata dalla scienza. L’ambito della scienza, infatti, è quello materiale e nulla di ciò che è spirituale, posto che esista, può essere conosciuto dalla scienza. Ciò è spirituale può essere però conosciuto dalla ragione. Il bene ed il male, ad esempio, sono categorie spirituali sulle quali la scienza nulla può dire; noi però, che siamo esseri razionali, possiamo certamente a lungo disquisire su ciò che è bene e male.
In definitiva, se Dio esista o meno non è cosa che possa dimostrarsi scientificamente; tale questione può essere affrontata solo sul piano razionale.
Io sono convinto che quelli che noi chiamiamo “alieni”, esistano.
Pensare di esser gli “unici esseri” mi suona molto aberrante e presuntuoso.
Una cosa che lascio ai cattolici.
Invito tutti gli amici non credenti a leggere le poche, semplici parole che seguono. Sono di Enrico Fermi.
“Sono trascorsi molti anni, ma ricordo come se fosse ieri. Ero giovanissimo, avevo l’illusione che l’intelligenza umana potesse arrivare a tutto. E perciò m’ero ingolfato negli studi oltre misura. Non bastandomi la lettura di molti libri, passavo metà della notte a meditare sulle questioni più astruse. Una fortissima nevrastenia mi obbligò a smettere; anzi a lasciare la città, piena di tentazioni per il mio cervello esaurito, e a rifugiarmi in una remota campagna umbra. Mi ero ridotto a una vita quasi vegetativa: ma non animalesca. Leggicchiavo un poco, pregavo, passeggiavo abbondantemente in mezzo alle floride campagne (era di maggio), contemplavo beato le messi folte e verdi screziate di rossi papaveri, le file di pioppi che si stendevano lungo i canali, i monti azzurri che chiudevano l’orizzonte, le tranquille opere umane per i campi e nei casolari. Una sera, anzi una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire, seduto sull’erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni di alcuni contadini lì presso, i quali dicevano cose molto semplici, ma non volgari né frivole, come suole accadere presso altri ceti. Il nostro contadino parla di rado e prende la parola per dire cose opportune, sensate e qualche volta sagge. Infine si tacquero, come se la maestà serena e solenne di quella notte italica, priva di luna ma folta di stelle, avesse versato su quei semplici spiriti un misterioso incanto. Ruppe il silenzio, ma non l’incanto, la voce grave di un grosso contadino, rozzo in apparenza, che stando disteso sul prato con gli occhi volti alle stelle, esclamò, quasi obbedendo ad una ispirazione profonda: «Com’è bello! E pure c’è chi dice che Dio non esiste». Lo ripeto, quella frase del vecchio contadino in quel luogo, in quell’ora: dopo mesi di studi aridissimi, toccò tanto al vivo l’animo mio che ricordo la semplice scena come fosse ieri. Un eccelso profeta ebreo sentenziò, or sono tremil’anni: «I cieli narrano la gloria di Dio». Uno dei più celebri filosofi dei tempi moderni scrisse: «Due cose mi riempiono il cuore di ammirazione e di reverenza: il cielo stellato sul capo e la legge morale nel cuore».[1] Quel contadino umbro non sapeva nemmeno leggere. Ma c’era nell’animo suo, custoditovi da una vita onesta e laboriosa, un breve angolo in cui scendeva la luce di Dio, con una potenza non troppo inferiore a quella dei profeti e forse superiore a quella dei filosofi.”
E allora? Non ciurliamo nel manico, fede e ragione sono antitetiche, a dispetto della propaganda del vaticano coi suoi trucchetti semantici. Signor giancarlo, io e lei abbiamo ancora una domanda in sospeso, ricorda?
Tempo fa un mio amico scrisse una storia fantastica in cui degli alieni scendevano sulla Terra e decidevano di contattare la specie a loro giudizio più “intelligente”. erano gli ippopotami, con i quali ebbero ripetuti e interessanti scambi. Ecco, forse pecchiamo solo di presunzione…
Gent. Giancarlo,
vorrei farle notare con degli esempi che il campo di cui si discute è piuttosto “vago e indefinito” e quindi, come lei può trovarsi in disaccordo con il sig. Baoli, anche gli assunti che lei considera come veri e soprattutto universalmente riconosciuti (dato che appunto li propone senza giustificarli ulteriormente).
“L’ambito della scienza, infatti, è quello materiale e nulla di ciò che è spirituale, posto che esista, può essere conosciuto dalla scienza. Ciò è spirituale può essere però conosciuto dalla ragione.”
Fino a qualche tempo fa anche sentimenti poetici e totalizzanti come l’amore venivano attribuiti, se non a cause, ad ambiti mistico-insondabili. La scienza invece è riuscita ad analizzare anche questo comportamento e a tracciarne un identikit psicologico-chimico, dimostrando che il sentimento che più ci sconvolge e che meno comprendiamo è un processo conoscibile e che segue le dinamiche usuali del nostro organismo.
Una corrente scientifica piuttosto interessante e che ha trovato applicazioni anche in medicina, psicologia e psicanalisi è lo studio di fenomeni legati ai sistemi complessi, nella fattispecie riguardo al comportamento emergente (emergentismo, per quelli a cui piacciono gli -ismi).
Dal punto di vista dell’”emergenza”, partendo dal sistema complesso formato dai miliardi di connessioni neurali di cui il nostro cervello è costituito, si può considerare la nostra intelligenza come la manifestazione che “emerge” dal funzionamento non lineare e impredicibile di un simile, intricatissimo, meccanismo. Se anche la spiritualità e la tanto citata anima fossero delle manifestazioni emergenti della rete neurale che teniamo attaccata al collo?
“Il bene ed il male, ad esempio, sono categorie spirituali sulle quali la scienza nulla può dire; noi però, che siamo esseri razionali, possiamo certamente a lungo disquisire su ciò che è bene e male.”
E se la scienza non potesse dire nulla riguardo a bene e male proprio a causa della NON ESISTENZA dei suddetti? E se un giorno si scoprisse invece che la scienza PUO’ dire la sua anche in questo campo?
L’assenza di prove non è una prova di assenza.
grazie,
DR
Signor Baoli, fede e ragione sono espressioni naturali del nostro essere; più precisamente sono mezzi di conoscenza, niente affatto antitetici ma, direi, complementari. Infatti un bambino cresce e diventa grande ascoltando e prestando fede alle parole di mamma e babbo; credendo alle loro indicazioni impara a parlare ed a conoscere il mondo che lo circonda. Più avanti farà affidamento su altri educatori, ad esempio gli insegnanti di scuola, per continuare a crescere. In realtà la capacità di prestare fede non ci abbandona mai nel corso della vita, anzi vi facciamo ricorso in continuazione. Si potrebbero fare milioni di esempi ; se in autostrada, ascoltando la radio, apprendo che qualche decina di chilometri più avanti c’è stato un incidente e si sta formando una fila di auto a causa dei rallentamenti, allora seguo l’indicazione del giornalista che mi invita ad uscire a quel determinato casello per evitare la fila. Questo mio comportamento non poggia sulla ragione ma sulla fede che ho deciso di accordare a quel giornalista. Se salgo su un aereo e volo in America è perché ho fede nelle capacità degli ingegneri che hanno progettato quel velivolo ed ho, inoltre, fede nella professionalità dell’equipaggio e del personale di terra che fornisce supporto all’aereo durante il volo. Lei capisce che se non fossi disponibile a credere a nessuno, questo comporterebbe gravissimi limiti alla mia vita. Se giudicassi irrazionale affidare la mia stessa vita alle indicazioni delle persone che mi sono vicine, ad esempio il mio medico, questo atteggiamento potrebbe addirittura costarmi la vita. Avere fede è quindi l’atteggiamento più naturale che si possa avere ed è assolutamente indispensabile per la nostra stessa vita. La fede in Dio non è che una manifestazione di questa nostra naturalissima e fondamentale attitudine. Come tale non ha nulla di irrazionale. Si tratta semplicemente di credere alle parole di Gesù che ci sono state tramandate da testimoni attendibili.
Per quanto riguarda la domanda cui lei fa riferimento, io non ho lasciato proprio nulla in sospeso. Se ho ben capito, la sua domanda era:” Infine: adesso io pretendo da lei una dimostrazione chiara, circostanziata e con delle prove a sostegno che il “riconoscimento dello “status” di famiglia all’ unione omosessuale costituisce un pericolo per le famiglie”. La mia risposta, nel mio successivo commento era :” Oggi si vorrebbe, con il matrimonio omosessuale, strappare l’ identità al concetto di famiglia negandole ciò che invece è solo suo e cioè la procreazione. Ecco cos’ hanno da temere le famiglie dal matrimonio gay: la perdita della loro identità.”
Lei, piuttosto, mi deve una risposta :” Le faccio osservare che eventuali civiltà aliene avrebbero comunque una natura materiale e quindi soggetta all’indagine scientifica; lo stesso non può dirsi di Dio, ovviamente, o almeno non può dirsi del Dio cristiano che, essendo creatore, esisteva prima della materia ed è puro spirito.” Come può mettere sullo stesso piano civiltà aliene e Dio?
Sono io adesso che attendo fiducioso.
Gentile Daniele Raimondi, non è affatto vago ed indefinito il tema di cui intendo dibattere. Le cose sono molto semplici: tutto ciò che può essere indagato dalla scienza è materiale, compresi i sentimenti naturalmente. Esistono però molte manifestazioni umane di natura spirituale, quali, ad esempio, la volontà, la capacità di distinguere tra bene e male, il bisogno di senso, sulle quali la scienza non sa dirci niente per il semplice motivo che esulano dal suo ambito. Di fronte a queste manifestazioni abbiamo due strade: o ne prendiamo atto con la conseguenza che il nostro essere è composto di corpo e spirito, oppure le neghiamo. Nel caso in cui decidiamo di negare la nostra spiritualità, per il fatto che non è dimostrabile scientificamente, allora dobbiamo accettare di essere solo materia, solo animali, forse un po’ più complessi, ma solo animali. Se siamo solo animali, allora non siamo persone, cioè non abbiamo dignità, non abbiamo diritti, l’ordinamento giuridico degli stati è finalizzato al perseguimento di un bene che non esiste (non esistendo il mondo spirituale) e tutti i discorsi sulla violazione dei “diritti umani” delle “persone” sono altrettanto superstiziosi e ingiustificati dei discorsi sulla realtà dell’anima.
Grazie a lei per essere intervenuto.
Che fede e ragione siano componenti importanti della natura umana lo accetto, posso anche accettare che la ‘fede’ -in senso generico- possa essere dimostrata dalla ragione se con questo si intende (come è già stato scritto nei commenti qui sopra) che i sentimenti e le attitudini possono essere spiegati dalla ricerca scientifica. Il volo di un aereo non è una questione di fede, ma di un insieme di dati (anche statistici) verificabili e continuamente verificati, anche dall’esperienza personale, per di più oggetto di un costante progresso tecnologico.
Ma che con lo strumento della ragione, che è quanto di più razionale, si debba o possa accettare l’esistenza di un ‘dio’, questo no, non lo accetto. Almeno finché non ne viene dimostrata l’esistenza con gli strumenti della scienza. Fino a quel momento, l’onere della prova spetta a chi ne propugna l’esistenza.
Il parallelo tra religioni e ‘fede’ negli alieni è tutto qui.
(riguardo alla domanda in sospeso, signor giancarlo, ora vado a rispondere nei commenti all’articolo in questione)
Wow, discorso impegnato.
Provo a dire la mia , se posso, semplicemente.
Non capirò mai perché fede e ragione debbano per forza di cose essere antitetiche, non lo capirò mai a livello logico. Perché a livello umano lo capisco bene, è la voglia di sopraffare l’altro, di essere io nel giusto e lui nel torto.
Trovo che la ragione che cerca e ricerca sia molto più “religiosa” di quella che ha fede. In cosa poi? In quello che altri uomini dicono e decidono per me?
No grazie.
Una mente alla ricerca è una mente che ama, una mente che vuole la verità, una mente che ammira l’universo, in tutte le sue forme, e non solo il suo piccolo orticello dogmatico e fondamentalista.
Daniele Raimondi dice “Fino a qualche tempo fa anche sentimenti poetici e totalizzanti come l’amore venivano attribuiti, se non a cause, ad ambiti mistico-insondabili. La scienza invece è riuscita ad analizzare anche questo comportamento e a tracciarne un identikit psicologico-chimico, dimostrando che il sentimento che più ci sconvolge e che meno comprendiamo è un processo conoscibile e che segue le dinamiche usuali del nostro organismo.”
Beh, io non credo affatto che l’amore possa esser spiegato scientificamente, perché ci sarà sempre una variabile che non arriveremo a capire, ci sarà sempre l’inspiegabile, e meno male.
Io amo mia moglie perché è lei, non perché il mio cromosoma x combinato con z k l va d’accordo con il suo y con abc…! (scusate la forte semplificazione)
Concordo pienamente con Daniele quando afferma “Il bene ed il male, ad esempio, sono categorie spirituali sulle quali la scienza nulla può dire; noi però, che siamo esseri razionali, possiamo certamente a lungo disquisire su ciò che è bene e male.”
La ragione serve per esplorare esplorare ed esplorare ancora. Serve per conoscere capire e crescere, è questo il bello di essere uomini!
E magari serve anche a far capire a persone come Giancarlo che anche gli animali hanno DIGNITA’ E DIRITTI.
Saluti.
Quando salgo su un aereo, non essendo un ingegnere che può comprendere come funziona, nè avendo le conoscenze per pilotarlo, debbo necessariamente affidarmi alle conoscenze di altri: questo comportamento è possibile grazie alla fede, cioe grazie al fatto che credo in quello che dicono di conoscere altri (ingegneri, piloti etc. etc.). Quello che vorrei che fosse chiaro è che la fede è semplicemente un mezzo di conoscenza della realtà, quotidianamente utilizzato da ciascuno di noi. Avere fede non significa affatto avere un atteggiamento irrazionale, significa semplicemente mettersi in relazione con altri e scambiare informazioni.
Sulla ragione dobbiamo intenderci. La ragione è uno strumento di conoscenza; tuttavia non tutta la conoscenza è di ambito scientifico. Questo significa che per ottenere informazioni scientifiche è indispensabile la ragione, ma per ottenere informazioni non scientifiche la scienza non serve a niente, anzi la scienza non riesce neanche a percepire tali informazioni. Esempio: se devo conoscere con esattezza la posizione di un atollo sul Pacifico, la scienza può aiutarmi; se invece devo scrivere una legge in parlamento, la scienza non può aiutarmi e debbo riferirmi ad un altro tipo di conoscenza. In conclusione, esistono ambiti della conoscenza che sono perfettamente accessibili dalla ragione, ma assolutamente oscuri, anzi, inesistenti per la scienza. E’ il caso, ad esempio, di tutte le discipline umanistiche (letteratura, filosofia, diritto, l’arte in ogni sua espressione, etc. etc.). Lei concorderà con me, signor Baoli, che tutta questa vastissima zona dello scibile umano è certamente accessibile alla ragione, ma non alla scienza. Che facciamo, buttiamo via tutto? Esistono ambiti inaccessibili alla scienza, ma non per questo meno reali e importanti. Saluti.
@Giancarlo
Il discorso ora si è spostato su fede e scienza?
Chi ha detto che la filosofia non è “ragione”?
Ricordo Ipazia che è stata uccisa da chi aveva fede, perché usava la ragione..
Accipicchia, era anche donna!!
Ma questo è un altro discorso..
Mi sembra che confondere la fede religiosa con la fiducia che ognuno di noi ha nell’operato altrui, in merito a questioni che non si conoscono nei dettagli, mi sembra a dir poco azzardato. Usiamo lo stesso termine per indicare diversi stati d’animo e non stiamo parlando della stessa cosa. E’ un esempio, come infiniti altri, dell’ambiguità del linguaggio e dei suoi trabocchetti.
La fede religiosa scavalca completamente il problema dell’esistenza o meno di prove a favore di quanto si afferma. La stessa cosa non si può dire dell’atteggiamento di fiducia che abbiamo quando saliamo su di un aereo o ancora di più quando ci rechiamo da un medico, vista l’attenzione che dedichiamo alle prove di incompetenza medica che leggiamo (troppo) spesso sui giornali.
La fede religiosa non trascura affatto l’attendibilità dei testimoni ed è sempre alla ricerca di segni e conferme che, peraltro, non sono mai mancati sin dai miracoli operati da Gesù fino a giungere ai giorni nostri. Essa non è altro che l’espressione eccelsa, tra tante altre, dell’attitudine umana a credere sulla base di una testimonianza. Attitudine che può manifestarsi solo quando si stabilisce una relazione tra persone, cioè uno scambio profondo, consapevole e reciprocamente impegnativo.