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Fatevi un panino con la ricerca di base

di Daniele Raimondi
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[13 dic 2010]
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Un mantra ossessivamente ripetuto da imprenditori nostrani e non, che dopo aver teorizzato lo stato-azienda, la scuola-azienda e la sanità-azienda non vedono perché non andare verso una redditizia ricerca-azienda, è quello che riguarda una “maggior presenza dei privati” nelle università.

Con questo intendono dire che, specialmente in tempo di crisi, una ricerca che trovi immediate applicazioni industriali e relativi riscontri pratico-economici è sicuramente preferibile al ragionare tutto teorico e fine a se stesso dei cervelloni italici (che però sono molto apprezzati all’estero: Nemo propheta in patria sua) o peggio, al solo piacere della scoperta.

“Ars gratia artis”, dicevano i latini e “Art for art’s sake” era il motto di filosofi come Victor Cousin e poeti come Oscar Wilde. Probabilmente ai loro tempi nessun ministro dell’Economia, messo alle strette, li avrebbe mai invitati a “farsi un panino con la Divina Commedia”.

Tralasciando il fatto che dal punto di vista umano e filosofico, nell’accezione vera e propria di amore (filèin) per il sapere (sofìa), si potrebbe rielaborare il concetto come “Knowledge for knowledge’s sake”, senza bisogno di ulteriori giustificazioni, ragioniamo brevemente sulla tanto snobbata ricerca di base.

Riguardo alla Ricerca di Base, ritenuta dalla nostra miope classe dirigente infruttuosa e dispendiosa, Wikipedia dice che: “ha come obiettivo primario l’avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica delle relazioni tra le diverse variabili in gioco in un determinato processo. È esplorativa e spesso guidata dalla curiosità, dall’interesse e dall’intuito del ricercatore”.

Questo tipo di lavoro intellettuale, che effettivamente non è direttamente orientato a fare in modo che la FIAT riesca a produrre un modello che non sia un totale insuccesso, come dicevamo, potrebbe apparire inutile e superfluo solo a personaggi veramente poco lungimiranti.

Da ormai un secolo capita che scienziati ottengano piccole scoperte a prima vista insignificanti in campi totalmente differenti che poi, decenni dopo, si scoprono essere tasselli fondamentali per enormi rivoluzioni in campi che allora nemmeno esistevano. Nessuno può avere la presunzione di stabilire se un risultato scientifico apparentemente settoriale e insignificante non possa, tra 25 o 50 anni, essere la tessera mancante per completare un puzzle di proporzioni ben più rilevanti e magari con una notevole vendibilità sul mercato.

Degli esempi? Einstein non avrebbe trovato facilmente aziende disposte a sponsorizzare la sua curiosità immaginosa, il suo “cavalcare un raggio di luce”. Senza la Teoria della Relatività Ristretta del 1905 però il sistema GPS che è entrato in funzione 86 anni dopo avrebbe manifestato delle dilatazioni misurabili dei tempi segnati dagli orologi dei singoli satelliti, rendendolo inservibile.

Per citare un esempio tratto da un ambito veramente più specifico, negli anni 70 lo scienziato russo Tseitin, nel (decisamente ostico quanto citato) articolo “On the complexity of derivation in propositional calculus” si è occupato dei problemi riguardanti il costo computazionale dell’applicazione della proprietà distribuitiva a proposizioni logiche. Uno studio quanto mai astratto e completamente orientato al solo sapere, sembrerebbe.

In futuro però proprio l’algoritmo inventato da Tseitin, che permette di portare una proposizione logica in forma normale congiuntiva in tempo lineare potrebbe essere uno dei grimaldelli usati dai crittoanalisti per forzare i sistemi crittografici su cui si regge l’intero sistema bancario e diplomatico internazionale. Se non è ricerca a scopo di lucro questa…

Gli esempi che si potrebbero citare sono innumerevoli: basti pensare alle strutture topologico-matematiche teorizzate nel XIX secolo (come lo spazio iperbolico di Bolyai e Lobachevsky) che da pura speculazione teorica sono diventate il pane quotidiano per gli astrofisici e cosmologi del secolo successivo.

Per concludere forse è il caso anche di ricordare che, oltre che una inaspettata utilità futura, la ricerca di base genera spesso un indotto di invenzioni e scoperte collaterali: se non fosse esistito il tempio della ricerca pura europea, cioè il CERN di Ginevra, probabilmente oggi non potremmo leggere questo articolo o curiosare nelle bacheche dei nostri amici su Facebook. La nascita del World Wide Web infatti risale al 6 agosto 1991, quando il ricercatore Tim Berners Lee mise online la prima pagina html, il cui scopo era (guarda un po’) fare in modo che gli scienziati potessero scambiarsi più facilmente dati riguardo le loro ricerche.

Daniele Raimondi

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un commento
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  1. Non si legge con grande frequenza che la ricerca di base è importante non solo per soddisfare la legittima curiosità di qualche stravagante studioso ma che è fondamentale per migliorare le nostra condizioni di vita. E che senza di essa la ricerca applicata ben presto deperisce e muore. Quindi una grazie a Daniele Raimondi per queste parole chiare.
    Che poi i nostri politici ripetano il mantra ricordato nell’articolo non deve stupire. Gli orizzonti in cui inquadrano i problemi di sviluppo sono così angusti (il poco tempo che intercorre da una campagna elettorale alla successiva) che risultano incompatibili con i tempi della ricerca fondamentale. E poi c’è un problema di competenze se è vero, come è vero, che un sottosegretario di un precedente governo affermò, intervistato da un giornalista, che lo scioglimento dei ghiacciai era dovuto in gran parte al forte aumento di turismo montano. Non ne ricordo il nome (il nostro cervello ha efficienti meccanismi di salvaguardia) ma ricordo che era sottosegretario all’ambiente!
    Quello che stupisce è la lamentazione degli industriali nostrani sul fatto che nelle università si faccia poca ricerca applicata, visto lo scarsissimo contributo apportato dalla ricerca industriale in Italia.