Attualità
Milano: la moschea che (ancora) non c’è
di Claudio Tanari[7 set 2010]
“Sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee”: parola di Roberto Maroni, Ministro dell’Interno (Lega); “Se la devono pagare loro”, Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia (Pd); “Il cardinale ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi”, Matteo Salvini, europarlamentare e capogruppo a Palazzo Marino (Lega).
Sono, in ordine di tempo, le ultime battute di una polemica innescata dal cardinale Dionigi Tettamanzi che aveva auspicato, con un appello pubblico alle istituzioni in occasione di un’intervista a Repubblica (4 Settembre), la costruzione di un luogo di culto stabile per i milanesi di religione islamica: “I musulmani - aveva dichiarato l’arcivescovo – hanno diritto a praticare la loro fede nel rispetto della legalità [...] Le autorità locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il momento in cui la questione sarà affrontata può solo incancrenire la situazione e aumentare la tensione”.
In tempi di Ramadan, torna dunque d’attualità la questione della moschea di Milano: dopo la chiusura, per motivi “di ordine pubblico”, di quella che in Viale Jenner era fino a due anni fa la più grande sala di preghiera islamica in città, le istituzioni milanesi – Regione e Comune – si rimpallano il problema, complici anche le frequenti scadenze elettorali che non aiutano certo la soluzione del problema in una metropoli letteralmente intossicata – dopo anni di egemonia “culturale” leghista – dalla xenofobia e dall’intolleranza. “Alle istituzioni ribadiamo la nostra posizione – ha ricordato nei giorni scorsi Abdel Hamid Shaari, il portavoce del centro di viale Jenner – Non vogliamo nessuno sconto né tantomeno regali. Sosterremo tutto a nostre spese. Ma se acquistiamo gli immobili e poi il Comune non ci concede il cambio di destinazione?”.
Il vicepresidente della Regione, Andrea Gibelli, leghista, sta lavorando da tempo alacremente a una legge nazionale, già depositata alla Camera, a proposito di costruzione di nuovi centri islamici. La proposta prevede un referendum come via libera preliminare all’edificazione di luoghi di preghiera musulmani. E poi ostacoli urbanistici, l’isolamento religioso su tutti: “almeno un chilometro da altri luoghi di preghiera”. A distanza di sicurezza dalle chiese, insomma, al riparo dal contagio: “Funziona così anche in Egitto, ovviamente a parti invertite”, afferma convinto il lumbard Gibelli. Et voilà la reciprocità! Impagabile, inoltre, la norma che prescrive una specie di “tracciabilità del fedele”: sapremo tutto sui finanziatori e sui frequentatori delle moschee, con tanti saluti alla privacy. E alla Milano cosmopolita, proiettata verso l’Europa e la modernità, che avevamo imparato ad apprezzare nel dopoguerra, fatta di concretezza e impegno etico, di realismo ma anche di moralità civile. Il fatto che quella tensione ideale – nella latitanza di un progressismo purchessia e nel deserto antropologico del leghismo – sia oggi interpretata dal pur encomiabile cardinale Tettamanzi, è davvero deprimente.
Claudio Tanari








































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