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Donne e carcere: le vostre colpe ricadranno sui vostri figli

di Nicoletta Rocca
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[25 set 2010]
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bambino in gabbia_thumbIl 24 settembre a piazza Montecitorio si è tenuto il sit-in organizzato dalla Consulta penitenziaria del comune di Roma, e sostenuto da oltre 50 rappresentanze tra le realtà più impegnate nella difesa dei diritti dei detenuti, per richiamare l’attenzione sull’emergenza-carcere. Fra le questioni poste in evidenza, oltre al sovraffollamento, alla incompatibilità della detenzione per detenuti tossicodipendenti o affetti da patologie psichiche e fisiche, i tagli alle spese, il dramma dei suicidi e la gestione non proprio chiarissima dei fondi, si è portato avanti anche la questione della detenzione delle donne incinte e con figli al di sotto dei tre anni.

Nel 1997 l’allora ministro per le pari opportunità, Angela Finocchiaro, propone un decreto legge sulle detenute madri che solo nel 2001, quattro anni dopo, diviene legge col nome 40/2001.

Prima di allora alle madri era consentito usufruire degli arresti domiciliari, qualora la pena che dovevano scontare non avesse superato i 4 anni; se non c’era questo presupposto il figlio avrebbe dovuto seguire la madre in carcere fino al compimento dei tre anni di età. Procurando, così, al minore il doppio trauma di crescere in un ambiente non certo idoneo e il successivo distacco dalla madre. Il che lasciava anche alla madre stessa un trauma non indifferente. Nell’anno in cui fu presentata la proposta di legge, nelle carceri sono entrati dai 30 ai 100 bambini al di sotto dei tre anni, costretti a subire la stessa punizione della madre per un reato di cui, ovviamente, non erano colpevoli. Quando nel 2000 il disegno di legge è stato discusso per la prima volta in Senato, nelle carceri italiane si trovavano quasi sessanta bambini in età da asilo nido e oltre una quindicina di donne in stato di gravidanza. Quando, infine, fu emendata la legge, l’8 marzo del 2001, le donne detenute erano ancora una realtà minore rispetto alla totalità dei detenuti, si parla di circa il 4%  e la realtà delle donne-con-figli era ancora più limitata. Tuttavia, le misure adottate per trovare dei metodi alternativi alla detenzione dovevano essere discusse quanto prima in nome di una minoranza ancora più ristretta e che però doveva essere tutelata: quei minori, cioè, che avevano il diritto di non essere privati della loro vita per scontare pene che non gli appartenevano. Si stabilì cosi la “detenzione domiciliare speciale”, tuttora in vigore, che ammette l’espiazione della pena al di fuori dal carcere, qualora vi sia la possibilità di un domicilio privato per le condannate con figli di età inferiore ai dieci anni, e solo se non vi è pericolo di recidiva. Quando il bambino superi il decimo anno di età, e qualora vi siano i requisiti, la donna potrà godere della semilibertà, altrimenti, in base al comportamento tenuto, le sarà concessa l’assistenza ai suoi figli all’esterno. In questo modo i figli avranno la possibilità di stare accanto alla loro madre quasi tutti i giorni, senza dover aspettare i permessi per i colloqui mensili poco utili a rafforzare il legame fra i due.

È fuor di dubbio che questa legge, passata alla storia con il nome di “Legge Finocchiaro”, ha introdotto importantissime modifiche al trattamento della donna detenuta e alla tutela del figlio minore. Tuttavia le cose non sono cambiate in modo radicale. Infatti solo pochissime donne riescono a beneficiare di queste alternative per una serie di condizioni che non sono facilmente applicabili a gran parte delle detenute.

In primo luogo, una donna straniera non ha quasi mai un domicilio da poter sfruttare come alternativa al carcere e così si ritrova costretta a tenere con sé, dietro le sbarre, i propri bambini. Inoltre, la maggior parte delle detenute devono scontare condanne per spaccio di stupefacenti o per prostituzione, reati con un alta probabilità di reiterazione. Infine, e forse questa è la questione più controversa, la legge tutela le detenute che hanno già subito una condanna, mentre il carcere è sovraffollato di donne, incinte e con bambini al seguito, che sono ancora in attesa del primo grado di processo e che si ritrovano a vivere nel malsano ambiente dell’infermeria, spesso a contatto con realtà igieniche e psicologiche che non sono adatte alle loro condizioni e tanto meno alla corretta crescita di un minore.

A luglio è stata presentata una proposta di riforma alla legge del 2001 per la realizzazione di case-famiglia protette proprio rivolte a tutti quei casi in cui non è possibile applicare le misure alternative  previste dalla legge.

Mentre si attende, almeno, una discussione di questo progetto in Parlamento, a scontare la pena nelle carceri italiane ci sono 36 donne in gravidanza, 6 bambini al di sotto dei tre anni in Veneto, 5 in Calabria, 4 in Campania e Piemonte, 2 in Abruzzo, 1 in Liguria, Puglia, Toscana e Sardegna. E solo tre sezioni di asili nido sono funzionanti: due in Lombardia e una nel Lazio.

Quanto dovranno aspettare questi bambini prima che venga loro riconosciuto il diritto alla non colpevolezza per le colpe commesse dalle madri?

Nicoletta Rocca

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4 commenti
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  1. [...] l’articolo integrale: Donne e carcere: le vostre colpe ricadranno sui vostri figli Post correlati4 settembre 2010 — Altro che escort, meglio le scorte (0) Tramontato il trend di [...]

  2. Gentile Rocca,
    condivido la sua denuncia negli obiettivi e, largamente, nell’ argomentazione.
    Sulle pene alternative e sulla scarsità di risorse ho poco da aggiungere. Sull’ edilizia carceraria metterei anche in rilievo il difficile rapporto con gli enti locali e le comunità che rappresentano.
    Tutti vogliono nuove carceri, ma non dietro casa. Problema evidentemente difficile da risolvere.
    Un saluto cordiale

    Carlo

  3. [...] This post was mentioned on Twitter by cronache laiche, cronache laiche. cronache laiche said: Nonostante la legge Finocchiaro tuteli i figli delle donne detenute, molti i casi che sfuggono alla sua… http://fb.me/GAWjdSyR [...]

  4. Posso solo aggiungere, che a Roma le donne con bimbo al seguito attualmente sono addirittura una ventina nel cosiddetto ‘nido’ che comunque è una sezione del carcere, con sbarre, chiavi, agenti ecc.

    A Milano invece è già in funzione un ‘Istituto a custodia attenuata’ (ICAM) dove scontano la pena le donne con bambini che non possono andare ai domiciliari. E’ un piccolo passo avanti, ottenuto grazie alla buona volontà del magistrato di sorveglianza di Milano e delle autorità locali con la legge attuale, perché, pur essendo una struttura detentiva, è una casa senza sbarre, con giardino e le agenti sono sempre in borghese.