Diritti&Rovesci
Consiglio di Stato, nuova bufera su Pasquale De Lise
di Cecilia M. Calamani[6 set 2010]
Già quando, su suggerimento diretto di Silvio Berlusconi, Pasquale De Lise fu eletto nel giugno scorso presidente del Consiglio di Stato, le perplessità non si fecero attendere.
Consultore di Propaganda Fide, l’immobiliare vaticana di cui, a detta dell’ex ministro Pietro Lunardi, gestiva il patrimonio, il nome del magistrato era legato a quello del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, colui che ‘intermediava’ tra l’immobiliare e personaggi politici (tra cui il capo della protezione civile Berlolaso) o comunque in vista per affitti e compravendite a prezzi ‘di favore’. Inoltre, varie intercettazioni telefoniche avevano già svelato rapporti poco limpidi con la ‘cricca’ Anemone-Balducci&Co nelle indagini sui Grandi Eventi.
Ora a carico del prestigioso magistrato ci sarebbe qualcosa di più di una chiacchiera su un presunto legame con uomini di Governo, alti prelati e loschi imprenditori.
La Banca d’Italia ha segnalato che nel luglio dello scorso anno sul conto di De Lise è stato versato un assegno di quasi 250 mila euro, una cifra sulla quale gli accertamenti sono un obbligo. Il magistrato, che si definisce “indignato”, parla di un equivoco, sostenendo che la cifra gli è stata versata come acconto per la vendita di una sua proprietà all’Argentario e si affretta a dichiarare che chiarirà la sua posizione con la Procura di Perugia, titolare delle indagini sugli appalti del G8.
Sarà, ma il problema non è solo questo, perché sempre in questi giorni è venuta fuori una vecchia storia che coinvolge anche il genero di De Lise, l’avvocato Patrizio Leozappa.
E’ il 2008. Il costruttore Emiliano Cerasi vince un appalto per il nuovo teatro di Firenze ma la ditta concorrente, che fa capo a Valerio Carducci, presenta ricorso al Tar del Lazio per presunte irregolarità. Cerasi, al telefono con il provveditore alle opere pubbliche della Toscana, si dice molto preoccupato per l’esito del ricorso, e per difendersi dall’avvocato della controparte, che definisce “pericoloso specialmente in Consiglio di Stato, ma molto pericoloso…”, dice: “quindi io metterò Patrizio [Leozappa, ndr]”. Nulla di male, fin qui. Peccato che a presiedere il Tar del Lazio in quel momento c’è proprio Pasquale De Lise. L’esito è scontato: il Tar rigetta il ricorso di Carducci. Due anni dopo, quando De Lise non è più presidente, il verdetto viene ribaltato: non solo il tribunale accetta il ricorso di Carducci, ma la decisione è approvata dallo stesso Consiglio di Stato che trasmette la vicenda alla Corte dei conti in virtù delle comprovate irregolarità di aggiudicazione della gara.
Al momento, è bene chiarirlo, De Lise non è iscritto nella lista degli indagati; la sua posizione deve essere ancora valutata. Ma ce n’è abbastanza per porre dei quesiti di credibilità della funzione giurisdizionale in Italia. La vicinanza del presidente del Consiglio di Stato ad ambienti loschi e corrotti, la sua presenza, nella veste delle varie cariche che ha ricoperto, nell’inchiesta sui Grandi eventi e su Propaganda Fide ed ora un presunto verdetto pilotato come presidente del Tar laziale, non possono non far nascere sospetti anche nel più ingenuo dei cittadini.
Se è vero che ognuno è innocente fino a prova contraria – e non sta certo ai giornalisti imbastire processi – è anche vero che una carica di rilievo come quella della presidenza del Consiglio di Stato, il sommo organo della giustizia amministrativa che decide sulle sentenze dei Tribunali amministrativi regionali, non solo dovrebbe essere completamente slegata dai palazzi della politica, ma conferita a persone la cui etica professionale sia al di sopra di ogni possibile dubbio.
L’elezione di De Lise non fa altro che acuire quello strisciante sospetto di un unico potere che affonda i suoi bracci nella politica, nella giustizia e nell’imprenditoria. Gli uomini ‘giusti’ nei posti ‘giusti’, a danno dei cittadini e di un comune senso dello Stato che dovrebbe garantirli dall’iniquità. A meno che l’assuefazione a un sistema che vede pullulare le liste elettorali di indagati, prescritti o condannati (puntualmente eletti) non si sia ormai trasformata in indifferenza civile. E forse il risvolto socialmente più grave è proprio questo: l’inaccettabile che si trasforma in ordinario.
Cecilia M. Calamani








































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