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Attualità   

Sotto il segno di Minzolini

di Cecilia M. Calamani
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[8 ago 2010]
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vignetta MinzoliniL’ultima accusa rivolta ad Augusto Minzolini, il direttore del Tg1, è di queste ore. Secondo Benedetto della Vedova, vice capogruppo vicario di Futuro e libertà alla Camera, i pastoni politici del Tg1 di questi giorni collocherebbero tra le file dell’opposizione il gruppo parlamentare appena costituitosi sotto la guida del presidente della Camera. E in effetti questo traduce fedelmente il pensiero di Silvio Berlusconi, nonostante Fl non abbia negato, semmai il contrario, l’appoggio al Governo. “O con me o contro di me”. Berlusconi pensa e Minzolini riporta in diretta nazionale.

Nella sua carriera di giornalista d’assalto, Augusto Minzolini ha sempre fatto parlare di sé. Inizialmente denominato “lo squalo” a causa dei metodi che usava per rincorrere e anticipare le notizie, da quando dirige il Tg1 gli appellativi dei suoi colleghi sono diventati veri e propri epiteti: “il trombettiere del Re”, “il cantastorie del Cavaliere”, “l’Emilio Fede della Rai” e chi più ne ha più ne metta.

E in effetti, a ben frugare nella sua rumoreggiante e rapida carriera, a pochi può sfuggire il passaggio da predatore della notizia a portavoce del pensiero dominante, capace di distrarre, occultare, nascondere fatti pur di salvaguardare dal pubblico ludibrio l’immagine del padrone.

Questo dichiarava il nostro eroe, in tempi non sospetti, intervistato da La Repubblica:  “Quasi mai i politici forniscono informazioni che rispondono a fatti reali e quasi sempre invece parlano perché hanno altri scopi, soprattutto quello di far apparire il loro nome sui giornali […] Io non dimentico mai che il mio referente è il lettore e non il politico e che il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni […] Penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. […] La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico“. (“Il politico non ha un privato – parola di Augusto” La Repubblica, 29 ottobre 1994)

E questo è quanto ha affermato lo scorso anno quando il silenzio del maggiore Tg nazionale sull’inchiesta di Bari inerente il giro di escort nei festini del premier gli procurò feroci accuse di mancanza di trasparenza e indipendenza: “Dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali, non c’è ancora una notizia certa né, tantomeno, un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori. Accade che semplici ipotesi investigative, e chiacchiericci, si trasformino in notizie da prima pagina nella realtà virtuale dei media o per strumentalizzazioni politiche o, piuttosto, per interessi economici”.

Eppure, negli “Annali del lessico contemporaneo italiano” del 1996, troviamo la definizione di “minzolinismo”, un  neologismo coniato su misura per stigmatizzare il suo metodo: “forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle informazioni raccolte”. Ma forse, da allora, i tempi per Minzolini sono cambiati.

Neanche la bufera dei mesi scorsi sull’informazione deviata del Tg1, che ha provocato le dimissioni di Maria Luisa Busi e la purga per tre conduttori del telegiornale rei di non essere allineati al Minzolini pensiero, ha fatto vacillare la poltrona del potentissimo direttore. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era la notizia della prescrizione del processo a carico dell’avvocato Mills per corruzione, presentata candidamente dal Tg1 come assoluzione. Le pesanti accuse di parzialità della Busi, contenute nella sua lettera di dimissioni, sono rimaste solo parole al vento, ignorate dalla Rai e dai sindacati, dalla Federazione della stampa e dall’Ordine dei giornalisti che, sul caso Mills, ha solo espresso una semplice ammonizione (in gergo ‘avvertimento’), la sanzione disciplinare più leggera. E neppure il calo di audience – 1 milione di telespettatori in meno per il Tg1 delle 20 – ha smosso i vertici di viale Mazzini, che hanno riconfermato la cieca fiducia al ‘direttorissimo’. Il quale, in un editoriale del 10 giugno scorso, si scrolla di dosso le accuse di servilismo: decantare le lodi di un’”Italia che funziona”, magari tacendo problemi, disfunzioni e, perché no, guai giudiziari, sarebbe solo l’espressione di “un pizzico di orgoglio nazionale che manca a troppi nel nostro Paese”.

E’ evidente, a questo punto, lo scenario che si prefigura per l’informazione pubblica in Italia. Le ultime prove, se ancora ce ne fosse bisogno, ce le fornisce proprio il direttore generale della Rai Mauro Masi che ha comunicato, a fronte della recente crisi politica all’interno della maggioranza di governo, la decisione dell’azienda di non mandare in onda questa estate i talk show di approfondimento, relegando le notizie politiche alle edizioni dei Tg. Si ripete, dunque, lo stesso cliché adottato alla vigilia delle ultime elezioni regionali, quando la Rai sospese per un intero mese le stesse trasmissioni. E’ meglio che i cittadini non sappiano. Tutto ciò mentre lo spauracchio dell’approvazione della legge bavaglio incombe sul dovere dei giornalisti di informare e sul diritto dei cittadini di essere informati.

Il ‘modello Minzolini’, dunque, è destinato a un sempre maggiore successo, con buona pace di chi crede che l’informazione – almeno quella pubblica – debba essere soggetta a ferree regole di imparzialità e indipendenza dal potere politico.

Chissà se il ‘direttorissimo’ sarà menzionato in futuro, oltre che negli annuari del lessico, anche nella storia del giornalismo italiano come fulgido esempio di deontologia professionale e impeccabile guida del servizio televisivo pubblico?

Cecilia M. Calamani

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