Attualità
Laicità, ragione e l’inaccettabile linguaggio berlusconiano
di Stefano Faraoni[11 ago 2010]
“Mobilitiamoci contro i disfattisti. Contro chi opera non per il bene del Paese”. Questo il mantra della nuova campagna mediatica berlusconiana, fatta di banchetti sulle piazze, di giornalismo familistico, e – perché no? – di soldi, di tante risorse finanziarie che nessuno può permettersi; nessuno, tranne uno. Il linguaggio ha un senso, lo ha sempre, anche quando pare che non lo abbia. Il “disfattismo” sarebbe la cancrena che bolla un‘opposizione sempre più montante nel Paese, fatta non solo di politica, ma forse stavolta anche di gente che non segue più.
Dire che la disoccupazione esiste ed è un problema grave, è disfattismo; e lo è anche ricordare che la crisi economica ancora c’è ed è gravissima; che le famiglie sono ancora in difficoltà; che le riforme, quelle vere, non sono state fatte e probabilmente questo governo non le farà mai; che il federalismo è ancora una chimera, come da vent’anni a questa parte; che aumenta in maniera terrificante, Lega compiacente, il divario fra nord e sud. Tu che sei contrario, sei un disfattista.
Il linguaggio evoca, porta indietro nel tempo quando, per sostenere un’ideologia e la sua gelida coperta oppressiva sulla gente, la propaganda imponeva termini forti, inappropriati ma terribilmente efficaci: il dissenso come disfattismo, l’opposizione come forza oscura distruttrice del bene.
E non è opportuno lasciarsi di nuovo ingannare dall’altro ritornello più o meno di regime: “è invidia, solo invidia”. No, stavolta l’invidia non c’entra nulla.
Quando la propaganda affila le sue armi per sferrare colpi mortali contro la possibilità di dissenso, quando tenta di trasformare la critica in un demone distruttore, la realtà nel suo contrario, all’insegna del “tutto bene madama la marchesa”; allora bisogna guardare bene ed oltre, andare a fondo, capire che chi pensa e dice che siamo disfattisti proviene da una cultura ancora, purtroppo, profondamente innervata nel lascito che oltre sessant’anni fa l’autoritarismo ha deposto a futura memoria, per chi ancora vuole o può avvalersene. E questo qualcuno c’è, sta là, siede sullo scranno più alto del governo, con le sue mitiche frasi, al contempo insolenti e straordinariamente irrispettose per la ragione, per la razionalità: “Basta personalismi…”. Sì, avete capito bene: basta personalismi. Detta dall’uomo che ha fatto del personalismo spinto al parossismo, della personificazione della politica, la scala mobile che gli ha consentito di arrivare alla Presidenza del Consiglio. Dell’uomo che, tanto per citarne una sola di infinite manifestazione della propria “personalità”, l’altro giorno sulla mozione di sfiducia a Caliendo, si è fatto aspettare in Parlamento, è arrivato all’ultimo, ha atteso l’ovazione, si è inchinato portandosi una mano al cuore e compiaciuto, quasi sciolto nella propria smisurata autocelebrazione, ha elargito quel sorriso di plastica che rimane di solito appiccicato per minuti ed ore, non si sa bene come, a mo’ di maschera di un’antica commedia greca che l’attore non si leva fino a quando non torna nel proprio camerino.
Non possiamo essere d’accordo con chi sbeffeggia in questo modo la ragione: in questo senso la laicità e la ragione sono termini perfettamente coincidenti. L’auspicio è che la laicità venga considerata tale non solo dalle pagine di questo giornale, ma da tutti.
Stefano Faraoni








































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