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Pensieri illustri   

da “Manoscritti economico-filosofici del 1844” di Karl Marx

a cura di Maurizio Fiumara
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[23 ago 2010]
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marxNoi partiamo da un fatto dell’economia politica, da un fatto presente. L’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione. L’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce.

La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l’operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

Questo fatto esprime ulteriormente null’altro che questo: l’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro.

La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione.

(…) L’appropriazione dell’oggetto si presenta come estraniazione, in tal modo che quanti più oggetti l’operaio produce, tanto meno egli ne può possedere e tanto più va a finire sotto la signoria del suo prodotto, il capitale. (…) L’economia politica nasconde l’estraniazione insita nell’essenza stessa del lavoro per il fatto che non considera il rapporto immediato esistente tra l’operaio (il lavoro) e la produzione. Certamente, il lavoro produce per i ricchi cose meravigliose; ma per gli operai produce soltanto privazioni. produce palazzi, ma per l’operaio spelonche. Produce bellezza, ma per l’operaio deformità. Sostituisce il lavoro con macchine, ma ricaccia una parte degli operai in un lavoro barbarico e trasforma l’altra parte in macchina. Produce cose dello spirito, ma per l’operaio idiozia e cretinismo. (…)

E ora, in che cosa consiste l’estraneazione del lavoro? Consiste, prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè che non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. perciò l’operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sè; e si sente fuori di sè nel lavoro. E’ a casa propria se non lavora; e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro, quindi, non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è, quindi, il soddisfacimento di un bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che, non appena vien meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione il lavoro viene fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione.

Infine, l’esteriorità del lavoro per l’operaio appare in ciò che il lavoro non è suo proprio, ma è di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a se stesso, ma ad altro. Come nella religione, l’attività propria della fantasia umana, del cervello umano e del cuore umano influisce sull’individuo indipendentemente dall’individuo, come un’attività estranea, divina o diabolica, così l’attività dell’operaio non è la sua propria attività. Essa appartiene ad un altro; è la perdita di sè.

Ne viene, quindi, come conseguenza, che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa a il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in quell’astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell’attività umana e le fa diventare scopi ultimi e unici, sono funzioni animali.

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un commento
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  1. L’operaio che rischia di essere licenziato e sale per manifestare sui tetti della fabbrica e chiede di mantenere il suo posto di lavoro; nei fatti chiede di poter continuare a sopravvivere con quel salario che gli deriva da quel lavoro di sfruttato, chiede di poter soddisfare i minimi bisogni umani.
    Cosa sta producendo, come sta producendo, quanto di plusvalore ha prodotto, non sono considerati argomenti leciti.
    Vogliono il lavoro. E allora tutti si è disposti a commuoversi a seguito di un servizio televisivo.
    Vogliono entrare nel merito di cosa produrre e come. E allora si dice che vogliono fare politica. Come ti permetti miserabile essere, in questo modo ostacoli l’attività aziendale. Licenziato. Il giudice ti fa riassumere. Questi giudici di sinistra! Preferisco pagarti senza lavorare, non ti faccio mettere piedi in fabbrica. Mi inquini gli altri operai che si occupano solo di lavoro e di mantenere il proprio posto di lavoro. La recente vicenda dei tre operai della Fiat è un po’ la dimostrazione di queste pagine di Marx.
    La cosa che oggi è difficile da affrontare e spiegare è La Cina “comunista” e la sua scelta di sviluppo capitalistico. Si potrebbe dire semplicemente: ma non è comunista e tutto è risolto. Ma una semplificazione che non serve. Ci sto cominciando a provare sul mio blog, ma è molto difficile e forse non ci riuscirò.
    saluti