Diritti&Rovesci
Quando ministri e deputati litigano con la Costituzione
di Stefano Faraoni[17 ago 2010]
Che il cittadino comune non ne sappia di Costituzione ci può pure stare, anche con riferimento allo scarso interesse che la scuola pubblica ha sempre concesso all’insegnamento della carta fondamentale dello Stato. Ma che alcuni, a volte molti, leader politici ne parlino con tale disinvoltura da far pensare che la lettura della Carta sia stato poco più di un optional, è problema costante della vita politica italiana. E grave. Inoltre, altra cosa è l’interpretazione di una norma, altra cosa è la sua torsione strumentale al fine di piegarla per i propri interessi, non sempre legittimi, squisitamente politici.
La vulgata imperante di questi giorni è che il Presidente del Consiglio è stato eletto dal popolo e quindi, come destinatario della volontà popolare, non si può ribaltare il giudizio della gente se non con le elezioni. In merito alcune considerazioni.
1) L’articolo 67 della Costituzione recita che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Questo vuol dire che il deputato o il senatore non rappresentano un gruppo di elettori, ma l’intera Nazione; conseguentemente, a loro giudizio, quando in Parlamento non si fanno più o non si fanno convenientemente gli interessi della Nazione, essi possono prendere le relative decisioni. Come recentemente hanno fatto i cosiddetti finiani. “Senza vincolo di mandato”, inoltre, vuol dire che non sono legati da nessun mandato vincolante che hanno conferito loro gli elettori: possono cioè, qualora lo ritengano opportuno, cambiare posizione politica e anche partito. Gruppo o schieramento. Come a volte succede (vedi compravendita berlusconiana di parlamentari per ribaltare maggioranze).
2) In verità la legge elettorale “porcata” di Calderoli del 2005, è talmente porcata che essa sì, stravolge il buonsenso e un minimo di controllo democratico del cittadino sugli eletti, dal momento che il cittadino stesso in realtà non sceglie quasi nulla, essendo le liste più o meno bloccate, cioè decise dalle segreterie o presidenze dei partiti. Questo significa che anche i membri finiani del Parlamento non sono stati scelti dagli elettori, ma scelti, o quanto meno concordati da Berlusconi stesso, quale Presidente del Pdl. Quindi, paradossalmente, il mandato non gliel’hanno dato gli elettori, ma Berlusconi stesso, che allora evidentemente ha sbagliato a conferirglielo. Il leader se ne deve assumere le conseguenti responsabilità.
3) Il ministro Alfano (Ministro della Giustizia) nella conferenza stampa di ferragosto, per scongiurare possibili governi alternativi senza arrivare alle elezioni, cita enfaticamente l’art. 1 della Costituzione, asserendo che non può essere disatteso e che in definitiva la volontà popolare è quella che in ultimo deve avere la prevalenza su tutto. Retorica a parte, forse è bene leggere tutto l’articolo: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Una lettura meno demagogica e più pacata, ci trasferisce morbidamente nella seconda parte della proposizione, “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E questo ci conduce direttamente all’art. 88 della Carta, che ci informa che il Presidente della Repubblica “può sciogliere le Camere, ma sentiti i loro Presidenti”. Non esiste quindi nessun obbligo di scioglimento se c’è una crisi, e comunque il Presidente della Repubblica deve rapportarsi prima con l’istanza più squisitamente politica per fare le verifiche dovute, in questo caso le Camere stesse nella persona dei loro Presidenti. In buona sostanza, lo scioglimento è solo l’extrema ratio.
4) Uscendo dal nefasto periodo storico della dittatura, l’insegnamento principe dei nostri padri costituenti è stato quello della democrazia, del quale è pervasa, almeno in linea teorica, tutta la Costituzione stessa. La proiezione politica di quest’insegnamento, calata anche nella realtà fattuale, è che, anche al fine di determinare una frattura netta e irreversibile con le esperienze autocratiche del passato, le maggioranze si devono formare attorno all’adesione ad un programma e ad un progetto politico, non fideisticamente intorno ad una persona. Perciò parole come “tradimento” o “fedeltà” (nella fattispecie all’onorevole Berlusconi) non solo sono improprie, ma costituzionalmente sono del tutto prive di senso. Se si ritiene che un progetto politico non vada più bene o che gli obiettivi non sono stati raggiunti o siano irraggiungibili, si ha tutto il diritto di trarne le conseguenze, e quindi, se lo si reputa politicamente opportuno, di cambiare. Il fideismo politico, personalizzato, non fa parte della tradizione laica di una moderna democrazia occidentale.
Questi gravi errori di lettura dei principi e delle norme costituzionali, arrivano poi a raggiungere il loro apice, il loro aspetto parossistico, quando un deputato si trova ad affermare – segnatamente ieri – con la leggerezza ineffabile della non conoscenza, che il Presidente della Repubblica starebbe “tradendo la Costituzione”, verosimilmente perché non scioglierebbe immediatamente le Camere a fronte della crisi. A parte la gravità di un’affermazione del genere, che presuppone l’assunzione di altrettanto gravi responsabilità, il signor vicecapogruppo del Pdl, tal Bianconi, autore della performance, dovrebbe a rigor di logica provvedere, lui o chi per lui, ad attivare l’art. 90 della Costituzione, quello della messa in stato d’accusa del Presidente per “tradimento”. Altrimenti stia zitto. E’ meglio per la decenza, per la dignità dei principi costituzionali, e in definitiva per il Paese.
Stefano Faraoni








































E dico di più. Con la legge porcata si è invertito il meccanimo di assenso degli elettori. Una volta per essere eletti bisognava prima cercare degli elettori che ti votassero. Ora si viene eletti senza consenso diretto, poi si provvede a cercare gli elettori. Cioé, una volta acquisito il potere ed occupati posti di comando centrali, si procede alla clienterizzazione degli elettori, alla fideizzazione, mettendo sul banco dell’offerta il proprio prestigioso incarico statale. Un esempio a caso, la Carfy, già eletta onorevole a presa diretta del leader, come tanti altri. In seguito ministro. Suo padre, per voleri imperscrutabili, diventa preside del più illustre liceo classico della città di Salerno, quello dove stazionano i rampolli delle famiglie più in vista della città. In tali condizioni, è naturale pensare che l’incarico di papà Carfy rappresenti per la figlia una forza centripeta del consenso. La Carfy entra nei gangli dei comandi dando il proprio contributo familistico, utilità private in luogo pubblico.