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Addio Statuto dei Lavoratori, porti via con te diritti e dignità

di Eleonora Gitto
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[5 ago 2010]
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statutoIl 30 luglio il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano triennale per il lavoro “Liberare il lavoro per liberare i lavori”, elaborato dal Ministro Maurizio Sacconi. Fra le tante ipotesi di riforma del mercato del lavoro, c’è anche il prepensionamento dello Statuto dei Lavoratori. Infatti, il governo si accinge a presentare alle Camere un ddl delega per cancellare, dopo quaranta anni, la carta dei diritti dei lavoratori, occuperà il suo posto lo “Statuto dei lavori”.

”Lo Statuto dei lavori – si legge nel documento - ipotizzato da Marco Biagi, oggetto di un disegno di legge delega che il Governo presenterà in Parlamento, costituirà la rinnovata cornice dei diritti inderogabili di legge entro la quale le tutele potranno trovare una modulazione più moderna, prodotta in parte dalla legge stessa e poi flessibilmente derogabile o integrabile dalla contrattazione nei vari contesti e nelle dimensioni in cui si realizza”.

Va in pensione, dunque, lo Statuto dei Lavoratori. Per i redattori del testo, “riflette una cultura troppo antica”. Si cancella per lasciare il posto a contratti light, derogabili il più possibile, mentre ruolo dei sindacati sarà quello di gestire il welfare.  Una vera e propria rivoluzione, che piace tanto a Confindustria e incassa il netto “no” della Cgil.  E’ il segno del cambiamento dei tempi. Un cambiamento che si è affacciato con la liberalizzazione del mercato del lavoro nel 2003, e precisamente con la legge numero 30 del 14 febbraio, meglio conosciuta come “Legge Biagi”, cui ha fatto seguito il tanto famoso, quanto deleterio, “Pacchetto Treu”.

Corsi e ricorsi storici. Quando con la legge numero 300 del 20 maggio 1970, vide la luce lo Statuto dei Lavoratori, le priorità che si rincorrevano erano la libertà e la dignità del lavoratore. E questo si sanciva già nel nome della legge: “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Nella seconda metà del Novecento era chiaro che, dopo l’oppressione fascista, il mondo del lavoro necessitava di una riforma che tenesse conto della democrazia appena conquistata. “Padre” dello Statuto fu Gino Giugni, l’illustre maestro del diritto, che ebbe anche il compito di presiedere la commissione nazionale incaricata della redazione. In realtà il primo ispiratore dello Statuto fu il sindacalista cerignolano Giuseppe Di Vittorio, che si era battuto fin dal 1952 per una legge che da un lato permettesse finalmente al lavoratore l’esercizio dei diritti consacrati dalla Costituzione e che dall’altro assicurasse ai sindacati la piena cittadinanza all’interno dei luoghi di lavoro.

Il disegno di legge elaborato dalla commissione fu presentato dall’allora Ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini.  Finalmente, grazie al lavoro sinergico di tante persone, i nuovi contratti di lavoro mettevano al centro del mondo del lavoro il lavoratore stesso, che diventava soggetto attivo a 360 gradi. Esso non era più solo un mero prestatore d’opera, non era più un “mulo da soma”, ma ambiva a conquistare un rapporto paritario con il patronato. Si definivano nuovi e chiari equilibri: lavoratori e datori di lavoro avevano entrambi diritti e doveri nei confronti gli uni degli altri.  Ci si avviava verso la “civilizzazione” del mondo del lavoro. Lavoro a tempo indeterminato, garanzie e tutela per vivere in serenità presente e futuro. Lo Statuto dei lavoratori è stata la fonte normativa più importante, dopo la Costituzione, in materia di lavoro e di libertà e attività sindacale. Una legge conquistata a prezzo di dure battaglie parlamentari e sindacali per garantire tutele fino allora sconosciute e, ancor prima, la dignità.

Ma oggi, ignaro forse di questo pezzo di storia del Novecento, il Ministro Sacconi, con una semplicità disarmante, prende una spugna e cancella tutto. Via gli enti bilaterali; arbitrato invece delle cause di lavoro; una nuova legge sugli scioperi atta a limitarli, se non a eliminarli (pena il licenziamento). L’attuale sistema di tutele del mondo lavoro, per il Ministro è “ingessante” e il lavoro è “spiazzato” a causa di norme “rigide applicabili in modo indifferenziato a tutti i datori di lavoro di qualunque territorio o settore produttivo”. In poche parole si cerca di far passare per buona la logica – fin troppo propagandata – che sta alla base di queste scelte: maggiore libertà di licenziamento uguale a maggiore incentivo per le imprese all’assunzione. Quindi, per proprietà transitiva, la “flessibilità” del lavoro viene veicolata con un indubbio vantaggio per i lavoratori.  In quanto al lavoro a tempo indeterminato, poi, diventa una vera e propria chimera, se non un tabù: “Al lavoro stabile e per un’intera carriera – si legge, infatti, nel Piano triennale per il lavoro – si contrappongono oggi sempre più frequenti transizioni occupazionali e professionali che richiedono diritti e nuove tutele anche per l’inoccupato, il disoccupato e quanti sono coinvolti in processi di riconversione e ristrutturazione aziendale”.

Nuovi diritti e nuove tutele. Già, ma per chi? Perchè, come ha giustamente fatto notare la Cgil, il documento “non contiene alcuna proposta per creare nuova occupazione ma si limita a ribadire una linea che, dall’inizio della crisi, non ha impedito che si determinassero: un milione di disoccupati in più a partire dai giovani precari; quasi un milione di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione; la riduzione dell’occupazione femminile; il record storico della disoccupazione giovanile oltre il 30%; il crollo delle attività produttive nel Mezzogiorno”.

In poche parole, sembra che più che “liberare il lavoro per liberare i lavori”, il Piano di Sacconi voglia “liberare le imprese e le aziende da ogni vincolo di legge e di contratto, per rendere di nuovo mera mano d’opera, senz’anima e senza dignità, i lavoratori”.

E intanto che si discute come deve cambiare il “lavoro che non c’è”, cresce la disoccupazione, aumentano le famiglie che non riescono più ad arrivare alla fine del mese sotto l’incalzare di estenuanti tasse. Continuano gli scioperi, le fabbriche chiudono, i contratti languono. I sindacati sono sempre meno rappresentativi dei lavoratori e sempre più distanti. E come se tutto ciò non bastasse, alla lista delle “morti bianche” si aggiungono i nomi di quanti, licenziati o inoccupati, decidono di togliersi la vita. Insomma, siamo sul ciglio di un baratro cui ci hanno condotto tutti: destra, sinistra e centro, in  egual misura. Chissà chi avrà il compito di darci la spintarella finale. Per il momento Sacconi, ministro ex socialista, si è già candidato.

Piano Triennale per il Lavoro

Scheda di sintesi

Eleonora Gitto

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3 commenti
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  1. [...] [...]

  2. [...] This post was mentioned on Twitter by Graziano Origgi, cronache laiche. cronache laiche said: Sacconi licenzia lo Statuto dei Lavoratori…Uno schiaffo ai diritti, uno alla storia e due alla dignità del… http://fb.me/wQE1AGXX [...]

  3. Certo! Si apre una stagione di saldi…. un lavoratore per tutte le stagioni….
    Ma bisogna pensarci prima che accada!