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“Sei gay? Non puoi donare” Italia e USA a confronto

di Ilaria Garosi
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[18 lug 2010]
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sangue gaySembra una storia di altri tempi, invece e’ proprio questo che Gabriele, donatore storico con alle spalle una relazione stabile, si e’ sentito rispondere dopo essersi recato alla struttura ospedaliera a cui da oltre otto anni affidava il suo sangue.

La vicenda e’ stata raccontata sul blog personale del ragazzo che, amareggiato, racconta come la dottoressa incaricata dei prelievi si sia dichiarata “impossibilitata“, nonostante il suo personale disaccordo, a raccogliere il sangue da persone dichiaratamente gay.

“Dopo la fusione con il Policlinico le direttive sono cambiate” ha affermato la donna. Infatti, appena tre anni fa il policlinico di Milano fu posto al centro delle polemiche per un caso analogo. “Non siamo così alla frutta da accettare sangue anche da gay” furono le parole esatte con le quali Massimo fu allontanato dal centro trasfusionale.

Alla base di questa tendenza discriminatoria, come la definisce la deputata del PD Paola Concia, si nasconde il falso presupposto per cui le persone omosessuali sarebbero maggiormente esposte alle STD (malattie sessualmente trasmissibili) a causa di uno stile di vita promiscuo.

Il pregiudizio, tuttora assiduo tra la popolazione, affonda le sue radici in una norma del 91, in cui, per evitare la diffusione dell’Aids e dell’epatite, l’allora Ministro Francesco De Lorenzo impedì la donazione da parte di soggetti considerati “a rischio“. A mettere fine a questa iniqua tendenza che, più che tutelare la salute pubblica, discriminava apertamente gli individui in quanto tali, fu il medico di fama mondiale nonche’ ex Ministro Umberto Veronesi che, il 27 novembre del 2000, firmò un decreto a favore della donazione da parte di persone dichiaratamente omosessuali. Il focus venne così traslato dall’individuo al comportamento, ristabilendo così il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Che l’omosessualità non sia sinonimo di promiscuità pare ovvio da ribadire, tuttavia, la presunzione che dietro all’amore per una persona dello stesso sesso spesso si celi uno stile di vita “malsano“, non è un pregiudizio esclusivamente italiano. La situazione è forse più grave negli Stati Uniti, in cui la Food and Drugs Administration ha rigidamente bandito gli omosessuali dalle “blood donors lists“.

L’esigenza è nata dalla crisi degli anni ’80, in cui l’AIDS raggiunse consistenti livelli di diffusione principalmente all’interno di particolari categorie. Tra di esse ricordiamo l’intero gruppo degli afro-americani nei confronti dei quali, tuttavia, non sono mai state intraprese particolari azioni. La disposizione concerne anche chi abbia assunto droghe per via endovenosa e, più sorprendentemente, chi sia stato pagato in cambio di un rapporto sessuale. Il rifiuto indiscriminato ancora ad oggi rappresenta un ingiusto freno a favore di un atto civile e solidale. Ancora più grave è l’idea di fondo che, diffondendosi, favorisce la qualificazione dell’Aids come sinonimo di tossicodipendenza, omosessualità e povertà.

La realtà è molto più drastica: secondo i dati del ministero della sanità, la percentuale di casi di Aids per l’anno 2003 si distribuisce per il 40% tra gli eterosessuali e per il 35% tra i tossicodipendenti, mentre solo un 20% riguarda gli omosessuali (5% altro). Lo scenario, mostrando un trend di contagio crescente tra gli eterosessuali, rende quanto mai necessaria una campagna di informazione scevra da pregiudizi e discriminazioni di categoria.

Ilaria Garosi

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