Attualità
Finché vita non ci separi
di Cecilia M. Calamani[25 lug 2010]
Così titolava un’indagine Eures del 2006, che riportava dati significativi sull’andamento di matrimoni, separazioni e divorzi in Italia. In questi giorni l’Istat ha pubblicato i dati aggiornati al 2008, che confermano un andamento in picchiata dell’istituzione famiglia, quella sancita da un’unione ufficiale di tipo religioso o civile.
Negli anni che vanno dal 1975 al 2008, il numero totale dei matrimoni è diminuito del 34%. Netta la flessione dei matrimoni religiosi (da 342mila nel 1975 a 156mila nel 2008), triplicati invece quelli civili (da 31mila a più di 90mila). Naturalmente si parla di numeri totali: la distribuzione geografica rivela, come facilmente immaginabile, un Sud molto più attaccato alle tradizioni – anche religiose – rispetto al Nord.
Mentre diminuiscono drasticamente i matrimoni, crescono invece separazioni e divorzi: nel 2008 sono aumentati, rispetto all’anno precedente, rispettivamente del 3,4% e del 7,3%. Ma questi dati seguono una tendenza generale, perché se nel 1995 si registravano 158 separazioni e 80 divorzi ogni mille matrimoni, nel 2008 si è arrivati a 286 separazioni e 179 divorzi. Il doppio in poco più di 10 anni.
Fin qui i numeri, che però non tengono in considerazione una casistica sommersa ma non per questo poco diffusa, che riguarda chi sceglie l’ufficialità del matrimonio alla convivenza perché è l’unico modo per vedersi riconoscere certi diritti (reversibilità della pensione, assistenza in caso di malattia, assegni familiari, … ) o perché siano riconosciuti ai propri figli e chi, pur parte di una coppia ormai ‘scoppiata’, non si separa per convenienza, perché non può permetterselo, perché crede che non sia un bene per i figli o semplicemente perché non ha il coraggio di uscire da uno status rassicurante come quello matrimoniale e vivere una propria vita.
In tutto ciò ci si chiede se siano cambiati gli uomini o i tempi; certamente entrambi, ma l’impressione è che questi dati non facciano altro che confermare una natura umana che, seppur sempre presente, non poteva, per motivi culturali, sociali o semplicemente legali, almeno fino all’entrata in vigore della legge sul divorzio, venir fuori.
Che gli amori nascano, crescano e sovente finiscano non è una novità, nell’Ottocento come oggi; che invece oggi si possa dar seguito, senza eccessive conseguenze, a questa evidenza è un fatto nuovo.
E se prima la famiglia era l’unico alveo di possibile esistenza per ogni cittadino, soprattutto se donna, oggi è una delle possibilità, una strada che viene sempre meno seguita e spesso interrotta sul cammino. In altre parole, non è più ‘per sempre’. Inoltre, non stupisce la drastica diminuzione dei matrimoni religiosi: è un fatto che la religione perda terreno con l’evoluzione culturale dei popoli, da noi come nel resto del mondo, e di conseguenza il matrimonio non è più visto come una imprescindibile unione davanti a dio – o come voglia di ‘vestito bianco’ – ma come un semplice contratto che disciplina i diritti e i doveri dei contraenti. Perdendo, cioè, la sua connotazione di sacramento, quello che rimane oggi è uno strascico di antichi retaggi e consuetudini, più presenti nel dna della popolazione che non nei suoi comportamenti effettivi.
Da qui la sensazione, sempre più preponderante, che la famiglia, intesa come unione matrimoniale di due persone di sessi diversi che si riproducono, non sia più l’unità corretta su cui basare la struttura della società. Questo dicono i dati al di là di ogni possibile partigianeria di tipo religioso o tradizionalista.
Ma, di fronte a tale evidenza, la legislazione rimane ferma a più di trent’anni fa, quando è stato introdotto il divorzio. Non solo l’Italia, ultima tra i Paesi europei civilizzati, non prevede ancora alcun riconoscimento per le coppie di fatto, ma la separazione e il divorzio sono soggetti a iter amministrativi costosi e di lunga durata. Per divorziare occorrono tre anni effettivi di separazione che, sommati ai tempi delle udienze, fanno un totale di non meno di quattro anni. Quattro anni solo per dare seguito alla volontà di due persone di interrompere la loro unione.
Viene il dubbio che basterebbe poco per risolvere le cose e agevolare il naturale cambiamento culturale. Basterebbe, tanto per fare un esempio, adottare la definizione di famiglia anagrafica: “Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso Comune” (Regolamento anagrafico del 30 maggio 1989, art. 4).
Ma certo, se divorziare fosse un rapido atto amministrativo e le coppie di fatto fossero regolamentate garantendo ai conviventi gli stessi diritti dei coniugi, c’è il rischio che da qui a qualche anno nessuno si sposi più e che, addirittura, le unioni omosessuali possano essere equiparate a una famiglia! Non è proprio roba per noi.
Cecilia M. Calamani







































