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Attualità   

Costituzione e Parlamento, i freni dell’’Azienda Italia’

di Stefano Faraoni
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[10 giu 2010]
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berlusconi-mussoliniL’articolo 41 della Costituzione afferma: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali“.

Ora ditemi voi cosa c’è di datato e da cambiare in queste affermazioni di principio, che sono realmente i cardini di una società civile, ove regnino armonicamente, coesistano, libertà d’iniziativa, solidarietà, sicurezza, e quant’altro di eticamente irrinunciabile in una moderna democrazia.

E invece il Premier Berlusconi, strangolato da non sappiamo quali lacci e lacciuoli che non lo lasciano governare tranquillamente, vuole cambiare, insieme a Tremonti, queste regole e queste affermazioni ad alto valore morale. Per sostituirle con una regola a bassa valenza etica, tipica di chi non sa o non può esprimere un’azione di governo convincente e produttiva: “liberatemi dal controllo del Parlamento e della Costituzione”. Un Principe senza più controlli; un’insofferenza verso le istituzioni democratiche, verso quei pesi e contrappesi costituzionali che Berlusconi non sa nemmeno dove stiano di casa. E che, secondo lui, non lo lasciano governare. Solo qualche giorno fa si lamentava esplicitamente di non avere sufficienti poteri, di essere come Mussolini e i suoi gerarchi: lui, povero ingabbiato in una morsa di altre persone che detengono veramente il bastone del comando.

Già, proprio lui: l’uomo più ricco d’Italia e uno dei più ricchi del pianeta, che controlla i mezzi d’informazione pubblici e privati, titolare di un irripetibile e continuato conflitto d’interessi, Presidente del Consiglio (ora pure ministro ad interim del Lavori Pubblici), al governo con una maggioranza senza precedenti o quasi alla Camera e al Senato; proprio lui, poverino, dice di non avere potere, di avere difficoltà e di voler cambiare la Costituzione a suo favore (dubitiamo che voglia farlo a favore degli Italiani).

Il Premier ci dice che per il Governo fare le leggi è un inferno: e infatti va avanti a colpi di “fiducia”, fregandosene del dibattito, della dialettica, delle opposizioni e delle ripetute osservazioni e critiche del Capo dello Stato. Ma in realtà il vero atteggiamento diabolico è quello di chi disconosce la realtà sociale e politica di un Paese nato dalla Costituzione, per far posto ad una realtà aziendalista di cui egli è portatore e che non ha nulla a che vedere con la politica. L’insofferenza, la scostanza, l’assurdità dell’imprenditore che interpreta un Paese come la propria creatura aziendale. “Fasso tutto mi, ghe pensi mi”, il resto è mero orpello.

Non ci stancheremo mai di dire che la Costituzione non è un problema: in Italia la questione delle questioni non è cambiare le leggi, ma applicarle. E nella disapplicazione delle leggi (per dirla con locuzione anche troppo gentile) quest’uomo ha veramente qualcosa da insegnare un po’ a tutti.

Stefano Faraoni

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2 commenti
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  1. Questo articolo, certamente ben scritto, si compone di due parti.
    E’ la seconda parte – “La legge determina…..a fini sociali” – che suscita perplessità in un liberale come me.
    Le varie forme di programmazione economica fino ad oggi tentate hanno tutte più o meno mancato l’ obiettivo, rivelandosi controproducenti.
    Francamente, mentre mi terrei stretta la prima parte dell’ articolo, applicata in modo saggio e lungimirante, farei volentieri a meno della seconda, appunto inutile o controproducente.
    A Lei il mio saluto cordiale
    Carlo

  2. Tenga conto che nel mio breve articolo, in realtà ho teso ad enfatizzare la prima parte dell’articolo della Costituzione, per evidenti ragioni di principio. In realtà, a ben guardare, a parte le enunciazioni sovente disattese dalla nostra politica, un occhio concreto lo si dovrebbe dare alla realtà effettuale, all’operatività di quanto enunciato; cosa che, ovviamente, è contenuta nella seconda parte dell’art. 41. Al di là delle interpretazioni date alla seconda parte, a me pare di ricordare che nessun liberale si sia mai posto il problema della compressione dell’economia privata da parte di quest’articolo. Semplicemente perchè questa compressione non c’è mai stata, nè, mi si consenta, mai ci sarà. E’ in sostanza un “fumus”, un non problema. A meno che, e questo è un pericolo vero, non si voglia cambiare l’articolo in senso peggiorativo, aprendo un varco costituzionale dove infilare leggi e provvedimenti carenti di controllo. Attenzione. Anzi, molta attenzione. Si ricordi che l’attuale profonda crisi economica che stiamo vivendo, è stata giocata proprio sulla mancanza di regole e di controlli.