Attualità
Berlusconi, Tremonti, Bersani & Co, una colata di gesso sulla politica italiana
di Stefano Faraoni[17 mag 2010]
Sembra quasi che una cortina di gesso sia stata colata sulle istituzioni e più in generale sulla politica italiana. Il premier Berlusconi, dopo la batosta economico-affettiva del divorzio con la moglie, se ne sta a casa in stile aventiniano, ricevendo gli stretti collaboratori in pigiama e con essi elaborando strategie sempre meno credibili per far fronte alla crisi economica, ma anche e soprattuto alla batosta giudiziaria che si sta abbattendo sul suo governo. E che, ovviamente, si aggiunge alle innumerevoli tempeste giudiziarie di se medesimo.
La Lega aspetta il federalismo. Sono vent’anni che l’aspetta, più di venti che promette. Nel frattempo raccoglie voti a iosa nelle regioni del nord, coll’immarcescibile mantra dell’ “insediamento territoriale”. ll callido Bossi attende gli eventi (ma forse comincia ad avere qualche dubbio pure lui) e spinge Calderoli sui gradini del Quirinale con improbabili bozze di riforme; il quale ultimo, frastornato dall’estasi della semplificazione amministrativa, incendia vecchie leggi del 15-18. Salvo poi presentarne di nuove che in un solo articolo contengono decine di commi e centinaia di proposizioni, che perfino il più incallito dei giurisperiti stenterebbe a districare.
Casini pure attende, ridacchia e propone. Un governo di salute pubblica forse toglierebbe il raffreddore ed eviterebbe la degenerazione in polmonite. Può sempre dire: “io l’avevo proposto”. A ruota, Luca di Montezemolo ed Emma Marcegaglia non entrano nel governo a tamponare la fuoriuscita-cacciata del ministro Scajola, uno di primi nei guai in questa nuova fase giudiziaria, ma sicuramente non l’ultimo. Confindustria e imprenditori più saggi di quel che ci aspettavamo.
Fini, lo scissionista in pectore, ha deciso di far più male possibile a Berlusconi, politicamente e personalmente. L’unica maniera per farlo in questi termini è restare dentro il Pdl, e ciò logora terribilmente l’establishment berlusconiano, dal portavoce grammofonico Capezzone, al rinnegato politico Cicchitto, al neo imputabile Denis Verdini, che vagola con gran nonchalance tra presunte esportazioni illegali di capitali in Lussemburgo e incarichi di mediazione nei confronti di Fini, il quale ultimo, non foss’altro che per dignità, rifiuta il coloquio, e nemmeno troppo elegantemente.
L’opposizione, capitanata dal generale di rango senza qualche stelletta, Bersani, ha forti problemi di leadership. Le idee ci sono, e sono pure troppe. Mancano gli uomini giusti per farle camminare. Diversamente da Franceschini, sul quale pure nutrivamo seri dubbi, Bersani fa una fatica terribile a proporre una posizione forte; perchè in capo a due o tre ore, arrivano sulle agenzie le immancabili correzioni di rotta, gli aggiustamenti, le sintesi interpretative, quando non addirittura le smentite, proprio dei suoi. Quelli del Pd, intendiamo. Con intanto Di Pietro a latere, molto a latere, che fa della lotta a Berlusconi ormai una pugna personale stile soldato di ventura.
Giulio Tremonti, spesso in prima linea, si nasconde ora dietro l’ombra di una passività totale, cercando di non scontentare nessuno, e rifiutando di far qualsiasi dichiarazione a valenza politica, in vista delle proprie potenzialità sostitutive nei confronto del Presidente del Consiglio. Ma la colata di gesso ha colpito anche lui, e già da gran tempo; forse ancor prima degli altri. Si accinge, dicono, a bloccare gli stipendi agli statali, con puntate possibili verso le pensioni d’invalidità. Materie estremamante sensibili. L’enorme deficit pubblico italiano, che sembrava non preoccupare più di tanto, ora forse comincia a preoccupare.
E a monte di tutto ciò sta crescendo un enorme paradosso, una condizione di confusione difficilmente replicabile in una democrazia che si reputi tale. Ci sembra sempre più evidente che il Premier voglia andare alle elezioni, sfruttando ancora quell’ultima scia di credibilità che ancora gli deriva dalle recenti elezioni regionali. Così come ci pare che sostanzialmente una gran parte dell’opposizione le elezioni non le voglia, per la complementare ragione che ancora i tempi non sono maturi ben uscirne bene.
Al solito marziano che ogni tanto fa una capatina sulla Terra per vedere come vanno le cose, bisognerebbe spiegarla in termini molto semplici e diretti, più o meno così: “la maggioranza vuole le elezioni, l’opposizione invece no”. Salvo poi rincuorarlo, con sua grande consolazione, con la solita chiosa: “non si preoccupi, comunque, stiamo parlando sempre dell’Italia”.







































