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Fini ridimensiona Berlusconi, ma è il centrosinistra che deve cambiare

di Stefano Faraoni
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[20 apr 2010]
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FINI BERLUSCONIAlcune differenze ed alcune analogie connotano i due maggiori partiti del quadro politico italiano. L’analogia più evidente è che sia il Pd che il Pdl sono nati dalle ceneri vulcaniche dell’eruzione tangentopoli: un’esigenza subitanea di riconversione della classe politica, con un’improvvisa accelerazione di quei processi di trasformazione fisiologici che tendono a mettere i partiti al passo con le trasformazioni della società. Cambiare o morire; indossare lo scafandro per proteggersi dalla cenere e dalla lava.

Sparite le realtà storiche di vecchi partiti, non c’era altro modo per andare avanti, se non la ricerca di un equilibrio il più possibile avanzato fra una nuova forma partito e il trascinamento nel nuovo involucro di quanto più possibile di ideali e tradizione provenienti da realtà storiche consolidate. Così, il centrodestra si è inventato Berlusconi (non è vero il contrario, perché il cavaliere è in realtà l’ultimo dei prodotti della prima Repubblica); e il vecchio PCI si è inventato prima il Pds, poi i Ds e poi ancora il Partito democratico, con consistenti innesti dall’area ex democristiana illuminata. Non sappiamo esattamente quanto il crollo del muro di Berlino abbia influito su tutto ciò;  ma a nostro avviso le motivazioni di natura interna sono state di gran lunga prevalenti rispetto a quelle di natura internazionale: in fondo, nel resto d’Europa, coi dovuti distinguo e aggiustamenti, i partiti tradizionali sono rimasti tali, dai popolari ai partiti comunisti, ai partiti socialisti e quanti altri hanno potuto portare con sé tradizioni e valori provenienti fin dall’inizio del secolo passato.

Nel resto d’Europa non sono nati grandi partiti a vocazione popolare, perché non ce n’era bisogno: in Italia sì, ma con risultati opinabili e giocando su un’anomalia di fondo: l’accorpamento forzato delle “estreme” nelle grandi formazioni. Si è cercato cioè, nella logica maggioritaria e bipartitica, di far convergere, almeno elettoralmente se non politicamente, la sinistra non moderata nel Pd e la destra non moderata nel Pdl. E si è sancita questa scelta politica di fondo, con la creazione dell’ultima legge elettorale, che ha sostanzialmente fatto sparire questo tipo di destra e di sinistra dal panorama politico parlamentare. Con una differenza essenziale. Mentre il centrodestra sopporta antropologicamente (o almeno finora l’ha fatto)  le conversioni di tipo totalitaristico e  leaderistico (Berlusconi, per l’appunto), il centrosinistra è profondamente, geneticamente, intollerante al riconoscimento di una vocazione non maggioritaria, ma unitaria, e con la conseguente espressione di un leader unico.

Questo, in termini di consensi, è un lato tutt’altro che secondario da valutare, perché l’immagine che dà di sé il centrodestra, è immensamente superiore in termini di univocità di posizioni, e quindi di credibilità. Se Berlusconi dice che presto non ci sarà nemmeno più un disoccupato e che entro tre anni curerà il cancro, sia l’elettore di centrodestra che quello di centrosinistra sanno perfettamente che sta dicendo delle patenti idiozie, eppure nessun dirigente del centrodestra si affretta a smentirlo o anche solo a ridimensionare la portata di queste balordaggini. Se, invece, ad esempio, Bersani dice che ci vuole una nuova legge elettorale e la illustra, anche se la proposta è buona, anche se è ragionevole, anche se non ha detto una baggianata, nell’arco di tempo di ventiquattrore altri dieci leader, a centrosinistra ma anche più a sinistra, si affrettano ad illustrare altrettante posizioni differenziate, a cominciare dalle sfumature per finire alla totale contrarietà.

Il problema quindi, in questo caso, non è solo di contenuti, ma anche e soprattutto di leadership e di modus operandi. La soluzione è una ledarship forte, con proposte buone, e contenuti chiari. Al momento non c’è, né nel Pd, e tanto meno più complessivamente nel centrosinistra. La presa d’atto di questo, vuol dire creare le condizioni per un rinnovamento non solo generazionale, ma antropologico rispetto alla figura del leader e di come egli si ponga nei confronti non tanto della propria popolazione politica, ma anche e soprattutto nei confronti di tutta la gente, dell’opinione pubblica. La coerenza e l’univocità del messaggio politico sono la chiave di volta per rendere nuovamente competitivo il centrosinistra. Quindi la leadership. Al momento, l’entità dell’erosione prodotta dalle recenti posizioni di Fini nei confronti di Berlusconi, è un fatto politicamente di rilievo, ma non tale mettere in crisi il Presidente del Consiglio, se dall’altra parte non si produrrà prima possibile un salto di qualità forte sintetizzabile col famoso adagio: “le idee sono importanti, ma camminano con le gambe degli uomini”.

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3 commenti
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  3. La destra di Fini, di Berlusconi, di Bossi è comunque autoritaria. L’ incontro-scontro di queste tre personalità, negli ultimi (quasi) ventanni è uno scontro/incontro tra autoritarismi.
    Il vecchio centro-sinistra (DC+PSI) era pluralista. Il vecchio PCI era autoritario e ha voluto diventare pluralista. Gli incontri/scontri degli ultimi (quasi) ventanni all’ interno della coalizione di centro-sinistra sono stati frequenti disaccordi tra persone e gruppi che avevano spinto la loro paura dell’ autoritarismo verso un vero e proprio suicidio. Hanno tuttora una tale paura dell’ autoritarismo che appena sorge tra loro una persona autorevole la silurano. Sono inadeguati alla realtà, perché la mancanza di una opposizione di sinistra nella società italiana è come la mancanza del timone in una nave. Se avesse davanti una seria opposizione di sinistra la destra sarebbe costretta a ragionare, invece così si abbandona ai propri deliri e la nave va a scogli.