Pensieri illustri
da “L’ateismo” di Félix Le Dantec
a cura di Maurizio Fiumara[25 apr 2010]
Selezione
da “Generalità dell’idea di Dio”.
Un ateo razionalista dovrebbe diventare credente se vedesse un miracolo; ma come vedere un miracolo, cioè uno strappo alle leggi della natura? Sarebbe necessario per questo essere sicuri che si conoscano tutte le leggi della natura ed anche tutte le condizioni del fenomeno osservato. Chi oserebbe avere una tale pretesa?
Ho scritto in passato che, se avessi visto un miracolo, sarei diventato credente; credo proprio di essermi vantato! Se assistessi ad un fenomeno che mi apparisse in contraddizione con le leggi naturali che conosco meglio, farei probabilmente come al teatro Robert Houdin: cercherei la cordicella nascosta, il fenomeno aggiunto e sconosciuto che ha creato l’apparenza del miracolo; e non trovando nulla, lo imputerei probabilmente all’imperfezione dei miei mezzi di ricerca.
Sarebbe infinitamente più semplice, mi si dirà, credere in Dio come tutti gli altri! Credete che sia così semplice? Battete sulla campana tanto forte quanto volete, non le farete emettere un suono differente da quello che può dare; insistendo la fendereste solamente.
Selezione da “Discussione delle prove dell’esistenza di Dio”.
Da quanto ho potuto capire dai libri, i credenti non sono tutti d’accordo su quello che chiamano Dio; ma in compenso concordano nel dichiarare che l’ateismo è assurdo.
Penso che gli atei sono come i credenti, ed hanno come unico connotato comune quello di dichiarare prive di senso le affermazioni di coloro che credono.
Tipicamente umano è che: si trova più facilmente un’intesa contro di qualcuno che non su qualcosa; appena una dottrina trionfa, nascono scismi.
Innanzi tutto, una cosa mi ha sempre profondamente sorpreso, è che i credenti d’ogni epoca abbiano cercato e fornito prove dell’esistenza di Dio. Naturalmente esse sono inconfutabili per coloro che le utilizzano; sfortunatamente, lo sono solo per loro, provano che essi credono in Dio, ma questo è quanto. La dimostrazione di un teorema di geometria vale per tutti, fa nascere in tutti una certezza indiscutibile. Nei credenti, invece, la certezza dell’esistenza di Dio è preesistente alla dimostrazione che non vi aggiunge nulla.
A me sembra che, se fossi credente, non avrei bisogno di chiedermi perché. Ma, mi si dirà, ci sono atei come Lei che negano l’esistenza di Dio; è a causa degli atei che occorrono prove, per coloro che l’ateismo potrebbe influenzare. La presenza d’atei dimostra semplicemente che le prove dell’esistenza di Dio non valgono nulla. Sono valide per quelli che credono, e che, di conseguenza, non ne hanno bisogno, ma senza effetto per coloro che non credono; è addirittura molto imprudente fornire prove, poiché un ateo, ritenendole insufficienti, si sentirà, proprio per questo, maggiormente autorizzato a proclamarsi ateo.
Sarebbe ingiusto attaccare il credente che si accontenta di affermare la propria fede; si possono discutere le ragioni che ne dà, se ha l’imprudenza di darne.
I Pensieri di Pascal sono, a mio avviso, il libro maggiormente in grado di rinforzare l’ateismo di un ateo. Dichiarando d’altra parte che “la fede è un dono di Dio”, il catechismo non lascia alcuna speranza a quanti volessero acquisirla o trasmetterla con il ragionamento.
S’insegnano tuttavia le prove dell’esistenza di Dio agli alunni di filosofia. Divido tali prove, dette classiche, in due categorie: quelle che comprendo e quelle che non comprendo. Discuterò delle prime, giacché non basta comprendere un ragionamento per ammetterlo; si può enunciare, in termini forti e chiari, un teorema falso; ho quindi tutto il diritto di ricercare se, in prove formulate con linguaggio comprensibile, non possa io trovare un difetto di logica. In quanto alle prove della seconda categoria, posso vedervi solo un’espressione della mentalità del credente; esse non sono accessibili alla mia; comprenderle sarebbe ammetterle; scaturiscono, in coloro che le hanno trovate, semplicemente dall’idea preconcetta ed indiscussa dell’esistenza di Dio; in altri termini, provano che gli autori sono credenti e decisamente credenti.
Selezione da “L’amore di Dio”.
Ammettendo anche che io possa credere, contro la mia natura e contro il mio modo di ragionare, nell’esistenza di un Dio di cui si potrebbe parlare come di un uomo onnipotente (ma è vero che non posso dire niente di scientifico ponendomi in un’ipotesi così lontana dal mio reale stato. Non credo in Dio e, se ci credessi, sarei diverso da quello che sono), ammettendo, dico, che io possa credere in un Dio personale, non mi sembra che avrei per lui sentimenti d’adorazione e di riconoscimento che si chiedono ai veri credenti; mi direi che mi ha creato per il suo piacere, che mi ha imposto un servizio che non avevo richiesto, e di cui, in tutta sincerità, avrei fatto a meno, sebbene la mia vita sia stata piuttosto felice fino ad oggi.
Quando sento raccontare ai bambini le storie di madre Loye [I famosi racconti di Mamma Oca, ndr] mi dico spesso che non avrei esitato se una buona fata mi avesse offerto di realizzare uno dei miei desideri; avrei desiderato “di non essere mai esistito”. E’ d’altronde, se ho ben capito, quello che chiese Giobbe per sé.
Ma un credente che attende la vita eterna non ragiona come un ateo che conta solamente su qualche anno di una vita mediocre; un ateo non può dunque sapere quello che farebbe se fosse credente. M’immagino solamente che se, essendo credente, continuassi a pensare come penso adesso, sarei probabilmente del parere di una vecchia signora che ho conosciuta nell’infanzia, e che diceva a bassa voce, come per nascondersi: “Non amo il buon Dio, ma ne ho paura!” Non è forse questo sentimento di paura che volle far nascere negli uditori, dopo l’incendio del bazar della Charité, il celebre domenicano Ollivier?
Ora, la paura, mi sembra, si concilia molto male con l’amore. Non sono un eroe per natura; se avessi creduto che un padrone assoluto potesse concedermi una felicità eterna o condannarmi a supplizi senza fine, sarei probabilmente scappato dai pericoli del secolo in un monastero; avrei passato la mia miserabile esistenza sublunare a cantare la gloria del despota da cui sarebbe dipeso il mio avvenire.
E’ ancora una conseguenza del mio ateismo innato quella di non condividere l’ammirazione dei credenti per quelli che hanno risolto così il problema della vita. I preti stessi dichiarano, sembra, che lo stato monastico raggiunge la perfezione assoluta. Da parte mia, non ammiro i monaci; non li disprezzo neanche, poiché sono sicuro che avrei fatto come loro se avessi creduto; non posso disprezzare un uomo, qualsiasi cosa abbia fatto, mi sento troppo simile a lui e troppo capace d’imitarlo.
Selezione da “Comportamento dell’ateo di fronte alla morte”
La morte è il trionfo dell’ateo. Poiché le sue riflessioni lo hanno portato ad apprezzare di meno la vita, e ciò è incontestabile, egli ha chiaramente tanto meno dolore nel lasciarla.
Questa maniera sentimentale di ragionare è però insufficiente; l’ateo non paventa la morte, poiché è convinto che la differenza non è essenziale tra la vita e la morte; crede nel nulla che segue la vita, ed il nulla non è da paventare; l’ateo non teme di diventare nulla perché è convinto di non essere null’altro che un movimento momentaneo di materiali che hanno subito per effetto ereditario una certa sistemazione.
Per il credente, al contrario, sempre che non abbia un’opinione stravagante dei suoi sentimenti, la morte è piena del terrore che precede il giudizio. Se mi si mettesse a scegliere, nella vita, tra l’ateismo e la fede, probabilmente esiterei; nell’ora della morte non esiterei per niente; l’ateismo è infinitamente preferibile. Il che non impedirebbe d’altronde che io accettassi la visita di un prete se ciò facesse piacere ai miei; questo gesto mi è troppo indifferente perché lo rifiuti.
Maurizio Fiumara








































Non esistono prove materiali sull’esistenza di Dio (Dio è nome proprio e va scritto maiuscolo, a prescindere dalla fede, ma non dalla grammatica).
È un principio filosofico. Ci si arriva usando rettamente della ragione, lasciando anche aperta la domanda sul perché abbiamo la ragione e da dove proviene.
Il fatto stesso che si discute sull’esistenza di Dio è una buona prova della sua effettiva esistenza.
E poi è anche la conseguenza di una scelta libera: ciascuno è libero nello scegliere di finire nel “nulla” o anche all’Inferno, che potrebbe esistere anche se non ci si crede…
“Il fatto stesso che si discute sull’esistenza di Dio è una buona prova della sua effettiva esistenza.”
Questa non l’avevo mai sentita… davvero buona!!!
Allora a questo punto è sicuro che gli alieni esistono visto che se ne discute da un bel pezzo!!!
Non l’avevi mai sentita? Ma è un classico… di stampo cartesiano se non sbaglio.
Cartesio è stato molto criticato e tesi di questo genere ampiamente smontate anche da suoi contemporanei. Diciamo che è un classico smontato ormai da circa 400 anni.
Per quanto riguarda la questione della libera scelta, ecco di quello son più convinto.
Premettendo che la maggior parte non abbia libera scelta perché non tutti si sognano di legger libri, discutere con atei, approfondire, la maggior parte è, a torto o a ragione, gregge che il sacerdote conduce e quindi senza possibilità di scelta, per gli altri invece, per quelli che non sono credenti solo per caso e provenienza geografica, per loro è una scelta: io scelgo (lo preferisco, ne ho bisogno, mi è più congeniale etc etc) di credere o di non credere in qualcosa.
Scusate la mia profonda ignoranza ma tutti questi passi si trovano in un solo volume o sono estrazioni di più opere? L’ateismo di Felix Le Dantec? Perché non riesco a trovarlo online in vendita, esiste qualche possibilità?
Grazie e complimenti per il sito.