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I nostri racconti   

L’appuntamento

di Eleonora Gitto
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[14 mar 2010]
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dolore1Non credo che posso perdere tanto tempo davanti a questo armadio. Non so cosa si indossa in simili occasioni. Certo che me la sono voluta. E che gli chiedo? Comincio con il corpo? …Forse è meglio. Parto dalla testa, poi il petto, l’addome, il ventre, le gambe e infine i piedi…Si farò così!. E poi passo al rapporto ragione-emozione…”. L’armadio aperto cominciava a svuotarsi. Non li vedeva più quei vestiti ammucchiati sul letto. Non vedendoli non poteva scegliere.
“…Che si mette in queste occasioni?” Continuava a chiedersi. “Bene, naturale e disinvolta…fa caldo…il bianco va sempre bene in ogni occasione e in ogni momento della giornata…E se invece lo lascio parlare e cerco di capire da lui come impostare l’intervista? Chi meglio di lui potrebbe parlarmi del suo operato, delle sue azioni, dei suoi progetti futuri?…Apro e dico sorridendo “Ciao come va?”. No. Che cosa stupida. “Buonasera è un piacere incontrarla.”, oppure semplicemente “Salve..sono…” Bah! Mi verrà al momento… Metto il vestito bianco…poco trucco…scarpe comode…Accidenti! Perché ho accettato?”
Ore 18,30. Bussano.
Salve…”.
Sera…posso?”
Certo…La stavo aspettando
Vedo”.
In un attimo lei decide di uscire dal ruolo di intervistatrice. Non funziona il tono professionale. Non con lui.
Non preoccuparti”- dice lui con tono quasi affettuoso – “Non è mai molto facile avere a che fare con me”.
Grazie per averlo detto, anzi grazie perché “dice” qualcosa. Io davvero non saprei dire nulla adesso!”. Pensa sollevata.
“Allora, che vuoi sapere?”

“Tutto”.
Tutto? Hai molto tempo a quanto pare!Bene. Quello nemmeno a me manca. Ti sarai fatta un’idea?”
“A dirla tutta, no. Ho passato i migliori anni della mia  vita a chiedermi chi sei o cosa sei. Non riesco a capire se ti ho inseguito o ti ho conquistato. Se ti ho coccolato, alimentato con le mie malinconie, o se di te mi sono fatta beffe”
“E’ un buon inizio.”
Asserisce lui sornione,  guardandola con  piglio di superba fierezza.
“Già!”
Vediamo. Se ti chiedessi di definirmi con tre parole come lo faresti?”
“Incontrollato…localizzato…imprevedibile…credo. Lei come si  definisce?”.
Non incontrollato…si può somatizzare qualsiasi cosa e quindi può esserci la volontà delle azioni  in precisi momenti. Questo esclude anche imprevedibile, perché esisto, quindi prevedibile. Di me tutti conoscono l’esistenza. E se esisto io esistono tutte le mie azioni.”
Pensi di non essere incontrollato? Mi scusi se Le ho dato del tu.”
Figurati. In fondo si può dire che  ci conosciamo da tempo. Lo preferisco. Non sono incontrollato. La mente è un’arma potentissima. Anche localizzato è una falsa affermazione. Posso prendere il corpo in modo totale,  soprattutto quando creo un legame stretto con uno stato psicologico. Per cui non mi localizzi. Ma cosa vuoi capire? Come sono, cosa faccio o come agisco?”
Lei ha un attimo di sbandamento… “Che rispondo?” Pensa.
“Faccio un caffè?”– Risponde. Giusto stratagemma per riprendere fiato e mettere in ordine i pensieri.
“Il caffè fa male al corpo?”
“Allo stomaco, se eccessivo o se intollerato”.

“Allora è volontario il male allo stomaco. Abbiamo corpi volontariamente votati a farsi male.  Ti fa male troppo caffè.  Che ne dici di un cioccolato?”
“Perché non fa male?”
Lui alza la testa e la  fissa con uno sguardo illuminato.
“Il corpo può avere  segni evidenti del malessere. O può  provarlo con segni interni, con malesseri solo “provabili”, non visibili. I feel, hai presente? Andiamo avanti. Quando conosci il tuo corpo?”
“Ora, vorrei rispondergli che lo conosco al punto che so quello che prova  il mio corpo quando non ci sono carezze, ma indifferenza; quando non vogliono me ma il mio fare; quando ci sono perchè “servo”; quando voglio parlare ma guarda la televisione; quandofra me e il soprammobile sul comò non c’è differenza alcuna; quando mi guardano e non mi vedono; quando ci sono per tutti perchè “così deve essere”; quando nessuno c’è per me perchè “così deve essere”; quando ciò che offro si spreca; quando retaggi angestrali impongono gabbie che trovo “normale” perchè non esisto: esiste la moglie, la mamma, la cuoca, la segreteria, la colf tuttofare, ma io non esisto. Quando la donna non esiste.  E quando dico vado ma… resto.”
Pensa irritata. Ma riesce a darsi un tono e risponde: “Il corpo non sta bene quando subisce traumi esterni o quando reagisce a traumi interni”.
“Parlami di quest’ultimi”.
Hai presente quella sensazione di nausea e soffocamento che si prova quando ti accorgi di essere sola? Quel senso di debolezza che ti fa piegare sulle ginocchia e girare la testa quando ti accorgi che stai solo aspettando, indolente, frustrata e delusa, che passi la vita?. Ecco, quello è malessere fisico, che nasce dallo psichico.”
“Allora?”
“Allora un male psichico che si ripercuote sul corpo può provocare la gastrite nervosa, la nausea. Anche lo stress provoca mali corporali, come l’ansia, la tachicardia…ma non c’è ferimento fisico. Questi mali non si curano con la medicina. Quando stai male fisicamente per questi motivi vuol dire che è  tutto il tuo essere che si sta ribellando. Li puoi curare solo riprendendoti la tua vita. Li puoi curare dicendo basta a tutte le violenze. Li puoi curare se cambi pelle e rinasci. Allora ti accorgerai che, pur non avendo nessuno accanto, non sarai mai più sola”.

“Sei agitata tu?”
Che fa? – Pensa lei- “Ricomincia a prendermi in giro? Perché non mi chiede perché  mangio ancora in quantità eccessiva la cioccolata? Perché non mi chiede delle mie cinquemila scarpe? Delle mie notti passate al pc? Peccato. Avevo già pronta la risposta”.
“Facciamo una cosa?”
– Azzarda furbetta.
“ Io ti faccio male e tu mi dici dove, come e, soprattutto, cos’è che provi”.
Almeno un po’ di esitazione in questi casi è da copione. Non si può subito accettare una proposta del genere. Ma quello che ha di fronte non è  un marcantonio qualunque.
Lui raccoglie la sfida. “Ci sto”.
Lei si alza, gli prende le mani, avvicina il corpo al suo, la sua bocca a sfiorargli il collo, una mano che gli accarezza la schiena, mentre con l’altra gli sferra un pugno in piena pancia.
Lui cade a terra in ginocchio, la guarda e mentre striscia verso il bagno lo sente biascicare: “Ahia”.
“Bene, signor Dolore, è stato un piacere conversare con te. So che tornerai presto a trovarmi, la cosa non mi farà più molta paura perché ora so che il dolore lo provi anche tu”.
Sulla porta gli stringe la mano.
Il Dolore la guarda con rispetto: l’aria superba è sparita.
Arrivederci cara, anche per me è stato un piacere…tornerò a trovarti,  ma so già che con te dovrò impegnarmi di più. Spero solo che la prossima volta sia per me meno…dolorosa!”

*****

La violenza contro le donne è manifestata in tanti modi. Anche le piccole  violenze nascoste nelle pieghe del quotidiano provocano dolore. E’ un dolore non urlato, un dolore sordo, ma lo stesso può uccidere …

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