Abusi Diritti&Rovesci
La pedofilia è meno grave dell’aborto. Donne, svegliamoci
di Alessandra Maiorino[13 mar 2010]
È nota come sindrome di Stoccolma e si tratta di un condizionamento psicologico per cui la vittima di un sopruso o di una violenza si identifica con le ragioni del proprio aguzzino, giustificandole e arrivando a provare dei sentimenti di affetto per lo stesso. Non c’è altra spiegazione per il fenomeno sociologico che vede spesso le donne in prima fila tra i banchi delle parrocchie. Esse hanno dimenticato di essere state arse vive, chiamate ianua diaboli (ossia «porta del demonio» dal mai ripudiato Tertulliano, padre della chiesa del III secolo), fatte oggetto di speculazioni teologiche ai massimi livelli per appurare se anch’esse avessero l’anima – col risultato che, fino a tempi recentissimi, si è sostenuto che nel feto femminile l’anima si insediasse diverse settimane dopo rispetto al feto maschile! – e considerate da sempre l’origine di tutte le sciagure dell’umanità sin dalla progenitrice Eva.
Certamente, queste sono cose ormai passate e le donne contemporanee possono ben averle dimenticate o deciso di ignorarle. In fondo, la Chiesa cattolica oggi sostiene la centralità della donna, almeno nella famiglia. E ribadisce la dignità della stessa, almeno in senso lato. Già, perché nello specifico non si sa bene questa dignità in cosa consista e come si manifesti. A tutte le signore cattoliche inginocchiate ai primi banchi nelle chiese sfugge, forse, di non aver mai visto un sacerdote donna celebrare la funzione. Non esiste carriera ecclesiastica per le donne: esse sono le «ancelle» di Cristo, e per nessun motivo possono essere le sue rappresentanti. Non solo, ma questa istituzione, che molte si ostinano ciecamente a venerare, è la stessa istituzione che è stata pronta a scomunicare una bimba di nove anni, stuprata, che è stata fatta abortire. È la stessa istituzione, inoltre, che è riuscita a far emanare al Parlamento italiano una legge, la legge 40 sulla fecondazione assistita, che non ha alcun riguardo per la salute fisica e psicologica della donna, ed è sempre la stessa istituzione che adduce cause pretestuose per opporsi all’uso del farmaco abortivo RU486 e dell’anticoncezionale di emergenza noto come «pillola del giorno dopo».
Oggi, questa medesima istituzione, nel pieno della fetida ondata di casi di pedofilia che ha travolto il suo clero in mezza Europa – i cui echi, da noi, arrivano solo attutiti e addolciti attraverso le spesse mura vaticane – ha finalmente acclarato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’aborto è un peccato più grave del reato di pedofilia compiuto da un sacerdote. La rivelazione è stata placidamente fatta da monsignor Girotti, reggente della Penitenzieria Vaticana, in un’intervista rilasciata al Messaggero. Riguardo al reato di pedofilia il prelato ha espressamente detto: «Un penitente che si è macchiato di un delitto simile, se è pentito sinceramente, lo si assolve. È chiaro che dinnanzi a casi di persone consacrate soggette a disordini morali costanti e gravi – e sottolineo, costanti e gravi – il confessore, dopo aver senza successo messo in atto tutti i tentativi per ottenere l’assoluzione, consiglierà di abbandonare la vita ecclesiastica». Non pago di aver esplicitato una volta per tutte come sia facile nascondere i «disordini morali» all’interno della Chiesa cattolica (due Ave Maria e un Gloria al Padre per ogni fanciullo molestato?), alla domanda della cronista se il confessore possa denunciare il sacerdote reo confesso, Girotti candidamente replica: «Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale. Una cosa gravissima. Se lo facesse il confessore incorrerebbe nella scomunica ipso facto, immediata». Al contrario, per assolvere una donna che ha abortito, il confessore necessita di una dispensa del vescovo, in quanto non può assolverla autonomamente. Come mai? «L’aborto – spiega il monsignore – viene considerato un peccato riservato, diciamo speciale. Nel caso specifico è chiaro che la Chiesa vuole tutelare al massimo la vita della persona più debole, più fragile, e cosa c’è di più inerme di una vita che è in divenire e non è ancora nata?»
Le parole del reggente della Penitenzieria Vaticana sono così sconvolgenti che non si sa da dove cominciare per commentarle. Innanzitutto, qualcuno dovrebbe far notare al monsignore che anche la vita di un bambino o di un minore che subisce un abuso – oltretutto da parte di una persona di cui la società e i genitori hanno detto di fidarsi – è una vita in divenire, e questo divenire viene pesantemente messo in discussione da tale abuso. In secondo luogo, si deve sottolineare per l’ennesima volta che al sacerdote stupratore o molestatore recidivo viene solo consigliato di abbandonare la vita ecclesiastica. Se non lo fa, però, sono affaracci dei bambini molestati e dei loro genitori, che si troveranno con dei figli che dovranno combattere, probabilmente per sempre, contro un trauma che ha intaccato nel profondo la loro vita affettiva e sessuale.
Infine, è necessario che le autorità dello Stato registrino questo dato di fatto noto da tempo e qui affermato nero su bianco: le gerarchie cattoliche non hanno alcuna intenzione di collaborare con la giustizia e mettono i loro dogmi e le loro superstizioni al di sopra delle leggi dello Stato in cui vivono e che li sostenta generosamente. Se denunciano un compagno di convitto stupratore vengono scomunicati, e questa per loro è la più grave sanzione immaginabile. Pensateci, signore cattoliche, quando mandate i vostri figli al catechismo. Magari il parroco si è divertito a fare degli strani giochini con lui, ma si è confessato, e domani lo aspetta di nuovo a braccia aperte. L’altro sacerdote, invece, quello buono, sa tutto ma non dice nulla, né a voi né ai magistrati, perché altrimenti romperebbe il sacro sigillo della confessione. Domani vostro figlio tornerà in lacrime dall’oratorio e il prete dirà che è un bambino difficile.
Signore cattoliche, forse non vi importa di essere spedite all’inferno se abortite il frutto del seme del vostro stupratore, perché tanto a voi non capiterà mai. Ma siete sicure di non provare nemmeno un po’ di fastidio all’idea che lo stupratore di vostro figlio non solo non sarà denunciato da chi avrebbe la possibilità di farlo, ma sarà assolto, se si pente in confessionale, e se ne andrà beato in paradiso?
Se, vittime di questa particolare specie di sindrome di Stoccolma, essere state ed essere tuttora palesemente discriminate dalla dottrina cattolica non è mai stato per le donne un buon motivo per disaffezionarsi dalla Chiesa, ora che il pericolo investe i loro figli, forse un campanello d’allarme suonerà. È noto infatti che l’istinto materno è in grado di rendere la più mite e succube donnetta una belva inferocita. Svegliamoci, signore!
Alessandra Maiorino








































Davvero un pezzo sublime, anche se sono dell’idea che il problema di queste signore non sia la sindrome di Stoccolma. Diciamo che l’ignoranza in cui la Chiesa e la società hanno cercato (e cercano, con mezzi diversi) di mantenere la massa, permette ancora a molte persone di recarsi in parrocchia, o di difendere il proprio parroco accusato di abusi sessuali, perché in realtà “è un Santo”. La cecità di certe persone, comunque, mi fa credere che finché non si subiscono gli abusi sulla propria pelle, diventa quasi impossibile mettersi nei panni degli altri.
Bel pezzo, davvero. L’ho letto tramite Facebook e l’ho pubblicizzato un po’. A Latina c’è stato un caso di pedofilia all’interno della chiesa, un paio di anni fa. Naturalmente tutto è stato subito seppellito e smentito pubblicamente.
Vorrei complimentarmi per l’accuratezza dell’articolo, anche per il dolore e la frustrazione che passa attraverso le righe.
E’ tanto deludente vedere che anche nella casa di Dio siamo sempre cittadine di seconda classe, per non dire di terza, ma probabilmente finiremo tutte all’Inferno anche solo per averlo pensato.
Questo scandalo tutto cattolico sembra, questa volta, davvero inarrestabile.
Dai primi sussulti in America, qualche anno fa, all’Irlanda più di recente, pareva quasi si potesse arginare. Ora è esploso come un vulcano e c’è davvero da augurarsi che gli italiani (e le italiane!) non gridino alla lesa maestà, invece che alla lesa infanzia.
Certo, come sottolinea Daniela, l’ignoranza è la causa di quasi tutti i soprusi che si subiscono, ma un
gran ruolo lo gioca anche l’umana tendenza a tramandarsi di padre in figlio (e di madre in figlia) credenze e convincimenti che per pigrizia mentale non vengono mai sottoposti a critica o indagine. Parlare tra persone consapevoli e deste è molto gratificante, ma ancor più lo sarebbe riuscire a far breccia nel torpore che permette che certe situazioni si verifichino ancora e ancora. Per questo è importante che le informazioni circolino in maniera capillare, e per questo ringraziamo sentitamente le lettrici e i lettori che, anziché rimanere fruitori passivi, diventano parta attiva di un circolo virtuoso, e si fanno carico di diffondere le notizie che ritengono importanti.
A. Maiorino
L’articolo accanto ad alcune cose esatte nonchè scandalose (per paradosso l’omicidio si può assolvere, l’aborto no), presenta una notevole inesatezza quando insiste sul segreto confessionale. Tale segreto riguarda il confessore e non tutti i cristiani che possano avere notizia di molestie sessuali o di violenze. La confessione è un atto volontario che non può essere confusa con la delazione. Questo non esclude che qualsiasi cristiano che abbia notizia di certi atti, non in confessione, debba denunciarli all’autorità. Se poi la Chiesa aprirà realmente un nuovo corso nel suo atteggiamento di copertuta dei sacerdoti colpevoli è tutto da dimostrare e da vedere. Saluti in Cristo.
@bruna
L’articolo, ben lungi dal dire che ogni cristiano è tenuto al segreto, dà una fotografia esatta della realtà. Ce lo confermano i fatti di questi utlimi giorni.
Se il prete pedofilo si confessa, il confessore è tenuto al segreto pena la scomunica, ergo il prete nulla ha da temere dalla giustizia italiana. Se invece la denuncia viene dall’esterno, ad esempio dai familiari di una vittima, l’ecclesiastico che la riceve ha il dovere di riportarla ai superiori, che prenderanno le misure del caso (se le prendono) sempre all’interno del segreto ecclesiale. Intendiamoci, non sono obbligati a non denunciare il ‘collega’, ma nella maggiorparte dei casi (tutti?) non lo fanno.
Parte così un processo ‘interno’, che si risolve generalmente con una punizione in preghiere e uno spostamento in altra diocesi. Il prete pedofilo continua a rimanere impunito per la giustizia italiana, e magari potrà rivolgere le sue perverse attenzioni verso altri bambini.
Insomma, se i familiari della vittima o la vittima stessa non denunciano alle autorità italiane l’abuso, questo rimane generalmente impunito.
Purtroppo, quindi , nessuna inesattezza.
@Bruna
Come ha giá chiarito Cecilia, l´articolo si riferisce all´atteggiamento dei religiosi, non certo a quello dei semplici credenti. In ogni caso, poiché ci invii i tuoi saluti nel nome di Cristo, deduco che tu sia credente, ed é confortante sapere che fra gli stessi credenti vi sia chi ritiene un paradosso che, come tu sottolinei,
l´omicidio si possa assolvere mentre l´aborto richiede una procedura speciale. Forse le gerarchie cattoliche dovrebbero tenere in maggior considerazione l´opinione dei fedeli.
Saluti laici