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Diritti&Rovesci   

Il futuro dei nostri laureati

di Stefano Faraoni
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[19 mar 2010]
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disoccupatoEsistono, pare, due visioni della condizione sociale ed economica della nostra Italia. L’una, più pensante, protesa ad una serie di argomentazioni di prospettiva che riguardino il futuro delle nostre famiglie e soprattutto dei nostri figli, un’idea ex veltroniana (ma ora anche finiana col suo “Fare futuro” ) che impone di ragionare oltre il dito, con una pianificazione ed una serie di obiettivi che, per forza di cose, richiedono un minimo di tempo e anche una buona dose di coraggio. L’altra, cosiddetta del fare (declassata da molti al malaffare) che fa del pragmatismo al presente, e forse della stessa difesa del presente, una tattica, un modo di agire: a nostro avviso, su piani leggermente differenti, questa tattica viene incarnata da un punto di vista politico più generale da Silvio Berlusconi; sotto quello più strettamente economico da Giulio Tremonti. Berlusconi sono 16 anni che parla di riforma fiscale, di tasse abbassate, di riforma delle pensioni, di riforma della giustizia, ma tutto resta là, in attesa che si esaurisca l’iter privilegiatissimo delle leggi ad personam che ha caratterizzato buona parte della legislatura. Legislatura, lo ricordiamo, nella quale lo stesso Presidente del Consiglio può vantare, a differenza del precedente governo Prodi, di una maggioranza pressoché bulgara. Gli fa eco sostanzialmente, anche se sotto il profilo più strettamente economico, la politica attendista di un Giulio Tremonti impegnato, forse, semplicemente ad attendere che all’ansa del fiume affiori quella “capoccia”, anzi, probabilmente quel “capo” dal quale sembra ormai nemmeno più prendere ordini. Tremonti, molto rigore e niente sviluppo, molta attesa e niente prospettiva.

In questo quadro inerte di aspettative disattese e di attese di teste che cadano, emergono, per tornare al discorso iniziale dei figli, alcuni dati che interessano e inquietano.

I dati del  dodicesimo rapporto sulla condizione occupazionale di AlmaLaurea, la banca dati alla quale aderiscono 60 atenei, ci dicono che su 210 mila ragazzi che hanno tagliato il traguardo nel 2008, il risultato è un notevole aumento del tasso di disoccupazione rispetto al 2007. Per le lauree di primo livello, il tasso  è passato dal 16,5 al 21,9 per cento,per le specialistiche (tre anni più due) sale dal 13,9 al 20,8, per le specialistiche a ciclo unico, (medici, architetti, veterinari) dall’8,9 al 15%. A un anno dal conseguimento della laurea, il tasso di occupazione tra i laureati di primo livello è pari al 62%, per quelli di secondo livello, al 45,5%.

Inoltre, dato complessivamente ancor più preoccupante, in Europa l’Italia risulta agli ultimi posti per quanto riguarda la spesa per ricerca e sviluppo in rapporto al Pil: 1,2 per cento, contro l’ 1,3 della Spagna e dell’Irlanda, il 2,5 della Germania e 3,6 della Svezia.  Per quel che riguarda l’istruzione universitaria, investiamo lo 0,80 del Pil contro lo 0,95 della Spagna, l’1,11 della Germania, l’1,84 della Svezia e il 2,27 della Danimarca.

Ciò non fa che confermare lo stato tragico del sistema “istruzione” in Italia (con particolare riferimento agli investimenti nello sviluppo e nella ricerca scientifica); i dati, qualora ve ne fosse ancora bisogno, smentiscono ulteriormente non solo il “fare presente” di cui parlavamo prima, ma anche e soprattutto la prospettiva futura, il futuro degli studenti, dei ragazzi, le loro prospettive. La ministra Gelmini, impegnata a far togliere i crocifissi nelle scuole, se davvero avesse contezza della gravità del problema, si chiederebbe perché non è stata in grado di far sborsare qualche quattrino in più al proprio collega Tremonti; e, parimenti, se solo avesse un minimo di senso dell’autocritica, si dovrebbe chiedere se hanno senso le enfatiche conferenze stampa convocate (per motivi elettorali ovviamente) insieme al premier, per vantare presunti successi, che poi si scontrano  in maniera così evidente con le cifre sopra riportate.

Tutta colpa della sinistra staliniana, come al solito? Dei giudici complottisti? Di Santoro e di Floris?

Argomentazioni veramente difficili da sostenere. Con la larga maggioranza parlamentare di cui gode, il Premier potrebbe far passare, oltre ai suoi propri personali, anche provvedimenti a favore del Paese.  Magari a favore dei giovani affinché non vadano a lavorare all’estero; magari a favore della ricerca scientifica. Dopo sedici anni di presenza  continua di Berlusconi sulla scena politica italiana, una buona parte dei quali al governo, qualcosa di veramente profondo è successo nel rapporto fra cittadini e politica, nel sistema azione politica-consenso: sono cambiati i meccanismi di trasmissione che generano il consenso e il dissenso: all’azione precede e sovente si sostituisce in tutto la declamazione (L’Aquila, Mondezza in Campania, G8 ecc); all’annuncio non realizzato (tasse, giustizia, famiglia, riforme ecc) fa immediatamente seguito la demonizzazione dell’irresponsabilità dell’avversario (peraltro, come detto, in Parlamento decisamente minoritario). Non ricordiamo, neanche nei peggiori governi del dopoguerra a guida più conservatrice o addirittura reazionaria, una tale impudenza nel voler stravolgere del tutto, in senso completamente antidemocratico, i meccanismi di generazione del consenso e più in generale della politica, propriamente detta  e costituzionalmente pensata e applicata.

La mancanza di una qualsiasi prospettiva per il futuro è il prodotto più immediato di tutto ciò. A causa della distorsione del sistema dell’informazione, si vive in un clima di incertezza tale che non si riesce a capire più dove finisce la realtà e dove comincia la manipolazione. Siamo costretti ad aggrapparci ad alcuni dati  che vengono forniti dai giornali (letti sempre meno) e sistematicamente obliati dalle televisioni (guardate sempre di più) . Rimane la rete, ma è ancora troppo poco. E rimane una speranza per i nostri giovani che dovrebbero essere considerati di più ed avere di più in patria, anziché andare all’estero. Ma se non si trova il modo di reagire, la speranza diviene sempre più sottile.

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