Attualità

Decreto ’salva liste’, Stato di diritto addio

di Cecilia M. Calamani [7 mar 2010]

giorgio_napolitanoGiorgio Napolitano risponde, sul sito del Quirinale, alle numerose missive dei cittadini sul decreto ‘salva liste’ che egli stesso ha firmato la notte tra venerdì e sabato.

Il presidente parte dalla considerazione che è inaccettabile, in una democrazia, andare al voto senza la lista del maggior partito di Governo. E quindi sceglie il ‘male minore’, come l’ha definito Gianfranco Fini, ossia modificare, con un decreto legge retroattivo, le disposizioni elettorali di esclusiva competenza delle Regioni: “Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella naturaâ€.

Certo, andare al voto senza la possibilità di votare, in una o più regioni,  una parte rappresentativa della politica italiana sarebbe stato fuoriviante per il risultato elettorale, ma il ‘male minore’ scelto dal presidente Napolitano apre un baratro nello Stato di diritto. Per salvare la rappresentatività della consultazione elettorale, sancisce (ancora una volta!) che la Legge non è uguale per tutti.

La valutazione del ‘merito’ delle liste escluse, non è di pertinenza della Legge. Che sia stata esclusa, per evidenti e incontestabili irregolarità, una lista minoritaria o maggioritaria, di Governo o no,  non deve fare la differenza. La sostanza non può e non deve essere confusa con la forma.

Come sintetizza Eugenio Scalfari nell’editoriale di oggi su Repubblica, “Stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l’illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell’esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell’assolutismoâ€.

Napolitano ha firmato un vero e proprio condono, creando un gravissimo precedente nel diritto pubblico italiano. Le irregolarità amministrative di chi governa si possono da oggi superare attraverso un decreto legge varato dallo stesso soggetto che le ha commesse. Il potere, dunque, può fare e disfare le regole a suo uso e consumo.

Un vizio di sostanza e non di forma, questa volta. Un percorso circolare che vede la testa coincidere con la coda: il mandante del decreto, il Governo, è anche il beneficiario senza che nessuno, il Parlamento nel caso, abbia diritto di parola.

Che l’andazzo sia questo ce lo hanno già dimostrato gli infiniti decreti legge di cui questo Governo continua a servirsi per evitare la mediazione parlamentare. Ma che ora, platealmente, il Governo assolva se stesso modificando retroattivamente le regole che lui stesso ha infranto – scavalcando addirittura la sovranità regionale in materia elettorale – è davvero troppo.

Il decreto ’salva liste’ è un vero e proprio attacco al cuore dello Stato di diritto, con il beneplacito del garante della democrazia, il presidente della Repubblica.

Cecilia M. Calamani

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3 commenti
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  1. Ho trovato convincenti le argomentazioni esposte da Napolitano.
    Del resto, in realtà, gli ordinamenti giuridici con alle spalle una tradizione millenaria come il nostro di solito rigettano un vuoto formalismo privo di ragioni sostanziali.
    Si tende a far emergere lo scopo delle regole.
    Chi afferma il contrario di solito non ha una seria formazione giuridica. O lascia prevalere motivazioni extragiuridiche.
    Le norme sulla presentazione delle liste tendono ad evitare soprattutto che il processo elettorale sia appesantito e fuorviato da liste non apprezzabilmente rappresentative.
    La ratio delle norme resta certamente salva.
    Le norme cosiddette interpretative sono nel nostro ordinamento non infrequenti, mentre la non retroattività è limite insuperabile solo in alcune precise materie.
    Ma decisivo mi pare l’ argomento del “male minore. Resta comunque prevalente l’ esigenza di non svuotare le elezioni di significato democratico.
    Alla fine giudicano gli elettori. Il loro giudizio colpirà i comportamenti ritenuti più gravi.
    Saluti.

  2. @Carlo
    Sarà la Consulta a decidere se le argomentazioni di Napolitano sono convincenti, come tu affermi.
    Ci tengo però a sottolineare che il ‘vuoto formalismo’ è un concetto relativo. Con la scusa del vuoto formalismo si possono stravolgere le leggi, addirittura in modo retroattivo, ad uso e consumo della maggioranza governativa che decide che una regola, piuttosto che un’altra, sia solo ‘forma’.
    Personalmente, comunque, fissare il termine massimo di presentazione delle liste non è ‘vuoto formalismo’, ma semplicemente ‘regola’. E le regole, vuote o piene, ci devono essere, che alla maggioranza faccia comodo o no. Come ho già scritto, la valutazione del merito non deve intervenire nel diritto pubblico perchè è, anch’essa, relativa.
    Quanto al giudizio degli elettori, si profila un tasso di astensionismo tale che evincere dal risultato le preferenze degli italiani sarà quanto meno azzardato. Temo che verrà fuori un allarmante rifiuto di votare che, al di là di chi vincerà, darà la misura della percezione della politica (o meglio dei politici) in Italia.

  3. Certo la Corte costituzionale potrà intervenire.
    Ma sulla non retroattività va detto che si tratta di un limite non sempre invalicabile. Per esempio è stabilita dalla Costituzione in materia penale a favore del reo. Ma non si tratta di un principio generale.
    Mi pare davvero che la soluzione migliore, appunto la più conforme al principio democratico, sia quella di lasciar decidere gli elettori, che certo puniranno i comportamenti peggiori.
    Saluti.

    Carlo