Miti Sacro&Profano
La morte? Non ci riguarda
di Maurizio Fiumara[15 feb 2010]
Il nostro cervello è la sede della memoria, delle abitudini, il luogo delle formattazioni neuronali della prima infanzia, dell’educazione, contiene gli habitus, i ricordi, i dati in grado di permettere il riconoscimento dei volti, dei luoghi, immagazzina tutto ciò che evita di imparare di nuovo, ogni volta, per la più piccola, la più banale, la più elementare delle operazioni. In esso si piegano le tracce del tempo individuale e quelle della collettività. Lì, si avvolge la lingua, e anche la cultura. La totalità del nostro corpo vi si trova rinchiusa, gestita, vissuta, contenuta. Il luogo dell’identità, la topica fondamentale dell’essere è dunque lui. Quando muore lui moriamo anche noi.
Ippocrate scriveva che “l’uomo deve sapere che da null’altro che dal cervello provengono gioie, piaceri, risate e divertimenti, e dolori, tristezze, sconforto e lamenti”.
Per secoli la religione ha cercato di offrire soluzioni al problema della morte. Questo da quando la mitologia non riscuote più credito, neanche tra quelli che vogliono ancora credere a quelle storie puerili, quali soluzioni ontologiche per questo terrore cardinale, a cui dobbiamo la nascita degli dei e la creazione del cielo, quasi come tentativo di scongiuro.
Oggi l’humus nel quale lo stesso problema è immerso, è cambiato radicalmente, favorendo timidamente la ricomparsa di antiche saggezze, stoiche ed epicuree. Qualche filosofo afferma che “come a un’era precristiana è seguita un’era cristiana, inevitabilmente stia per seguire un’era postcristiana” e qualche altro che “ancora qualche millennio soltanto, e le religioni di oggi saranno le superstizioni di domani”.
Sicuramente sta prendendo piede la consapevolezza che non ci sia tutta questa esigenza di vivere e che, fino a quando nessuno lo recrimina con prove alla mano, il nostro corpo ci appartiene (e meno male, perché, al contrario, gli scenari sarebbero apocalittici, con autoflagellazioni in nome dell’anticristo) potendone disporre secondo la propria volontà.
Un’esistenza non vale certo per la quantità di vita vissuta, ma per la qualità che il suo possessore ritiene accettabile. Si deve poter vivere quel che si vuole, non quel che si deve; una (buona) morte scelta è meglio di una (cattiva) vita subita. Il libero arbitrio non è “libero” se non è totale.
Nelle sue contraddizioni, invece, la tradizione ebraico-cristiana difende le cure palliative, riproponendo ogni volta il vecchio arsenale religioso: la sofferenza salvatrice, il dolore redentore, la morte come passaggio che richiede perdono, riconciliazione con il proprio entourage, sola condizione di serenità e pace con se stesso che facilita il confort post mortem; l’agonia come cammino di croce esistenziale (vedi il suicidio di Seneca o la Passione di Cristo).
Ma esiste una visione alternativa che ventitrè secoli dopo conserva tutta la sua efficacia e che sta rumoreggiando, permettendo di fare scelte più libere: quella di Epicuro.
Il filosofo dice che la morte non è da temere, perché quando c’è, non ci siamo più, e quando siamo là, essa non c’è. Di fatto, essa non ci riguarda. Forse ci deve riguardare soltanto come Idea.
Epitteto, dal canto suo, distingue tra ciò che dipende da noi (e su chi si deve agire) e ciò che non dipende da noi (e chi si deve imparare ad amare).
Da questa idea preziosa ne deriva che noi non abbiamo potere sul fatto di dover morire, dunque bisogna adattarsi (Marco Aurelio suggeriva di accettare ‘volontariamente’ l’inevitabile).
Ciò che possiamo fare, invece, è agire sulla realtà della morte che, in virtù del ragionamento epicureo, resta anzitutto, e prima di tutto, un’idea, una rappresentazione: essa non è ancora arrivata, non diamogli più di quanto le è dovuto quando sarà giunta la sua ora; in fondo è più tremendo il pensiero di una condanna a canti di lode per l’eternità che non esserci più, semplicemente.
Si viva la vita, attivando la totalità delle forze che la contraddistinguono. La si viva pienamente, totalmente, voluttuosamente. Un po’ più di materialismo porta alla serenità. La morte implica l’abolizione della strutturazione di ciò che permette di godere o di soffrire.
Nulla da temere, dunque, dalla morte. I suoi effetti li produce prima, terrorizzandoci all’idea che ci aspetta. Ma non anticipiamo al presente la negatività. Quando verrà il momento sarà sufficiente.
L’essenziale consiste nel non morire già in vita, per non aver mai imparato davvero a vivere.








































È il comportamento di tutti gli animali, vivono senza pensare la morte. Senza perdere tempo a prepararsi per la morte, vivono intensamente perché a loro nessuno è venuto a dire che c’è qualcosa dopo la morte, non essendoci nulla che la morte.
1 credo che nel testo di Maurizio ci sia un refuso: non so gli ebrei, ma i cattolici osteggiano le cure palliative, mentre lui scrive:
“Nelle sue contraddizioni, invece, la tradizione ebraico-cristiana difende le cure palliative, riproponendo ogni volta il vecchio arsenale religioso: la sofferenza salvatrice,…”
2 riguardo ll’osservazione di Fabio, anni fa Mainardi ha scritto un saggio molto interessante: “L’ANIMALE IRRAZIONALE”.
la tesi di M. e’ che l’uomo sia l’unico animale che, per eccesso di razionalita’, si rende conto di DOVER COMUNQUE MORIRE.
Gli altri animali invece, temono la loro morte soltanto quando si sentono in pericolo imminente: se non sono in pericolo non ritengono di dover morire e quindi non hanno alcuna paura di una morte astratta dagli eventi del prossimo futuro. Secondo M., per superare l’angoscia dovuta a questa conoscenza, l’uomo avrebbe sviluppato uno switch che interrompe la sua razionalita’ quando questa porta a conclusioni angoscianti, e analizza come, nell’uomo, avrebbe potuto evolversi questo fattore irrazionale.
Le religioni, sempre secono M., avrebbero utilizzato questo punto debole dell’intelligenza umana per imporsi storicamente.
3 Dal punto di vista dell’evoluzione culturale, la tesi di M. e’ una evoluzione moderna della tesi di Epicuro: lui pensava che le religioni utilizzassero DIRETTAMENTE la paura della morte offrendo l’al di la’ (il paradiso cristiano ancora non c’era) e quindi smonta l’argomento religioso con l’affermazione razionale: “tanto, quando saro’ morto, io non ci saro’, quindi non potro’ soffrirne “, mentre M. ipotizza che anche le religioni si siano evolute, con le loro credenze e i loro riti, per far scattare questo interruttore e imporsi attraverso questo varco della razionalita’ umana verso l’ uomo credente-credulone e irrazionale.
4 Recentemente, Girotto, Pievani e Vallortigara, con il loro libro “NATI PER CREDERE” hanno divulgato una loro teoria alternativa, secondo cui nell’evoluzione umana si sarebbero sviluppate delle euristiche cognitive che avrebbero favorito l’idea di un dio creatore. Sarebbero le stesse euristiche che nell’uomo avrebbero favorito la percezione, fra fatti e oggetti naturali, di quelli “artefatti”, che cioe’ implicano l’esistenza di un soggetto creatore, quindi di un potenziale nemico. Se in un bosco trovo un grosso ramo spezzato, lo noto subito e sospetto il passaggio di un grosso animale, se noto un ammmasso “innaturale” mi immagino qualcuno che li’ si sia costruito un riparo notturno, se noto rami bruciati mi immagino un focolare e mi immagino un fuochista…Verrebbe da qui la tendenza umana a vedere un progetto intelligente dietro ad ogni fatto notevole, anche se naturale.
5 Forse, su cronache laiche, sarebbe interessante aprire un forum sull’evoluzione delle religioni e della credulita’ umana in cui valutare teorie come queste e, magari, proporne.
Geri Steve
L’ articolo di Maurizio Fiumara è filosoficamente coerente: parte da un presupposto sbagliato e lo porta avanti con coerenza fino in fondo, né più né meno di come hanno fatto i filosofi che cita. Il Mainardi, citato da Geri Steve, mi ha sempre dato l’ impressione di un etologo che non si sia mai staccato dalla scrivania universitaria per farsi un giro nel bosco: ebbi un simpatico scambio di idee con lui sul Sole 24 Ore per una sua proposta di reintrodurre i lupi in Piemonte, come alternativa all’ abbattimento selettivo regionale dei caprioli. La citazione di Geri Steve mi fa pensare che non solo il Danilo non abbia mai fatto una passeggiata in un vero bosco, ma che non gli sia mai morto in casa nemmeno un cane o un gatto. O che gli sia successo mentre era all’ Università: chi osserva i propri animali domestici, o i contadini che allevano animali (ho lavorato per sette anni in una azienda agricola) sa che gli animali sentono benissimo quando si avvicina la morte o quando stiamo per ucciderli e mangiarli. E diventano immancabilmente tristi.
Quanto all’ idea che Dio nasca dalla paura di morire, beh, se Dio esiste, e non un Dio qualsiasi, ma quello rompiscatole ed interventista della Bibbia, la paura della morte ce l’ ha messa Lui Stesso perché quando ci ha lasciato liberi di conoscere il bene e il male ci ha anche avvisato che avremmo dovuto affrontare il dolore e la morte.
Interessante e in gran parte condivisibile, tranne un particolare, sul quale oggi la maggioranza dei neuroscienziati concorda: il libero arbitrio non esiste, figuriamoci quello totale. Ognuno crede ciò che la necessità di mantenere un equilibrio interiore lo induce a credere, necessità che dipende dalla sua storia genetica e dalla sua esperienza umana. Chi vuole qualche spiegazione (opinabilissima,s’intende) in più può guardare i “dialoghi sul libero arbitrio” su http://www.nandokan.it.
In riferimento al punto 1 del 2° commento:
(dal Catechismo della Chiesa cattolica)
2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.