Mondo
Inghilterra: in carcere il giornalista della BBC che ha ucciso ‘per amore’
di Alessandra Maiorino[18 feb 2010]
È il 1985 quando il mondo viene percorso da un brivido. La star hollywoodiana Rock Hudson, una leggenda del cinema americano, si spegne, ucciso da un nuovo terribile male: l’AIDS.
Fino ad allora il virus era stato pressoché sconosciuto e quanti lo conoscevano lo consideravano come qualcosa che riguardava solo i reietti della società, ossia i tossicodipendenti e i gay.
Il «caso Hudson» aprì una crepa nelle coscienze: il rischio di contagio riguardava tutti, anche i ricchi e famosi. Di lì a poco, infatti, altre persone celebri furono colpite dalla «peste del XXI secolo». Nel 1991, Magic Jonson, cestista dei Lakers di fama mondiale, dichiarò pubblicamente di essere sieropositivo, e nel novembre dello stesso anno si spense, stroncato dall’HIV, Freddie Mercury, leader della rock band The Queen.
Panico, incredulità, menefreghismo e disprezzo furono le reazioni più diffuse tra la società civile, mentre la medicina rimaneva balbuziente, non disponendo ancora di alcuno strumento per affrontare il nuovo virus.
Ci è voluto del tempo prima che la consapevolezza del nuovo male, che qualcuno non esitò a descrivere come una punizione divina per i peccatori, penetrasse davvero all’interno della società e cambiasse lo stile di vita di tutti noi, con buona pace di chi, tuttora, continua a lanciare crociate contro l’uso dei profilattici.
Questo è il contesto in cui si consuma la tragedia che ha portato la polizia del Nottinghamshire ad aprire un fascicolo a carico di Ray Gosling, noto giornalista della BBC e attivista per i diritti degli omosessuali in Inghilterra, accusandolo di omicidio.
In una rivelazione shock, rilasciata il 15 febbraio scorso durante il programma televisivo Inside Out, l’uomo, oggi settantenne, ha infatti confessato che, in un momento non meglio precisato, ma che lui dice essere quello dell’inizio della diffusione del virus, ha soffocato un suo ex compagno malato di HIV. «Una volta uccisi qualcuno» ha affermato in tv «era un ragazzo, era stato il mio compagno. Era malato di AIDS e stava soffrendo terribilmente. Io ero lì, e lo vedevo. È una cosa che ti spezza il cuore vedere qualcuno che ami soffrire così».
La notizia è stata ripresa dai maggiori quotidiani britannici che, il 17 febbraio, hanno reso nota l’incriminazione di Ray Gosling e il suo pubblico rifiuto a collaborare con la polizia.
«Non dirò nulla agli agenti, non dirò dove, quando, nulla. Perché mai dovrei farlo? C’è una legge che è scritta nei codici giuridici, ed una che è scritta nei nostri cuori. Leggi diverse hanno un peso diverso in diverse circostanze. Io e lui avevamo fatto un patto».
Il racconto che Gosling fa di quel caldo pomeriggio di più di venti anni è scarno e agghiacciante: «Il medico aveva detto che non c’era nulla da fare; lui stava soffrendo enormemente. Ho chiesto al dottore di lasciarmi un momento da solo. Ho preso il cuscino, e gliel’ho premuto sul viso finché non ha cessato di vivere. Quando il dottore è rientrato, gli ho detto che se ne era andato. Non aggiunse una parola di più».
Il terribile episodio riportato alla luce da Gosling non fa che alimentare una discussione che nel Regno Unito va avanti ormai da lungo tempo. In Inghilterra agevolare la morte di qualcuno è considerato reato dal 1961, quando venne emanato il Suicide Act, ed è punibile con una pena fino a 14 anni di reclusione. Da allora, tuttavia, questa legge ha scricchiolato più volte ed ha dimostrato di non essere più adeguata. Uno studio prodotto dall’Ufficio della Pubblica Accusa britannico ha stilato, sulla base della giurisprudenza vigente, 16 fattori contro e 14 fattori a favore del cosiddetto mercy killing.
Sarah Wootton, responsabile dell’associazione Dignity in Dying, ha detto: «La legge non è al passo con ciò di cui la società ha bisogno e chiede. Questo caso dimostra che c’è bisogno di una legislazione specifica per il suicidio assistito che aiuti coloro che vogliono avere la possibilità di scegliere, e che protegga quanti, invece, potrebbero essere in pericolo di coercizione».
In effetti, il caso di Gosling è piuttosto anomalo per diversi motivi. Innanzitutto, l’episodio risalirebbe a più di venti anni fa, i contorni sono assolutamente imprecisi e la polizia non ha alcuna prova a carico del giornalista britannico, eccetto le sue stesse, vaghe parole. Gosling, però, ha affermato anche un’altra cosa importante. Ha detto. «Certo che il dottore sapeva. Quando mi ha detto che usciva un momento per andare a fumare una sigaretta o fare non so cos’altro, mi ha chiesto se mi avrebbe trovato ancora lì al suo ritorno; quello fu un chiaro invito. Perché pensate che lasciano sempre della morfina in più per le persone che soffrono dolori terribili? È lì, nel cassetto, in caso di bisogno. I dottori fanno queste cose ogni giorno, altre volte tocca alle persone comuni farlo». Ed ha aggiunto: «Se succede ad una persona che ami, a un tuo amico, a tuo marito o tua moglie, spero non capiti mai, ma invece succede, ebbene, tu devi essere coraggioso, e dire chi se ne frega della legge».







































