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Attualità   

Il lavoro, il fuoco e la disperazione

di Eleonora Gitto
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[2 feb 2010]
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vadelfio-fuocoFuoco, lo guardi e ne resti rapito. E’ forza, è luce, è calore, è trasformazione, è passione. E’ la calma agognata davanti a un camino nelle gelide sere invernali. Come il mare che ammalia con i suoi colori, il suo immenso, il suo mistero e, nel contempo, annichilisce con le sue onde maestose e la sua furia; anche il fuoco affascina quando avvolge con dolce tepore, quando rischiara, quando è salvifico e purificatore, e nello stesso momento terrorizza perchè è distruttore implacabile, infligge atroci dolori e provoca morte.

Morte accidentale, morte causata e morte cercata con disperazione per placare quel sordo dolore nel petto, per sentire il silenzio, per trovare la pace.

29 gennaio 2010. Bergamo. Sergio Marra, 36 anni, disoccupato da due mesi, si dà fuoco. Si ferma presso un cavalcavia, scende dalla macchina, e decide di farla finita con quel chiasso assordante nella sua mente. E pensa al fuoco. Perché? Perché è salvifico e purificatore? Perché spera che la luce abbagliante di un gesto così estremo, possa accendere finalmente i riflettori su quel dramma da tutti inascoltato? Spararsi o buttarsi dal ponte non gli avrebbe procurato nemmeno un trafiletto di un giornale. In fondo quanti sono i morti per lavoro e per non lavoro? Ma il fuoco non passa inosservato. E forse è proprio per questo lo sceglie. E si cosparge di benzina. Ora sì che qualcuno si accorgerà di lui.  Ma il suo padroneggiare la scena dura il tempo del bagliore delle fiamme. Poi l’oblio.

27 agosto 2002. Cercola, Napoli. Bernardo Romano, lavoratore socialmente utile, si dà fuoco in una strada intestata a Virginia Woolf. E così si consuma la tragedia di un altro invisibile. Strano come il destino a volte si diverta beffardo con le nostre vite. 1941, Virginia Woolf, una vita dedicata alla ricerca dell’interiorità, prostrata e sfinita da una società che prediligeva lustrini e apparenze. Una società  in cui non c’era posto per i disagi, i sogni, i desideri dell’uomo, a 59 anni si riempie le tasche di pietre e si lascia annegare nelle acque del fiume Ouse.
2002, Bernardo Romano, una vita dedicata alla ricerca della realizzazione dei suoi sogni in una società in cui tutti sono ciechi e sordi davanti al suo il suo disagio. Anche se urla con quanto fiato ha in gola, non è ascoltato. Non c’è più speranza di concretizzare i suoi desideri, prende una lattina di benzina e si dà fuoco. Una vita da precario. Una vita anonima. Cinque figli, una moglie, una casa di 50 metri quadrati in Via Virginia Woolf.

Sergio, Bernardo, il fuoco. Avevano una vita. Volevano un futuro per loro e i loro figli. E avevano una voce. Solo questo avevano.

Sergio, Bernardo, il fuoco e le ceneri. Sotto di esse i nomi, il dolore, la vita.  E mentre il vento le sparge nell’aria, porta con sé la voce sbiadita di quanti si danno da fare per prendere voti. Frasi stonate, parole che suonano come una beffa, riecheggiano a tratti frasi mozzate senza alcun senso: “La nostra priorità è il lavoro, basta con la disoccupazione, elimineremo la precarietà …”.

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