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Carl Schmitt: “Cattolicesimo romano e forma politica”

di Massimiliano Bardani , Civilità laica
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[22 feb 2010]
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cattolicesimoÈ uscito a gennaio per i tipi de il Mulino, nella collana Voci, “Cattolicesimo romano e forma politica”, un breve testo pubblicato da Carl Schmitt nel 1923, di cui consigliamo la lettura a chi voglia apprezzare la ricchezza di articolazioni e sfumature del pensiero pubblicistico e politologico dell’autore tedesco.

Schmitt individua la grande forza della Chiesa cattolica in un suo peculiare carattere formale, che consente a questo mirabile coacervo di complexiones oppositorum di essere estremamente razionale e, ad un tempo, del tutto calato nella realtà materiale ed umana. Questo deriva dalla “rigorosa applicazione del principio di rappresentazione”: il fatto che “rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto uomo nella realtà storica” le attribuisce un’inusitata capacità creatrice razionale, la capacità di forma in massimo grado.

In tal modo, come ci ricorda nella sua nota di commento Carlo Galli “il cattolicesimo costituisce una mediazione pontificale che […]collega Trascendenza e Immanenza e da questa verticalità istituisce rappresentativamente e personalisticamente una spazialità orizzontale, pubblica, non atomizzata e individualistica ma formata, politica”.

È evidente quanto il cattolicesimo sia in ciò davvero “romano”, erede della giurisprudenza di Roma antica, capace di forma giuridica in virtù dell’azione cultuale pontificale, che sacralizzava i “fatti” prodotti dal populus, il “dato” contingente, trasformandoli in fattori ordinanti del divenire storico, come ci ha insegnato Dario Sabbatucci.

I pontefici romani pagani agivano sui dati di un divenire storico contingente cosmicizzandolo, i pontefici romani cristiani operano su fatti immanenti che vanno ricondotti a senso riportandoli a un trascendente da inverare.

È da qui – ben altro che dal tomismo – che deriva il particolare “razionalismo” della declinazione cattolico romana del cristianesimo, punto ultimo d’arrivo di una tradizione antichissima tutta giuridica, diremmo originariamente giuridica, perché non può pensarsi – nel senso di pensare sé – se non all’interno di uno spazio già formato e capace di forma.
Questo deve far riflettere, innanzitutto, tutti coloro che, in virtù di un banale scientismo positivistico di ritorno, pensano di poter chiudere i conti col cattolicesimo romano relegandolo fra le credenze irrazionali: la Chiesa di Roma è dotata di una propria razionalità forte, in grado di costruire un autonomo spazio pubblico.

Se non si comprende questo, non si può neanche capire la ragione della radicale impossibilità per il cattolicesimo romano di ritrarsi dal politico: la forma politica é consustanziale alla sua razionalità costitutiva.
La quintessenza del cattolicesimo romano sta nel particolare modo in cui risponde all’esigenza, propria di tutti i cristianesimi, di garantire il permanere del legame originario Trascendenza/Immanenza dato dalla nascita del Fondatore. Detto altrimenti: come sperimentare l’assoluto nel contingente allo stesso modo in cui fu possibile per chi ebbe esperienza di Cristo?

Il cattolicesimo romano eredita e riadatta la risposta dei pontefici romani: rappresentare il Fondatore in forme istituzionali. Senza rappresentazione, nessuna religione. Ma, aggiungiamo noi, senza forme giuridiche e politiche, non si può dare vera rappresentazione.

L’ostilità del cattolicesimo romano allo Stato moderno può trovare una spiegazione proprio nella corretta percezione che questo non ha bisogno di uno spazio propriamente politico per legittimarsi e funzionare.

Cattolicesimo romano e forma politica
Carl Schmitt
Il Mulino, collana “Voci”, 2010. Euro 10

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6 commenti
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  1. Non so quanto questa sintesi rispecchi la complessità del pensiero di Schmitt che, del resto, come per ogni autore, va esaminato criticamente.
    Certo il pontefice cattolico ha in comune con quello della Roma antica quasi soltanto il nome.
    Basti pensare, anzi, che di solito viene chiamato ” papa”, dal greco “papas”, voce di origine infantile più o meno corrispondente all’ italiano “papà”…..
    Scrive poi Bardani (Schmitt?): “L’ostilità del cattolicesimo romano allo Stato moderno può trovare una spiegazione proprio nella corretta percezione che questo non ha bisogno di uno spazio propriamente politico per legittimarsi e funzionare”.
    Sono i fatti che dimostrano la non ostilità del cattolicesimo romano allo stato moderno. De Gasperi, Adenauer, Schuman….. I padri dell’ Europa democratica e libera che conosciamo erano cattolici praticanti e sono a tal punto stimati dalla Chiesa da essere, De Gasperi e Schuman, vicini alla beatificazione.
    Anche sotto il profilo teorico si tratta di affermazioni autorevolmnte contestate.
    Cito per tutti Tocqueville, La Democrazia in America, libro secondo, capitolo nono: ” Credo che sia un errore considerare la religione cattolica come un nemico naturale della democrazia”.
    Quanto allo stato moderno, come ogni stato non può non essere un ordinamento politico, con quello che ne segue logicamente.
    Cordialmente

    Carlo

  2. Circa il rapporto pontefice romano/pontefice pagano, non si tratta di una corrispondenza, ci mancherebbe: il dato rilevante é che il pontefice romano pagano CREA diritto cosmicizzando il dato storico contingente così come la Chiesa crea spazio politico, forma giuridica in virtù del carattere rappresentativo del Vicario di Cristo.
    Quanto al rapporto con lo Stato moderno, il cattolicesimo secondo Schmitt ha bisogno di spazio politico, mentre lo Stato moderno può anche farne a meno: il Leviathano é impolitico al massimo grado, é pura macchina senza autorità

  3. Gentile Bardani,
    non ho sotto gli occhi il testo di Schmitt.
    Ma è perfettamente plausibile che queste contorsioni dialettiche, caratteristiche di molti intellettuali tedeschi pervertiti dallo stile hegeliano, siano sue.
    Il problema è che non corrispondono nemmeno alla realtà.
    Non discuto l’ affermazione assurda che lo stato moderno possa fare a meno di uno spazio politico. Lo stato, qualsiasi stato, è per definizione anche spazio politico.
    Quanto all’ affermazione “la Chiesa crea spazio politico, forma giuridica in virtù del carattere rappresentativo del Vicario di Cristo”, si potrebbe tentare di tradurla con: “la Chiesa giustifica le proprie aspirazioni teocratiche con il carattere rappresentativo del vicario di Cristo”.
    Ma si tratta di affermazione priva di reale corrispondenza con la dottrina cattolica e con la multiforme storia millenaria della Chiesa.
    Del resto un sedicente cattolico come Schmitt, in quanto fiancheggiatore del regime nazista, del cattolicesimo deve aver capito ben poco:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Mit_brennender_Sorge

    Cordialmente

    Carlo

  4. Gent.mo Rossi,
    le ideologie sia liberali e comuniste teorizzano, seppur in modo diverso e più o meno accentuato, proprio il superamento del ‘politico’: lo Stato liberale o comunista, cioé due forme tipiche dello Stato moderno, si fondano entrambe sull’idea – che certo si rivela un’illusione, ma c’é – di eliminare l’elemento politico, ridurre lo Stato a pura amministrazione. In questo non mi pare Schmitt sbagli, anche se accentua unilateralmente alcuni caratteri dell’esperienza politica.
    In ogni caso, la conclusione é mia, ma mi pare si possa ricavare chiaramente dal testo Schmittiano.
    Riguardo al cattolicesimo, mi permetta di avanzare remore sul fatto che Schmitt non l’abbia capito. Forse l’ha capito meglio di altri…
    La sua traduzione dell’affermazione circa la natura rappresentativa del Vicario, a mio avviso non é corretta, ne ricava troppo e quindi ha facile gioco ad argomentare contro.
    Il dato é che la Chiesa cattolica, come ESISTE in Occidente dal V secolo in poi almeno, vive DI spazio politico, oltre che NELLO spazio politico. Non necessariamente con ambizioni teocratiche, certo, ma sempre con l’identica capacità/necessità di forma politica.
    Non é questione delle ambizioni teocratiche del papato, ché il cattolicesimo romano – se non il cattolicesimo in sé – può anche non essere teocratico ma non può non essere politico: crea una spazio pubblico politico, anche qualora non ritenga di doverlo occupare da solo.

  5. Gentile Bardani,
    La ringrazio per l’ ulteriore replica, che contribuisce a rendere interessante e spero utile per chi legge questa piccola discussione.
    Quanto al moderno stato liberale, ritengo di non poter essere d’ accordo con Lei.
    Karl Popper, considerato da molti, a mio parere a ragione, il massimo teorico della democrazia liberale contemporanea, soprattutto nella sua “La società aperta e i suoi nemici” non prospetta affatto uno stato votato alla pura amministrazione. La sua “ingegneria sociale a spizzico” mi pare chiaramente un progetto politico per uno stato che non rinuncia al suo ineliminabile coessenziale ruolo politico.
    Uno dei grandi pregi della teoria popperiana è quello di anticipare correttamente l’ esistente. Le democrazie liberali contemporanee si comportano in questo modo.
    Quanto al ruolo ed allo spazio “politici” della Chiesa cattolica, può darsi che la mia traduzione di Schmitt ,come dire, gli attribuisca troppo. I vizi stilistici di autori come lo stesso Schmitt lasciano ampi spazi all’ interpretazione.
    Ma, attribuendo meno all’ autore tedesco, si rischia di banalizzarne il pensiero. Certe cose si potrebbero dire anche dell’ Associazione Nazionale Alpini.
    Cordialmente
    Carlo

  6. Gentil Rossi,
    l’ingegneria sociale a spizzico a me pare tutt’altro che un progetto politico, ma, anzi, conferma la natura “amministrativa” dello Stato liberale puro.
    Saluti