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Benedetto XVI alla conquista dell’Australia. Ecco la prima santa del Nuovissimo Mondo

di Alessandra Maiorino
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[25 feb 2010]
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Mary MackillopNon c’è che dire, Benedetto XVI è un vero stratega in fatto di proselitismo. Con l’apertura cattolica ai fuoriusciti anglicani ha segnato, lo scorso 9 novembre, un punto a suo favore nei confronti dei protestanti. Ora si lancia alla conquista dell’Oceania. Il 19 febbraio scorso, infatti, ha annunciato che l’Australia avrà la sua prima santa, suor Mary MacKillop, che sarà canonizzata a Roma il 17 ottobre. La chiesa cattolica ha riconosciuto che le preghiere rivolte alla religiosa, defunta nel 1909, da una donna malata di cancro avrebbero portato alla guarigione della medesima.

I media australiani hanno dato enorme risalto alla notizia, e la popolazione sembra aver accolto il fatto con vivo entusiasmo. Alcuni quotidiani, però, mettono in guardia che la gioia della popolazione non celi, in realtà, solo un fatuo patriottismo.

Per cercare di comprendere meglio quale sia la vera reazione degli australiani e cosa abbia mosso il pontefice ad intraprendere il lungo viaggio di capitan Cook, bisogna tener conto di alcune circostanze. Innanzitutto, l’Australia è un paese quanto mai composito e quanto mai composite sono le confessioni religiose della sua popolazione: secondo i dati del censimento del 2006, il 25,8% della popolazione è cattolico, il 18, 7%, è anglicano e, cifra davvero considerevole, un altro 18,7% si dichiara ateo.

Sarà anche bene ricordare che l’accoglienza riservata a Benedetto XVI dalla città di Sydney nel 2008, in occasione della giornata mondiale della gioventù che ivi si svolse, fu anch’essa piuttosto variegata. Accanto ai numerosi pellegrini che sventolavano festosi il gagliardetto giallo del Vaticano – immancabilmente ripresi e riproposti da tutti i servizi Rai di quei giorni –,  c’erano, anche se meno visibili, almeno altrettante persone che hanno sfilato per la vie di Sydney contestando il pontefice per il divieto all’uso del preservativo, per la condanna dell’omosessualità (Sydney vanta una comunità gay forte e organizzata, pari, forse, solo a quella di San Francisco) e, ovviamente, per gli abusi dei preti cattolici sui minori.

Ma occorre tenere presente anche un’altra caratteristica di questo paese, forse ancora più macroscopica: l’Australia è un continente a largo di ogni altra civiltà sorella. Dista 24 ore di volo dalla vecchia Europa e almeno 12 dal Nuovo Mondo americano. È una enorme zattera nell’oceano.

Chi abbia avuto la fortuna di vivervi per qualche tempo, avrà imparato a conoscere un po’ gli australiani. È gente  piena di entusiasmo e di iniziativa, le persone amano il proprio paese e ne sono giustamente orgogliose, ma quando si incontrano per strada, una delle prime cose che si chiedono è: «di dove sei?». E le risposte sono infinite: inglese, greco, italiano, olandese, tedesco, russo, irlandese. Queste sono le risposte dei nativi, non dei turisti. I nativi, per quanto possano essere alla seconda, alla terza o alla quarta generazione, conservano un forte legame con la terra d’origine dei propri nonni o bisnonni. Nelle grandi città australiane ci sono un’infinità di scuole di lingue, spesso sono le stesse scuole pubbliche ad offrire il servizio, perché i genitori vogliono che i propri figli siano in grado di dialogare con i nonni, che magari non hanno mai imparato l’inglese, e che non perdano il patrimonio culturale di quella che comunque continuano a considerare la loro patria putativa.

La sensazione di essere lontano da tutto è avvertita in modo fortissimo dagli australiani e forse anche per questo motivo, quando nel 1999 fu loro proposto il referendum per decidere se continuare o meno ad essere un protettorato britannico, la popolazione, con grande maturità, scelse di rimanere nel Commonwealth e sotto la regina d’Inghilterra, piuttosto che essere completamente indipendenti ma soli. Qualcuno la definisce «sindrome dell’isola», e per quanto possa sembrare assurdo che su un continente tanto vasto si possa soffrire di isolamento, chi c’è stato, lo sa. Gli australiani fanno bene in molti campi, ma la loro voce giunge da troppo lontano perché possa essere udita e questo li fa soffrire, a volte, di un complesso di inferiorità.

Finalmente, ora, uno dei loro entrerà nell’empireo dei santi, e la nazione nata dai galeotti, come spregiativamente qualcuno ancora ricorda, è riabilitata.

Benedetto XVI queste cose le conosce molto bene. Troppo a lungo un intero continente è stato dimenticato e le sue «potenzialità» sono riamaste inutilizzate. È ora di lanciare una corda a quel continente alla deriva, e quale amo migliore di una ghiotta canonizzazione?

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un commento
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  1. Si possono organizzare nuovi pellegrinaggi,per gli affari il pastore tedesco ha un fiuto eccezionale.