Diritti&Rovesci Discriminazioni
Il cambiamento, ossia l’attacco alla Costituzione
di Eleonora Gitto[28 gen 2010]
IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE
“C’è un foglio di carta che dice le leggi e le regole di un gruppo di gente che vive su un suolo comune; c’è un foglio di carta che scrive le norme di convivenza, è un mattone di ferro e di sangue e di terra e di uomini e donne che morti hanno sperato la libertà; è un mattone sul quale si appoggia il palazzo d’Italia, palazzo che preme e spinge e scheggia il mattone primario, che resiste a stento, ma tutti si ha da sapere che se cede, se il mattone si sgretola, sfalda, sfarina allora il palazzo si disfa, e sarà ferro e sangue e terra e uomini e donne che dovranno ancora morire sperando la libertà”. (Carlo Gabardini alias Olrac Inidrabag)
Costituzione Italiana, due parole che solo a pensarle incutono timore reverenziale. Due parole che racchiudono la nostra storia, i nostri diritti, i nostri doveri. Due parole su cui si poggia la democrazia che resterà salda fino a quando tutti, nessuno escluso, davanti a queste due parole si leveranno il cappello in segno di rispetto. Ma se queste due parole cominceranno ad essere invise, usate e abusate, se si comincerà a infliggere ferite al loro cuore, sarà minata alla base anche la democrazia e con essa la vita di tutti quanti noi.
Il tema delle riforme oggi più che mai è al centro del dibattito politico. Si parla di riforme costituzionali e istituzionali. Si è certi di non sbagliare se si afferma che per riformare si intende cambiare. E alla luce degli attacchi che sono stati rivolti alla nostra Carta fondamentale, definita “sovietica” dal Premier Berlusconi, più che cambiamento si può prefigurare un vero stravolgimento.
Più che un dovere, quindi, diventa quasi un obbligo per di tutti i cittadini italiani difendere la Carta Costituzionale, per scongiurare il pericolo di vederla stravolta in nome di un “cambiamento” o di un “rinnovamento necessario e al passo coi tempi”. In nome di questo “essere al passo con i tempi” (che giustifica tutto e il contrario di tutto) le leggi devono cambiare, la società deve cambiare, la politica e l’informazione idem, e quant’altro. L’idea confortevole e confortante del cambiamento è talmente sperimentata da diventare quasi un assioma nel mondo ferino della comunicazione. Chi non dice innanzitutto “cambiamento”, soprattutto in politica, e meglio ancora in campagna elettorale, è destinato ad essere un perdente mediatico. Poi viene tutto il resto.
Non si fa in tempo a fare una legge, che subito non va bene e bisogna cambiarla: l’idea mielosa e lenitiva del nuovo così supera di molto una concezione più razionale e pragmatica dell’esistenza. Diventa più importante pensare subito al dopo nel segno del cambiamento, piuttosto che sperimentare l’esistente, e magari impegnarsi ad applicare l’esistente, a metterlo in pratica, a giudicare solo dopo che si siano effettivamente verificati gli effetti positivi o negativi di un comportamento o di una legge, o anche solo di una serie di idee.
Un esempio, per così dire, di alto rango: la Costituzione della Repubblica Italiana. Ora è invalsa l’idea che bisogna stirarle un po’ le rughe, renderla maggiormente compatibile coi tempi moderni. Quindi cambiamento. Nulla quaestio. Ma se andiamo a vedere quelle parti della Costituzione che sono disapplicate o addirittura ignorate, rischiamo di essere colti da fremito di sacro terrore. Fra i principi fondamentali si aprono voragini di disapplicazione riguardanti la pari dignità e la uguaglianza, lo sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione dei cittadini alla vita del Paese.
La parte riguardante il decentramento amministrativo è ormai una chimera. Lo Stato e la Chiesa dovrebbero essere indipendenti e sovrani, ma sono solo sovrani, perché lo Stato italiano è diventato dipendente dalla Chiesa. La Repubblica dovrebbe promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica, ma gli stanziamenti miserrimi di bilancio ci rendono il fanalino di coda o quasi in Europa. La scuola dovrebbe essere aperta a tutti, ma di fatto chi paga o chi paga di più è sempre privilegiato nella scalata sociale, indipendentemente dai meriti.
Per non parlare dei sempre crescenti privilegi alle scuole private, e della negazione del diritto a fruire, senza sentirsi emarginati, dell’ora alternativa alla religione. La donna non ha gli stessi diritti e le stesse retribuzioni che spettano all’uomo. Nulla sta facendo l’attuale governo su questo, e tuttavia le donne continuano in maggioranza a votare Berlusconi. Il bene primario della salute dovrebbe essere garantito sempre e comunque, e invece sovente si viene curati male e a futura memoria nelle strutture pubbliche: se paghi, anche qui, ottieni subito, altrimenti la lastra o l’ecografia te la fai fra tre o sei mesi. E potremmo continuare così a lungo.
Non solo: scendendo di rango, potremmo dire che il problema dell’ “applicazione” arriva fino alle leggi ordinarie e fino al rispetto dei contratti fra privati. L’abnorme, elefantiaca, produzione di norme, è indice di una grave carenza etica e culturale: l’impossibilità, sovente la non volontà, di applicare le regole esistenti, sebbene potenzialmente foriere di effetti positivi e strutturalmente ben congegnate. Qui, il ministro per la semplificazione Calderoli ha completamente fallito. Non si è semplificato un bel niente, e le leggi, comprese le chilometriche e inestricabili finanziarie, sono peggiori di prima. Ma a monte di tutto il problema, lasciatecelo dire in termini recisi (ma, speriamo, efficaci) è uno e uno solo: l’educazione. La formazione. Da qui discende tutto il resto; il bonus civis, senza un’adeguata formazione che attiene all’etica della responsabilità, non esisterà mai.
Il buon cittadino, prima ancora di pensare al cambiamento della legge, la applicherà, la sperimenterà, e semmai poi la criticherà. Un’interpretazione un po’ socratica del vivere sociale, ma anche un’interpretazione pragmatica e, per così dire, scientifica. Quindi, realistica. Il giovane deve conoscere e imparare a conoscere, deve imparare ad applicare ancor prima di criticare, deve possedere gli strumenti per mettere a confronto più nozioni e più idee. Con questo modo di ragionare il cambiamento ha un senso perché sarà motivato, avrà una sua propria logica e potrà produrre effetti positivi e duraturi nel tempo. E non stiamo inventando nulla perché, è risaputo, in molte altre moderne democrazie occidentali l’etica dell’applicazione non è un desiderio, è una realtà.
Ma non è certo questo il disegno di “cambiamento” in atto nel nostro Paese, che investe tutto, anche la Costituzione, che a volte s’invoca e volte si nega a seconda dell’interesse del momento. Un cambiamento agoato e mai motivato, perché la necessità di riforme costituzionali fino ad oggi non è mai stata argomentata in modo razionale, ma solo con degli slogan, è da ritenersi davvero pericoloso, perché il pensiero che il vero scopo degli “attacchi” alla Costituzione sia di cambiare gli equilibri disegnati dalla Costituzione per accrescere il potere del Governo a scapito del Parlamento e della Magistratura, diventa più di un sospetto.
Per questo è necessario osteggiare con qualsiasi tipo di iniziativa e insieme a tutti i soggetti politici e sociali disponibili, il disegno atto. La Costituzione è la base su cui si regge l’intera vita democratica e civile del paese, perciò non può e non deve esser soggetta a continue oscillazioni, non deve dipendere dalla variabilità delle maggioranze di governo e delle contingenze della politica.
“Difendere la Costituzione è un dovere di tutti”, sembra un frase retorica e demagogica, ma mai come oggi è stata così vera. Le parole “difendere della Costituzione” diventano retoriche fuorvianti quando vengono usate come argomento su cui avviare trattative, per mediare e compensare su altri piani, pratica esecrabile e del tutto inaccettabile, utilizzata da quanti per la nostra Carta dei diritti mostrano di avere solo disprezzo.
Il 30 gennaio 2010 in tutta Italia ci saranno sit-in in difesa della Costituzione. L’iniziativa è stata lanciata dal Popolo Viola, il movimento apartitico nato e diffusosi in rete che, dopo il successo del “No-Berlusconi day” riparte da Napoli per chiedere la difesa della nostra Carta Fondamentale. Noi a quei sit-in ci saremo per dire che la Costituzione “non si tocca” e per chiederne soprattutto il rispetto e l’applicazione.








































PROCESSO BREVE E COSTITUZIONE
Secondo i sostenitori di questo disegno di legge, con questi dispositivi sul processo breve finalmente si sana la stortura della lungaggine dei procedimenti in Italia, e si viene ad applicare il dettato Costituzionale previsto dall’articolo 111.
Cosa dice l’articolo 111? Si esprime brevemente con questa dizione:
La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.
Possiamo dire che si tratta di una giusta interpretazione della Costituzione approvare un dispositivo che permette a dei cittadini indiziati, per reati che prevedono pene fino a 10 anni di reclusione, di restare senza alcun giudizio se sono passati due anni dall’inizio dell’azione penale?
Si può intendere che la ragionevole durata, che l’art. 111 indica che deve essere “assicurata”, possa determinare l’eliminazione della stessa “giurisdizione”?
L’articolo 111 è un articolo di tutela del cittadino nel senso impositivo per gli obblighi dello Stato e non nel senso elusivo per gli obblighi dello Stato. L’articolo 111 è stato disatteso dallo Stato; per applicare questo articolo i governi, che si sono succeduti dalla promulgazione della Costituzione ad oggi , dovevano dotare gli organici della magistratura in modo sufficiente ed efficiente al fine di assicurare la ragionevole durata. Solo questa può essere la dovuta interpretazione per non far cessare la “giurisdizione” che è una prerogativa ed un obbligo dello Stato.
Lo Stato si regge su due elementi: assicurare l’ordine sociale ed assumere la funzione di arbitro nelle controversie e a seguito di delitti. Tutti gli altri elementi che si aggiungono sono sicuramente importanti ; ma la mancanza (o anche la debolezza) di uno dei due elementi essenziali può mettere in crisi lo Stato stesso.
francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com
E’ la Costituzione stessa prevedere la possibilità di essere modificata e il modo in cui realizzare le modifiche.
Dunque modificandola nelle forme prescritte la si applica, non attacca.
Quanto poi all’ azione di un governo, va sottolineato che in democrazia esso risponde politicamente all’ elettorato.
Gli elettori periodicamente lo giudicano e se non soddisfatti lo mandano a casa. Ma il governo, in questo senso legittimamente in carica, deve poter attuare i l suo programma. Rispettare la Costituzione significa prima di tutto rispettare questo nucleo della democrazia.
http://chiarodiluna-karl.blogspot.com/2009/12/fantasie-costituzionaliste-l-anomalia.html
http://chiarodiluna-karl.blogspot.com/2009/04/un-potere-politico-senza-responsabilita.html
Un saluto cordiale
Carlo