Diritti&Rovesci Discriminazioni
Burqa, un’opinione diversa
di Eleonora Gitto[29 gen 2010]
A chi è capitato di andare in Iran o nei paesi arabi in cui c’è l’obbligo, per la donna, di coprirsi, saprà che questo tipo d’imposizione è vissuta come una violenza. Abituate ad andare in giro sotto il sole con pantaloncini, infradito e top minuscoli, l’idea del solo chador o chadar (persiano), quella sorta di mantella o foulard che le donne devono indossare quando devono comparire in pubblico, fa inorridire. Se a questo si aggiunge anche che sopra i jeans e la maglietta bisogna mettere una specie di kaftano e tenere rigorosamente coperti piedi e caviglie, si rizzano i capelli in testa. Ma lo facciamo, e ci rendiamo anche conto che, passati i primi giorni, non ci facciamo più caso. In fondo l’essere umano è uno splendido animale abitudinario. Ma noi siamo turisti: sappiamo che, per correttezza verso il paese che ci ospita, dobbiamo osservare le sue regole per un periodo di tempo, ancorché limitato. Ma, al contempo, non possiamo fare a meno di chiederci cosa faremmo se fossimo sottoposti a quest’imposizione tutta la vita. Di primo acchito la risposta è: la rivoluzione. Per noi è impensabile, inumano, incivile, violento. Ma noi sappiamo che c’è un altro modo di vivere. Sappiamo che esiste la libertà di scelta, sappiamo che nessuno può decidere per noi, nessuno può dirci cosa fare, cosa indossare, in cosa credere. Ma chi conosce solo quella vita, solo quelle regole che fanno parte della “normalità” della loro vita, chi non sa, il problema se lo pone?
E’ questo il quesito che ci dovremmo porre. La questione del “burqa sì, burqa no” che sta affollando le pagine dei giornali in questi giorni, è una questione che tocca le donne, per lo più afgane (ma non solo) che vivono in Europa.
E’ innegabile che noi occidentali al burqa associamo la violenza, la prevaricazione, la bestialità dei Talebani. D’altra parte sono stati loro ad imporlo. Non è un simbolo religioso, infatti nella “Sura 24 – versetto 31”, cioè in un passo del Corano, si legge: “Le donne si coprano con i veli del capo entrambi i seni, non facciano mostra di ornamenti femminili se non ai mariti” e a una cerchia di familiari. Nella Sura 33 al versetto 59 si legge: “O profeta, di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; essi permetteranno di distinguerle dalle altre donne e di far sì che non vengano offese”.
La prima volta che venne imposto in Afghanistan fu all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah, il quale pretese che le duecento donne del suo harem ne facessero sfoggio, in modo tale da non indurre in tentazione gli uomini quando si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Così diventò un capo di abbigliamento per le donne dei ceti superiori. Successivamente, come sempre accade con le mode di qualsiasi genere e in qualsiasi tempo (vedi l’orologio sul polsino lanciato dal defunto Gianni Agnelli), i ceti elevati iniziarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo ambito dai ceti poveri.
Quando, dopo la guerra civile, si insediò il regime teocratico dei Talebani, il burqa fu imposto a tutte le donne con il divieto assoluto di mostrare il volto. Quindi divenne il simbolo di violenza e di sottomissione e, di rimando, il suo rifiuto diventò il rifiuto al regime talebano. Cioè un atto politico. Questa la storia.
Ora su questo si è scatenato un dibattito, partito dalla Francia, in tutta Europa, inclusa Italia e Vaticano; ognuno dice la sua. André Gérin, presidente della commissione che in Francia sta discutendo la legge “anti-burqa”, parla di simboli che offendono i valori nazionali di un Paese che fonda le sue radici nella laicità dello Stato.
“Non possiamo accettare nel nostro Paese – aveva detto Sarkozy nei giorni scorsi – delle donne prigioniere dietro una griglia”. E mentre lo dice rafforza la linea dura nei confronti dell’immigrazione clandestina e tuona “Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno di sbarchi clandestini come quelli che ha conosciuto l’Italia”.
La Gelmini scopre che l’Italia è un Paese civile, per cui è insopportabile vedere in giro donne dietro una griglia. Anche la Chiesa ha detto la sua, infatti per bocca di monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti fa sapere che “la disposizione francese è giusta”, e aggiunge “Io andrei nella stessa linea, nel senso che credo che debba essere vietato il velo integrale nei luoghi pubblici. Anche per una questione di sicurezza, ma non solo per questo aspetto soprattutto per l’aspetto dell’unicità del volto”.
Condivisibile, se non fosse che associare il burqa alla sicurezza è davvero difficile. Fa un po’ sorridere immaginare che donne bardate in tal guisa, possano presentarsi a fare rapine o altri atti criminali. L’abbigliamento non ne agevolerebbe la fuga in nessun modo.
Ma, ironia a parte, c’è da chiedersi se è venuto in mente a qualcuno di chiedere alle donne, dirette interessate, cosa ne pensano o cosa ritengono sia meglio per loro. Potrebbero avere voglia di liberarsi di questi impedimenti, esattamente come molte suore cattoliche, a cui è imposto velo e “saio” (e questi sì che sono simboli religiosi); potrebbero desiderare di agghindarsi in un altro modo; oppure, al contrario, potrebbero sentirsi a loro agio, per abitudine, per tradizione ormai consolidata nelle loro menti o per miliardi di altri motivi.
Sicuramente chi è ospite in un paese deve rispettarne le regole e altrettanto sicuramente un paese civile deve ripudiare gli atti di violenza e adoperarsi affinché sia abolita ogni azione di violenza e di oppressione perché ad ogni persona che vive nel suo territorio siano garantiti diritti e libertà e sicurezza. E se dietro al burqa si nasconde la sottomissione brutale e inumana della donna è giusto che un paese civile e democratico si ponga il problema. Ma perché farlo con una legge che vieta l’utilizzo del burqa, entrando in una sfera che potrebbe essere personale? L’esempio della Danimarca in questo caso è illuminante. Non faranno una legge anti-burqa, perché hanno già fatto leggi, che senza correre il rischio di entrare a gamba nella sfera intima delle persone (pratica cui siamo abituati, vedi i temi etici), hanno tutelato i valori sui quali è costruita la società della penisola nord europea con leggi che permettono a scuole e a datori di lavoro, pubblici e privati, di richiedere a studenti, insegnanti e dipendenti di mostrare il volto. In questo modo garantiscono alla donna il diritto di interagire nella società danese su un piano di parità con uomini o donne che non lo indossano, e non entrano nella scelta personale di proibire che, nel privato, la scelta di fare ciò che più ritengano opportuno, secondo tradizioni, credo e quant’altro. Inoltre bisogna anche dire che il processo d’integrazione in questi posti è così avanzato (centri d’integrazione sociale, scuole, centri culturali, cooperazione, ecc.), che nessuno potrà vivere questo divieto come imposizione. Cosa che potrebbe accadere con una legge specifica anti-burqa, che potrebbe (paradossalmente) suonare addirittura come razzista. E visto l’ondata anti-straniero che aleggia su tutta Europa, Francia compresa, non è tanto peregrino questo sospetto.
Sarebbe bello se davvero l’intento che anima questo dibattito fosse davvero l’interesse delle donne. Sarebbe bello se, eliminato il burqa, si estirpasse il problema della violenza fisica e psicologica delle donne islamiche. Ma è davvero così? E perché tanto chiasso intorno a questa vicenda? Perché è un simbolo islamico? E perché si parla solo del burqa, come simbolo di violenza e d’illegalità e non si affronta sul serio una piaga che è ben più dolorosa, mutilante e di una violenza inenarrabile? L’infibulazione. Forse perché il burqa si vede e l’infibulazione no? O forse si pensa che nei nostri paesi europei tanto civili non viene praticata?
Per chi ha obliato cosa significa questa pratica, Gelmini compresa, è bene ricordare in cosa consiste: prendono una bambina e le mutilano gli organi. Le asportano il clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi labbra vaginali, con il metodo della cauterizzazione. Poi le cuciono la vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
Ma su questo argomento non si scatena nessun dibattito, non si fanno testi di legge. Qualcuno dirà ogni tanto che è una pratica esecrabile, ma di atti concreti non ce n’è nessuno. Ci sono di mezzo le parti intime, argomento troppo delicato per essere affrontato da benpensanti bacchettoni, soprattutto se affiliati del clero: tutto sommato, meno si fa sesso e più si guadagna il regno dei cieli.
In tutto questo argomentare, torniamo alla domanda iniziale: è giusta una legge anti-burqa? No. E’ giusto che si rispettino i valori dei paesi ospitanti? Si, ma le leggi devono dettare gli obblighi che hanno i cittadini verso il paese che il ospita, chiedendo loro il rispetto dei suoi valori e dei suoi principi democraci. Le leggi devono, in poche parole , regolamentare il comportamento nel pubblico, non possono toccare la sfera privata.
E’ giusto che le donne si liberino del burqa? Dal punto di vista occidentale, assolutamente sì, soprattutto per il significato che noi gli attribuiamo. Dal punto di vista delle donne islamiche? Non sappiamo rispondere. Possiamo dire che una cosa ci è davvero chiara: se sul burqa permane qualche dubbio che si possano fare leggi che in nome della sicurezza e della civiltà, rischiano di ledere la libertà di scelta (paradossalmente potrebbe essere anche così); sulla dura condanna dell’infibulazione, che salverebbe da dolorose e laceranti torture fisiche migliaia di donne, non c’è dubbio alcuno che sarebbe un legiferare in direzione dei diritti delle donne e, con i loro, quelli dell’umanità intera.








































Come dire, se nasci in occidente bene, altrimenti te la sbrighi da sola
@Angela
Qui viene fuori il fatto che l’Onu ha poteri pressochè nulli, al di là di tante belle parole.
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è carta straccia in moltissimi Paesi e l’Onu non ha alcuna sovranità. Se solo si volesse gli strumenti ci sarebbero: l’isolamento economico e politico di Paesi che non rispettino i diritti umani. Ma sappiamo bene quali rapporti abbia l’occidente con le dittature: basta che portino in qualche modo soldi e va tutto bene, anche se mutilano milioni di bambine, lapidano un po’ di adultere, trattano le donne come schiave. Poi, all’occorrenza e se conviene, si può decidere di ‘esportare’ un po’ di democrazia con le armi.
Se invece non conviene, il disinteresse è totale (basti guardare le guerre civili che hanno devastato per decenni l’Africa nel silenzio totale di politica, Onu e media).
Una visione completa, intelligente e fuori dal coro dei problemi delle donne, dei problemi dell’integrazione e delle possibili soluzioni, che non possono essere di natura legislativa. Bell’articolo.
Ma non trovate un pò ridicolo farvi i complimenti fra di voi? Oppure lo fate per evitare che voci esterne alla redazione facciano commenti? A volte trovo anche cose interessanti su questo sito che ho scoperto perchè segnalato da altro sito, ma sono freancamente in imbarazzo con questo modo di gestire.
@Giulia: dall’imbarazzo, se vuoi, posso cercare di sollevarti io. Anche io collaboro a questo sito ma non scriverò per complimentarmi con l’autrice.
Sono, infatti, per una presa di posizione netta nei confronti del burqua. I sofismi e le sottigliezze socio-antropologiche siano riservate al dibattito accademico -sempre e comunque utile – non all’ambito legislativo. La legislazione di un Paese ha, infatti, il dovere di varare leggi che tendano a rendere il più sottili possibile le disuguaglianze che per nascita, istruzione, credo, sesso e accidenti vari della vita di ciascuno che naturalmente esistono.
A me non interessa sapere se è il corano a prescrivere il burqua oppure no. Il corano non ha asilo nel dibattimento legislativo. A me (e so di assumere una posizione scomoda in questo), paradossalmente, non interessa neanche sapere se le donne islamiche vogliano o meno tenere il burqua. Su questo stesso principio infatti si potrebbe ritenere lecito domandare loro se vogliano o meno le mutilazioni genitali femminili. Nella stragrande maggioranza dei casi, la risposta delle donne – come è stato rilevato dalle organizzazioni che di queste cose si occupano – sarebbe affermativa: “Sì, vogliamo essere mutilate e vogliamo continuare a mutilare le nostre figlie”. Sono le mamme infatti, e una strega cattiva arrivata da chissà dove, a portare le proprie figlie a farsi mutilare di clitoride, le piccole e grandi labbra, e la possibilità di provare MAI piacere fisico (questa sì una orribile mutilazione che va ben oltre il dolore momentaneo di taglio e ricucitura). Il motivo per cui lo vogliono è semplice: essere accettate all’interno della comunità in cui vivono, non correre rischi di emarginazione o ben peggiori, e tra l’altro, l’ha fatto mia madre, l’ha fatto mia nonna, l’hanno fatto tutte le donne intorno a me: è normale. Perché non dovrei farlo io?
Non ci dimentichiamo che nella Sicilia di non molto tempo fa, le prime a gridare alla malafemmina, se una donna veniva appena colpita dal sospetto di non sottostare rigidamente alle regole maschiliste e patriarcali vigenti, erano le donne. Per assecondare queste incivili tradizioni tribali in Italia esisteva il delitto d’onore. Di che stiamo parlando? Davvero è materia di dubbio che il burqua sia un elemento squalificante per la dignità di un essere umano? Esso ne cancella il fondamento primo: l’identità. Le donne con il brqua sono una massa senza volto, senza nome, e quindi senza diritti. La questione della sicurezza, poi, è tutt’altro che peregrina. È evidente che neanche io mi immagino che una alienata e disinserita donna musulmana (che magari non sa parlare neanche l’italiano) possa entrare in una banca e compiere una rapina, o scivolare furtivamente su un bus e mettere una bomba. Ma evidentemente non a tutti è capitato di vedere lo splendido film di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri”, in cui UOMINI velati da donne passano il posto di blocco francese e innescano la miccia.
La proposta di legge, per quel che ne so io, non vieta il burqua in toto, ma solo nei luoghi pubblici e istituzionali (dai bus alle scuole ai tribunali). A me non sembra una richiesta eccezionale pretendere di vedere il volto di chi mi sta di fronte. Se poi ti vuoi coprire tutto il resto, perché il tuo corpo non può avere asilo in questo mondo, quelli sì che sono affari tuoi.
A chi crede che burqua e infibulazione siano due temi distinti, io rispondo con forza che sono solo due livelli diversi nella gravità dello stesso problema: la donna è o no un essere umano? Come tale ha o no gli inalienabili diritti che la Carta dei diritti umani le attribuisce?
L’Europa deve dire NO alle mutilazioni genitali femminili e NO al burqua. La mentalità delle stesse musulmane cambierà, e cancellerà l’impressione iniziale di apparente violenza. Diventeranno stimolo per le loro concittadine rimaste in patria e saranno, forse seguite. Così sia.
Personalmente trovo ridicolo, quando si condivide in toto un pezzo, rigo per rigo, non esternarlo. Pensare poi, anche lontamente, che uno possa fare un complimento “per evitare che voci esterne facciano commenti”, denota un modo piuttosto contorto di pensare. Se si è in grado di fare un commento, lo si faccia; se ci si vuole impelagare “nel commento sul tipo di commento”, vuol dire, piuttosto che badare ai contenuti, approcciare ad una novità in maniera non corretta. In questo caso, la formidabile libertà della rete consiglia di cliccare su un’altra pagina, magari quella dalla quale si proviene.
E’ un sito, questo, che si definisce laico, e lo è per convinzione. Ognuno può dire la sua. La ricchezza del dibattito sta nel confronto di/fra opinioni contrastanti. E le opinoni degli altri, pur essendo opposte e contrarie alle nostre, possono essere criticate (guai se così non fosse, se avessimo paura delle critiche non potremmo scrivere in pubblico. Chi lo fa è ben consapevole che non può essere condiviso da tutti e, soprattutto, che non è possibile rapportare l’universo mondo a se stessi), ma devono essere sempre rispettate.
Volevo dire a Giulia, che probabilmente le sarà sfuggito qualche passaggio del mio pezzo ( capisco che l’articolo, essendo un pò lungo, si presta a una lettura frettolosa). Non aggiungo altro, vi lascio un pezzo de L’Unità che ritengo interessante.
Saluti
http://www.unita.it/news/commenti/94343/vietare_il_burqa_non_aiuta_a_liberare_le_donne
Ps. ne aggiungo un altro
http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/d073d9a0cc885233ac3fba2558a71454.pdf
Continuiamo ad oscillare tra tutelare le diverse culture o tutelare la libertà individuale.
Ma veramente crediamo che ad una donna possa piacere il buqa?
Se lo andiamo a chiedere, spesso, avremo come risposta : che sta bene e che vuole portarlo.
Ma la risposta viene da un timore o da un suggerimento.
Un po’ di anni fa nella nostra Italia c’era il delitto d’onore tollerato dalle norme e in alcune parti del paese le donne andavano in giro con gli scialli neri. Ebbene, abbiamo lottato contro quegli aspetti e sono stati superati.
Vanno aiutate le donne che arrivano nei nostri paesi e la strada non può essere quella del timoroso rispetto delle appartenenze.
Già tanti mussulmani sono favorevoli a foggie meno costrittive del burqa, favoriamo almeno la parte più illuminata.
francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com
icuramente l’articolo è interessante anche se sono cose risapute, ma è la presa di posizione politica che sconcerta. Questo indistintamente politicamente corretto che poi fa passare da noi crocifissi sui muri , ore di religione ecc. La paura di prendere posizioni nette è quella che fa scegliere di stare accoccolati nei partiti e non cambiare mai mai mai. Quanto ai complimenti fra redattori non mi esprimo ma comunque tendono ad espellere comentatori che la pensano diversamente. A me è stato esplicitamente detto da Steve
Di seguito un pò di legge e giurisprudenza sulla questione del burqa e simili. Al momento, sembra di capire con sufficiente chiarezza che l’uso del burqa non costituisce reato, poichè non è diretto a rendere difficoltoso o impossibile il riconoscimento di una persona, bensì è un simbolo di tipo tradizionalistico-religioso. Ne consegue che, sempre sul piano del diritto, la codificazione in legge di un eventuale divieto, è un’operazione in salita che potrebbe essere giudicata non aderente ai principi costituzionali di libertà di espressione e di libertà religiosa. Ma, ovviamente, siamo sempre nel campo delle ipotesi. Certo, non è questione di facile soluzione, comunque la si metta.
“Non è reato indossare il burqa in luogo pubblicoLa donna che in luogo
pubblico (in un aula di tribunale) indossa il burqa – tradizionale
velo islamico che copre interamente il volto, lasciando visibili solo
gli occhi – non viola alcuna disposizione della l. n. 152/1975, in
materia di ordine pubblico.
L’art. 5 della l. 22 maggio 1975, n. 152 punisce con l’arresto da uno
a due anni e l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro “l’uso di caschi
protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il
riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico,
senza giustificato motivo”, nonché “l’uso predetto in occasione di
manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico,
tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino”.
Il Tribunale di Cremona, con sentenza depositata il 27 novembre 2008,
che può leggersi in allegato, ha escluso che al concetto di “altri
mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”
possa essere ricondotto il burqa, tradizionale velo indossato dalle
donne islamiche, che copre interamente il volto lasciando scoperti
unicamente gli occhi: ciò, si badi, nell’ipotesi in cui l’uso del
burqa, in un contesto di apprezzabile pericolo per l’ordine pubblico,
non abbia avuto in concreto l’effetto di rendere difficoltoso il
riconoscimento della persona che lo indossava, attesa la sua
disponibilità, dietro richiesta, a mostrare il volto al personale
(femminile) delle forze dell’ordine.
Questa la vicenda oggetto del giudizio: una donna tunisina, di fede
islamica, si presenta con indosso il burqa nell’aula d’udienza della
Corte d’Assise di Cremona, per assistere al processo per fatti di
terrorismo di matrice islamica a carico di un suo familiare.
Richiesta dalle forze dell’ordine presenti nell’aula, la donna solleva
immediatamente il velo, consentendo di essere identificata attraverso
il raffronto con la fotografia presente sulla propria carta
d’identità.
La sentenza qui annotata ha assolto la donna dal reato di cui all’art.
5 l. n. 152/1975, a lei ascritto, attribuendo rilievo, in tal senso,
al difetto di una concreta difficoltà nel riconoscimento della
persona.
Ciò ha esonerato il giudice dal controllo dell’esistenza di un
“giustificato motivo” dell’uso del burqa in luogo pubblico: un
controllo che avrebbe richiesto di valutare la possibile rilevanza
della motivazione culturale e religiosa della condotta in esame (sul
tema dei reati culturalmente motivati si veda da ultimo Basile,
Immigrazione e reati ‘culturalmente motivati’. Il diritto penale nelle
società multiculturali europee, Cuem, 2008).
E’ una valutazione che ha invece di recente compiuto il Consiglio di
Stato (sent. n. 3076 del 19 giugno 2008), nel respingere il ricorso
avverso l’annullamento prefettizio di un’ordinanza sindacale che aveva
stabilito il divieto di indossare il velo in luogo pubblico,
includendolo – con un’inammissibile e singolare sorta di
interpretazione ‘autentica’ – tra i “mezzi atti a rendere difficoltoso
il riconoscimento della persona”.
Secondo il Consiglio di Stato l’uso del “velo che copre il volto” e,
in particolare del burqa, “generalmente non è diretto ad evitare il
riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di
determinate popolazioni e culture. […] al giudice non spetta dare
giudizi di merito sull’utilizzo del velo, né verificare se si tratti
di un simbolo culturale, religioso, o di altra natura, né compete
estendere la verifica alla spontaneità, o meno, di tale utilizzo.
Ciò che rileva sotto il profilo giuridico è che non si è in presenza
di un mezzo finalizzato a impedire senza giustificato motivo il
riconoscimento.
Il citato art. 5 consente nel nostro ordinamento che una persona
indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di
pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in
occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di
sottoporsi all’identificazione e alla rimozione del velo, ove
necessario a tal fine”.
Trovo estremamente interessante questa discussione sul burqa che certamente invita alla riflessione. Da una parte il rispetto per le scelte individuali (ma il burqa si può definire una scelta della donna?), dall’altra, come suggeriscono in vari, il dovere, per uno Stato laico e democratico, di impedire qualsiasi discriminazione basata sul sesso. Devo confessare che questo binomio mi trova veramente in imbarazzo.
Mi vengono in mente, ad esempio, i testimoni di Geova. E’ giusto imporre loro le trasfusioni di sangue? Secondo me no. Se sono disposti a morire pur di non disattendere una legge religiosa facessero pure, in fondo la loro scelta è legittima perchè non lede la libertà di altri.
Mi trovo invece in difficoltà sul burqa, forse perchè ha un significato molto più profondo: discrimina solo una parte di popolazione, quella femminile. In fondo il testimone di Geova, maschio o femmina indistintamente, fa la sua scelta, l’islamico no. E’ il maschio a imporre alla femmina una mortificazione inaccettabile.
Se tutti gli islamici, maschi e femmine, andassero in giro con il burqa decidendo di mortificarsi, il problema sarebbe assimilabile a quello dei testimoni di Geova. Basterebbe quindi imporre la riconoscibilità nei luoghi pubblici e poi in privato ognuno potrebbe comportarsi come meglio crede.
Sono convinta che ci siano donne islamiche che non condividono questa forma di mortificazione e donne islamiche che invece la sposano a priori, e allora cosa si fa? E’ giusto imporre a una donna di non reputarsi un essere inferiore? E’ giusto, insomma, imporre la libertà a chi non la vuole? Ma d’altra parte, si può tollerare che in un Paese civile e laico ci siano esseri umani (le donne) costretti ad essere inferiori ad altri (gli uomini) anche nel caso in cui si tratti di libera scelta (ammesso e non concesso che lo sia)?
Ecco perchè la questione mi mette in grande imbarazzo.
Due parole, infine, sui commenti.
Come ha giustamente rilevato Eleonora, su questo sito ognuno può dire la sua, redattori compresi. Un redattore si può sentire di fare complimenti senza che questo significhi, come dice Romano (e prima ancora Giulia), tendere “ad espellere commentatori che la pensano diversamente”. Si può essere d’accordo o no con il principio di farci i complimenti tra noi, diciamo così, ma vederci la volontà di espellere qualcuno mi pare assurdo. Se questa fosse l’intenzione, infatti, basterebbe mettere i commenti in moderazione e non approvarli. Vi assicuro che questa scelta ci preserverebbe anche da molto spam che poi tocca cancellare a mano.
Ma se abbiamo scelto diversamente è proprio perchè siamo aperti a ogni forma di opinione purchè rispetti le poche regole in testa al form (che sono banali regole di rispetto e buona educazione).
Quindi: liberi di non apprezzare i complimenti tra redattori, liberi i redattori di scrivere ciò che vogliono. Ma, per favore, che ciò non infici la discussione.
Questa storia di vietare alle donne mussulmane il velo, burqua e altro per accedere in alcuni luoghi perchè non sono riconoscibili mi sembra una scusa abnorme. Da tempo è possibile identificare le persone attraverso macchine che leggono l’iride (lo usano alcune banche) o l’impronta digitale, come in uso su alcuni Pc pe…r accedervi senza digitare la password di accesso. Il problema semmai non è il volto, ma cosa può esserci sotto l’abito, per problemi di terrorismo, ma anche lì, ci sono altri metodi – scanner, perquisizioni, metal detector, ecc ecc. Non sono neanche d’accordo sul divieto per aiutare le donne che usano il velo per aiutarle uscire dalla sottomissione (tra l’altro non è solo per motivi religiosi che si usa, ma una usanza culturale in tanti popoli nel mondo). Non è con la violenza – in tempi passati fisica attraverso la conquista coloniale ora con quella mediatica – che si emancipano i popoli, sono proprio i divieti che fanno arroccare su certi costumi. Divieti che tendono a Divieti che tendono a discriminare e ottengono l’effetto opposto.
Senza incontro non c’è conoscenza, non c’è scambio, non c’è crescita
Però bisogna dibattere sulla materia. Il burqa – e in Francia – viene proibito nei luoghi pubblici come tutti i simboli religiosi e identitari vistosi. Quindi non c’è una discriminazione sull’islam. E’ possibile trasportare qualcosa di simile da noi? Non credo, visto la preponderanza e il peso della religione cattolicanei liuoghi pubblici . E soprattutto per la mancanza di un dibattito serio come è avvenuto in Francia con la commissione Stasi.
Quanto al dibattito più filosofico, lo trovo anche interssante, ma forse bisognerebbe darsi dei punti fermi, altrimenti come dice romano.iannelli@libero.it come si fa a sostenere che la croce non può stare sul muro?
Alessandra cita la questione delle mutilazioni, ebbene mentre la sinistra (immagino che più o meno noi che scriviamo su questo sito siamo di sx) guardavamo al fatto che forse potevano essere un costume culturale, in Italia la legge sull’integrità del corpo (sottoscritta dall’Italia alle Nazioni Unite nel ’94) è stata approvata dal ministro per le Pari opportunità Prestigiacomo (allora di Forza Italia) e il primo firmatario di una legge contro le mutilazioni è stato Consolo deputato allora di AN.
Per quanto riguarda il resto, credo che chi commenta lo faccia per eventuali lettori e non necessariamente per i redattori. Certo, l’educazione e la grazia sono sempre cose vincenti ma non sono innate, sicché ognuno si muove come crede. Riterrei meglio non litigare, anche perchè le nostre forze sono esigue. Il sito dove ho una paginetta, mi dice Giulio che lo guardano tutti i giorni 400 persone, 450 quando succede qualcosa di clamoroso e un pò di meno il sabato e la domenica. Immagino che gli utenti sono sempre gli stessi, tra cui probabilmente anche mio padre e i te amici del cuore. Vale farsi la guerra?
Saluti, http://www.nessundio.net/tiziana2010.htm
@Tiziana
Infatti, manca solo la guerra tra i pochi che si occupano di questi temi! Pare che la tentazione del litigio sia irresistibile in ambienti laici così come in seno alla sinistra. Mille associazioni laiche con gli stessi scopi – ad eccezione di risibili sfumature – non fanno altro che smorzare una voce che dovrebbe essere, almeno sui temi principali, corale.
Ho scritto che i commenti non vengono moderati e neanche a farlo apposta questo di Tiziana (ma non solo) è finito sotto moderazione perchè scambiato per spam (vai a capire quali sono le parole che fanno scattare la ‘censura’ di wordpress…).
Quoto per intero il commento 13
Ringrazio Alessandra e Cecilia per i chiarimenti, Tiziana per le informazioni e l’esortazione a non litigare di grande buon senso. Sono francamente offesa da certi atteggiamenti che mi definiscono addirittura contorta, riconducibili però ad una persona alla quale, per il momento, eviterò accuratamente di rispondere.
@Eleonora Gitto
Non mi è sfuggito nulla del tuo articolo che non ho letto frettolosamente. Il mio era un commento complessivo per cose anche pregresse.
L’offeso dovrebbe essere in primis il sottoscritto, allorchè si è definito “ridicolo” un certo modo di comportarsi. Evidentemente, specialmente quando si interviene per la prima volta, invece di dare giudizi così lapidari, e davvero poco eleganti, si dovrebbe provare a fare critiche semmai nel merito delle questioni. Cosa che, tra l’altro, non rilevo nemmeno negli interventi successivi.
Per chiarezza, riporto di nuovo il commento iniziale, così che si abbia piena contezza di come “realmente” è iniziato il problema.
“Ma non trovate un pò ridicolo farvi i complimenti fra di voi? Oppure lo fate per evitare che voci esterne alla redazione facciano commenti? A volte trovo anche cose interessanti su questo sito che ho scoperto perchè segnalato da altro sito, ma sono freancamente in imbarazzo con questo modo di gestire.”
Se questo è un buon modo di presentarsi…
Ricordo ai nostri lettori che questo spazio è finalizzato alla discussione collettiva sui temi che vengono via via proposti e non a battibecchi personali che interessano solo gli attori coinvolti.
Commenti pretestuosi, tesi solo a seminare zizzania o una catena di botta e risposta, non sono di interesse generale e questo spazio non li può ospitare per rispetto verso gli altri lettori.
Come moderatrice del sito, invito i lettori che vogliono rivolgersi ai redattori per commenti di carattere personale ad usare le caselle di posta di questi ultimi, ben visibili nei post che scrivono (cliccando sul loro nome) o nella pagina ‘Chi siamo’.
Altrimenti possono scrivere alla casella della redazione: redazione@cronachelaiche.it.
Da questo momento in poi quindi, per non annoiare gli altri lettori, cancellerò i commenti non inerenti all’argomento di discussione. Grazie per la collaborazione.
Sono veramente colpita che una legge sulla mutilazione genitale sia passata con la prima firma di uno di a. Ricordo che ci provò tanto un deputato dei Verdi, non ricordo il nome, ma che dovette desistere perchè a sinistra non si raaggiungeva un accordo. Arrivò perfino ad essere sentito un medico etiope di Firenze che proponeva di fare uscire una goccia di sangue per mantenere la tradizione. Quello che mi piacerebbe sapere peò è se la legge è applicata.
Al contrario di quanto scritto nell’articolo a me pare che una legge contro le orribili mutilazioni genitali sia stata fatta, e con appoggio bipartisan.
Infatti ricordavo bene: http://www.uaar.it/news/2005/12/23/infibulazione-diventata-reato-penale/
@forzalube
Questa è la legge
http://www.camera.it/parlam/leggi/06007l.htm
E questi i dati che raccontano di come e quanto essa (dal 2006) è applicata e funzioni:
“In Italia sono circa 40 mila le donne che hanno subito l’infibulazione. L’Italia è oggi la nazione europea che, per la particolare tipologia di flussi migratori, ha il più alto numero di donne infibulate”.
http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/118650_mutilazioni_dramma_per_unimmigrata_su_tre/
Questi risultati raccontano che una legge, se non supportata da strumenti, strutture e, soprattutto dalla ferma volontà di applicarla, a renderla fruibile ed efficace, da sola non basta. Non può bastare. Per questo mi convince poco l’idea di una legge anti-burqa. E’ davvero difficile per me capire come il solo divieto di portare il burqa possa ridare alla donna quella dignità, dovuta e naturale, a lei negata da secoli di barbarie maschili. Come se buttare all’ortiche il burqa l’affrancasse all’improvviso dalle violenze e dalle mortificazioni. Se così fosse, le donne occidentali non avrebbero mai dovuto temere nulla. Ma i fatti dicono che così non è, purtroppo. E’ come preoccuparsi di curare un brufolo su un corpo devastato dal cancro. Non sarebbe meglio adoperarsi in ogni modo per estirpare il cancro e scoprire che, una volta debellato, il brufolo scompare da solo? Non mi convince questo gran vociare che si fa sul burqa. Per quanto a molti può sembrare strano e paradossale, è mia convinzione che, ancora una volta, si sta pepetrando violenza sulla donna; ancora una volta è usata e strumentalizzata per meri (meschini) fini politici. E poi, per dirla tutta, ho anche un velato sospetto che dietro quest’improvvisa levata di scudi si nasconda un latente razzismo. “Mi infastidisce vedere nelle mie città persone che girano con una grata sul viso“, è stato detto. Quel “m’infastidisce” non parla di atto altruistico ma, se permettete, del suo esatto contrario. Se davvvero si pensasse al benessere della donna non si partirebbe da imposizioni, ma si metterebbe in piedi ben altro per cercare di portare avanti una vera rivoluzione culturare che alla fine della strada porti alla consapevolezza piena delle pari opportunità, del rispetto, del valore della dignità umana.
In ogni caso questa è solo la mia modesta opinione. non mi aspetto che tutti concordino, ci mancherebbe…In fondo, il mondo è bello perchè e vario, diceva un motivetto di qualche tempo fa…
Saluti
Il fatto è che il primo firmatario è Consolo ed è stata licenziata da Prestigiacomo, certo non due di sinistra.
Nel frattempo non hanno vigilato sull’applicazione della legge bypartisanamente
Interesserà sapere che in Francia è a favore del buka la Chiesa cattolica
Ci mancava solo che la sinistra non avesse votato la legge sulle mutilazioni. Rammarica che non se ne è fatta promotrice per le solite discussioni/divisioni che massacrano la sinistra su tutto
@Eleonora
Sono d’accordo con l’autismo, qual è il benalro da te indicato? Mi sembra che la Francia parli di diritti, cioè non concede la cittadinanza al signore marocchino perhè non rispetta la libera circolazione della moglie. Tu cosa hai in mente?
@e.t febbraio
Vorrei poterti rispondere se solo avessi capito. Potresti essere un pò più esplicito, per cortesia? Grazie
Eleonora
La discussione sul burqa, ed in generale sui simboli islamici, va inquadrato, secondo me, nella problematica sociale, economica e culturale che ha impedito l’integazione degli immigrati africani. Dopo la firma degli accordi di Evian con l’Algeria nel 1962, e la promessa di essere considerati a tutti gli effetti cittadini francesi, vi fu una grande migrazione,di algerini, marocchin e tunisini, perchè l’industria francese aveva bisogno di manodopera. È in questo periodo che le case popolari hanno raggiunto la loro massima espansione: grandi e freddi edifici, più o meno lontani dal centro, che immagazzinavano individui che portarono con sé le loro famiglie, prima della chiusura delle frontiere del 1974. Banlieue, nello slang parigino che inverte le sillabe, è “lieu du ban”, letteralmente, “luogo del confino”. Nelle periferie francesi difficili si ammassano disoccupati. In edifici dall’architettura carceraria, con i figli, anch’essi contagiati dalla disillusione. Disillusione che si cerca di superare nel solito modo, rifugiarsi nel conosciuto, in questo caso nella religione islamica. Nascono così le rivolte a Parigi nel 2005 che Sarkozy persegue con la politica della “tolleranza zero” nei confronti dei “rifiuti e delle canaglie”. E continua ancora oggi con queste provocazioni. Il divieto del burqa e del niqab, si pone, allargandola, nell’ottica della legge del 2004 che all’art. 1 dice “Nelle scuole, nei collegi e nei licei pubblici, i segni e gli abiti che manifestino ostensibilmente l’appartenenza religiosa degli alunni, sono vietati”. Siamo allo scontro di civiltà? Ma dietro lo scontro di civiltà ci sono sempre motivi economici, CHERCHEZ L’ARGENT. nonnoFranco