Critiche laiche
Stato e religioni, le Intese mancate
di Massimiliano Bardani, Civilità laica[14 nov 2009]
Il cosiddetto “ordine concordatario” si regge su due gambe: il Concordato con la Chiesa cattolica, come revisionato nel 1984, che trova copertura nell’articolo 7 della Costituzione, e le Intese con le altre confessioni religiose, previste dall’articolo 8 della Carta.
È evidente che la prima gamba è più lunga e forte della seconda, sicché la politica religiosa italiana non può che zoppicare vistosamente, ma talvolta quest’andamento claudicante diviene un vero e proprio saltellio su una gamba sola.
Fuori di metafora, in taluni frangenti la politica governativa nei confronti delle altre confessioni religiose, mai trattate alla pari della cattolica, diviene particolarmente discriminatoria.
Rientra in questa linea la “politica delle Intese” tenuta negli ultimi anni dai Governi italiani.
È sufficiente visitare il sito del Governo italiano per scoprire che vi sono sei Intese (o accordi di revisione di Intese) stipulate il 4 aprile 2007 e che non sono state ancora convertite in legge (Chiesa Apostolica in Italia, Unione Buddista Italiana, Unione Induista Italiana, Sacra Arcidiocesi d’Italia, Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi giorni, Congregazione dei Testimoni di Geova), mentre le trattative con l’Istituto Buddista italiano Sokka Gakkai si sono aperte il 18 aprile 2001 e non sono mai andate avanti.
Qualunque cosa si pensi dell’ordine concordatario – e vi assicuro che il sottoscritto ne pensa malissimo – esso è iscritto nell’ordine costituzionale e va rispettato.
In uno Stato senza Concordato, la mancanza di Intese non sarebbe dannosa per le altre confessioni religiose, ma in Italia, purtroppo, le Intese sono il solo strumento per garantirne l’eguaglianza nei loro rapporti con lo Stato.
Si consideri solo che in mancanza di un’Intesa i fedeli induisti o i Testimoni di Geova o gli ortodossi non possono decidere la devoluzione alle proprie istituzioni religiose dell’8 per mille dell’IRPEF, che così viene spartito fra gli altri soggetti.
Con ciò stesso è anche evidente chi remi contro la ratifica delle Intese o la stipula di nuove, tanto da spingere le varie confessioni di minoranza a costituire una Coalizione per le Intese Religiose, con il supporto dei Valdesi, per spingere gli organi politici a deliberare.
La cosa più grave è che questo avviene per inerzia governativa. Il Governo, infatti, non ha neanche presentato in Parlamento i disegni di legge per la ratifica degli accordi già firmati.
Se è vero che non può configurarsi per il Parlamento un obbligo giuridico a ratificare le Intese stipulate dal Governo, è invece sostenibile che esista per quest’ultimo un obbligo a sottoporre alle Camere gli accordi raggiunti e formalizzati, e non solo per garantire “l’eguale libertà” delle confessioni religiose, ma anche per consentire al Parlamento il sindacato sull’attività dell’Esecutivo.
La condotta del Governo lede quindi l’eguaglianza delle confessioni religiose e il rapporto di collaborazione con il Parlamento.
Che Bel Paese!








































Veramente un sistema ci sarebbe se non si entra dalla porta, si entra dalla finestra, fare un accordo ad esempio con i Valdesi e poi ripartire gli aumentati introti per destinazione dell’8×1000 tra altre religioni non riconosciute che lo votano, e se l’accordo è vantaggioso per i valdesi, avrebbe molte probabilità di riuscire.
E’ un’idea scandalosa ?