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No al crocifisso nelle aule, l’Italia si avvicina all’Europa

di Stefano Faraoni
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[3 nov 2009]
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Destinazione_Europa

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha appena detto no al crocifisso nelle aule scolastiche, su ricorso presentato da una cittadina italiana di origine finlandese, Soile Lautsi Albertin.

Tuttavia, diversamente da quello che fa la Ministra Gelmini, che solitamente dice di voler impugnare le sentenze ancor prima di leggerle, il nostro atteggiamento è meno ideologizzato e più prudente. Nel senso che attendiamo di leggere per intero le motivazioni della sentenza per dare un giudizio sereno, e semmai criticare o plaudire con maggiore cognizione di causa.

Comunque, da uno stralcio delle motivazioni si legge una cosa che non può lasciarci indifferenti, tanto semplice quanto efficace nella sua chiarezza:

«La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche – si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo – potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Tutto questo potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana».

Ora sta agli esegeti delle radici della tradizione del cristianesimo – che rivendicano la presenza di una tradizione e di una cultura forte e profonda – affilare le armi per controbattere. Ma il paradosso sta proprio qui (e abbiamo avuto occasione di scriverlo più volte). Nella storia italiana, la cultura e la tradizione cristiana sono presenti, indubbiamente, e in maniera tanto profonda che non c’è alcun bisogno di fare sfoggio iconografico di simboli, statuine, immagini, che ce lo ricordino sempre e in ogni dove, compresi i luoghi pubblici (che però sono frequentati e vissuti anche da non cristiani, da atei, da non credenti, da diversamente credenti, da affiliati ad altre religioni).

Così come, d’altro canto, la cultura cristiana è già presente abbondantemente in molte materie scolastiche (italiano, storia, filosofia, ecc.) e non c’è alcun bisogno di riproporla ulteriormente nell’ora di religione – che quindi non sarebbe  più un’operazione a carattere cognitivo ma di pura e semplice catechizzazione; così come, inoltre, per ricordare che la nostra storia è anche storia della cristianità, non serve a nulla mettere a forza i crocifissi nei tribunali e  nelle scuole. Sarebbe un’offesa, e comunque una mancanza di rispetto, nei confronti di chi la pensa diversamente. Orbene, visto che i nostri ambiti personali del vivere civile, e più in generale della socialità, non sono più ristretti angustamente in una Nazione o in uno Stato, è semplicemente antistorico e anticivile continuare a ragionare solo ed esclusivamente in termini identitari nazionali, non tenendo conto che l’Europa ormai è multiculturale e multietnica, e che i ragionamenti di libertà e di rispetto degli altri vanno in quelle direzioni.

Prova ne sia il fatto che la ricorrente, la signora Albertin, che ha il figlio nelle scuole italiane, è di origine finlandese. Per cui è un problema, quanto meno europeo, di uniformazione dei diritti in un ambito di libertà, di coerenza e di rispetto che ha incontrovertibilmente una valenza e una collocazione ultranazionale.

Se qualcuno mettesse al posto del crocifisso un Budda o una raffigurazione della Trimurti, scoppierebbe immediatamente uno scandalo; ma il benevolo provocatore potrebbe benissimo dire: “Questa è la mia tradizione alla quale sono profondamente legato, perché togliermela?”

Si può rispondere a questa persona che, siccome è in Italia, deve rispettare le nostre tradizioni? No che non si può: egli è tenuto semplicemente a rispettare le nostre leggi, non le nostre tradizioni e tanto meno le nostre religioni.

In questo senso, come sono soliti dire gli esperti di diritto, pur attendendo di leggere per intero la sentenza, potremmo dire che c’è un fumus boni iuris, una possibilità non indifferente che questa contenga buoni elementi di diritto, ancorché confutabili.

E comunque, in ogni caso, a noi sembra che l’arretratezza culturale italiana in materia faccia sentire ancora i suoi effetti.  Il principio deve essere che in uno Stato laico, nei luoghi pubblici, non ci deve essere ostensione coatta di simboli religiosi. Come è giusto invece che sia nei luoghi privati, nei domicili, nelle chiese, negli altri luoghi di culto, dove ognuno in base alle proprie convinzioni etiche o religiose ha il sacrosanto diritto di inserire ciò che vuole.

Al massimo, in uno Stato laico – come dovrebbe essere il nostro – a base e valenza costituzionale, si possono ostentare simboli che richiamino la Costituzione medesima e l’unità della nazione, come la foto del Capo dello Stato o la Bandiera Italiana. Ma sarebbe assolutamente inappropriato, anzi, sbagliato, inserire altri simboli che non siano quelli a “valenza costituzionale”.

Così come è erronea l’impostazione data dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che nel 2005 ha respinto un ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell’identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. E nel 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione.

Invece  è un torto storico attribuire al crocifisso la rappresentazione dell’identità del Paese.

In primo luogo perchè l’identità italiana è straordinariamente complessa nelle sue polivalenti articolazioni multiculturali e multietniche: essa è fatta di popolazioni, dominazioni, differenti estrazioni politico-culturali, ecc. (e comunque, ad uno Stato laico non deve interessare l’identità religiosa, bensì quella politica, i cui simboli sono proprio quelli che abbiamo appena descritto).

In secondo luogo non è affatto vero che il crocifisso sia simbolo unificante di valori di libertà, tolleranza ecc. :  proprio la storia ci ha insegnato che sul simbolo del crocifisso, nel suo nome, si sono consumati i peggiori eventi che la storia medesima ricordi ( le lotte altomedievali per il potere in nome della religione; tre secoli di Crociate; le infinite guerre di religione; le efferatezze di secoli d’inquisizione e le arsioni delle streghe; le guerre fra Guelfi e Ghibellini; le stragi degli Indios perpetrate dai Conquistadores, per l’appunto, in nome del crocifisso, simbolo della Chiesa Cattolica; e un’infinità di altre piccole e grandi atrocità che sarebbe troppo lungo elencare minuziosamente, ma che sono riportate in ogni buon manuale di storia. Non solo. Il crocifisso, e la fede cattolica che ne consegue, non sono affatto simboli di libertà.

Sia sotto il profilo teologico che più squisitamente filosofico, la fede cattolica non ha nulla a che vedere col concetto di libertà, che le è assolutamente estraneo. Per fare un esempio la religione buddista invece, in forte contrasto con quella cattolica e quella islamica, conosce e riconosce in maniera molto più profonda il concetto di libertà. E questo riferimento culturale estremamente pregnante, dovrebbe essere insegnato ai ragazzi, tutti, sia quelli che frequentano che quelli che non frequentano l’ora di religione imposta dal concordato. Ma questo non viene fatto perché, come sappiamo, si dà la preferenza netta al corredo valoriale cattolico, che, come abbiamo visto, in realtà è molto più limitato di quanto non venga fatto credere.

Insomma, a noi pare che ci sia ancora uno iato  profondo da colmare con le altre nazioni europee in termini di civiltà e di coscienza umanistica, un fossato d’incultura da riempire con palate di conoscenza e di etica del rispetto altrui, che sono i  fondamenti dei rapporti tra i popoli e tra le civiltà.

Forse l’Europa politica è ancora tutta da costruire, ma l’Europa dei valori, almeno in astratto, è anni luce avanti a noi, e le dimostrazioni sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno: basta guardare alle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

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3 commenti
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  1. - ”Una rissa da bar”. Cosi’ definisce la bagarre scoppiata dopo la sentenza sulla rimozione dei crocefissi dalle scuole Massimo Albertin, promotore con la moglie del ricorso alla Corte europea. “Pensavo che in uno stato di diritto le sentenze venissero rispettate – commenta stamattina Albertin – Sono meravigliato del fatto che le istituzioni abbiano cosi’ poco rispetto di altre istituzioni”.
    La notizia è riportata sul sito del Corriere della Sera.

    Caro Albertin, qui sei in Italia, uno Stato di diritto è un’altra cosa.

  2. Coloro che criticano la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, asseriscono che togliere il crocifisso dalle aule scolastiche significa cancellare o intaccare la nostra tradizione, la nostra identità storica, culturale e spirituale. A prescindere dal fatto che tra i cittadini italiani esistono anche (non pochi) atei e seguaci di religioni diverse dal cattolicesimo e che, quindi, l’aggettivo “nostro” è del tutto fuori luogo, è opportuno ben chiarire e fermamente obiettare che la legittimità o meno della presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche e, quindi, la esattezza o meno della sentenza anzidetta vanno esaminate e giudicate con riferimento alle leggi vigenti in Italia, non alle tradizioni ed al senso di identità della maggioranza degli italiani, atteso che la legge prevale su tali fattori. La presenza dei crocefissi viola palesemente i principi costituzionali (approvati proprio dalla maggioranza degli italiani) della laicità del nostro Paese e della libertà di religione di coloro che vi si trovano e quindi, in proposito, del tutto irrilevanti sono le tradizioni e l’identità storica, culturale e spirituale dei cattolici, indipendentemente dal numero degli stessi.

  3. Caro Emilio, sono perfettamente d’accordo. Tra l’altro, come ho scritto, la “nostra” storia è talmente articolata, complessa e pluridentitaria, che ricondurla “ad unum” è totalmente fuorviante. Per l’appunto, un torto storico.