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L’ora di religione, utilità e proposte alternative

di Stefania Achella, docente di filosofia
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[3 nov 2009]
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religione_scuolaQualche giorno fa uscendo dalla Biblioteca mi sono ritrovata in ascensore con una madre che, con un certo imbarazzo, spiegava alla figlia undicenne che aveva finalmente raggiunto un accordo con il dirigente scolastico: la piccola aveva adesso il diritto di restare a scuola con altri ragazzini durante l’ora di religione. Con tono rassicurante la “laica” mamma spiegava alla ragazzina che li avrebbero riuniti tutti in un’aula e ci sarebbe stato senz’altro qualcuno a vigilare. La figlia ascoltava paziente, vittima di una burocrazia che non riusciva a comprendere, sebbene sembrasse consapevole di cosa andava accadendo tra la mamma, la scuola e l’ora di religione.

Non ho resistito: «Signora! ho commentato – ma sa che a questi ragazzini spetta per legge la possibilità di una attività alternativa?». Ho letto sul suo volto rassegnazione, in realtà – mi ha poi spiegato – era riuscita ad ottenere che non le mettessero fuori scuola la figlia durante l’ora di religione, costringendola, com’è accaduto ad una mia collega, a recarsi a scuola nel cuore della mattinata per “sorvegliarla”. E, facendo spallucce, ha sussurrato: «Sa, siamo a Napoli!».

Esempi di ordinaria vessazione, dove l’esercizio di un diritto si traduce in un iter infinito di incontri e richieste e, alla fine, cedimenti. Qualsiasi pur lieve tentennamento delle istituzioni si riflette così, nella nostra città, in un circolo vizioso che conduce per lo più ad un unico risultato, questo sì, molto ecumenico: la scelta dell’ora di religione per quieto vivere.

Lasciando ora da parte il piano del vissuto, che comunque non credo sia secondario in questo dibattito, penso che la questione ci ponga dinanzi a due interrogativi.

In primo luogo: crediamo davvero necessario, nella formazione dei giovani, l’insegnamento della religione nelle scuole?

E poi, solo se dovessimo riconoscere a questa domanda una risposta affermativa, potremmo quindi passare alla seconda questione e cioè se sia corretto pensare che l’insegnamento debba essere prerogativa di una specifica confessione.

Credo che la nostra scuola, che per tradizione più di qualsiasi altro paese, ha fatto delle materie umanistiche il centro dell’iter formativo, non lasci certo scoperto il versante della cura dell’interiorità. La filosofia nei licei, ma anche l’ampio spazio lasciato alle materie letterarie negli istituti tecnici, segna senz’altro una dimensione educativa orientata alla formazione dell’uomo nella sua completezza.

Volendo perciò guardare oltre i compromessi storici, e quell’accordo fascista, che dopo la legge delle guarentigie, nel 1929, con i Patti lateranensi, rese obbligatorio l’insegnamento dell’ora di religione nelle nostre scuole, dovremmo cercare di analizzare il senso dell’insegnamento di religione. E allora ci troveremmo dinanzi a un bivio: o l’insegnamento della religione nelle scuole ha uno scopo preciso, e cioè quello di convertire e consolidare il cattolicesimo in Italia, oppure, e sarebbe questo il caso dell’introduzione dello studio delle diverse religioni, tale insegnamento sarebbe destinato a promuovere la spiritualità e i valori della solidarietà.

In quest’ultimo caso credo che la diffusione delle discipline filosofiche in tutte le scuole potrebbe tranquillamente assolvere alla stessa funzione. Tertium non datur.

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