Cultura

La vita e la morte, le contraddizioni della religione

di Stefano Faraoni [8 nov 2009]

12 Tempo fa ascoltai alla radio uno stralcio d’intervista ad Indro Montanelli che parlava, in ordine alle problematiche di fine vita, di un diritto allo morte come corrispettivo-contraltare di un diritto alla vita. Per un liberale come lui, e per uno controcorrente come lui, la cosa non era affatto strana; anzi, con la solita lucidità, motivava questa sua posizione, che era evidentemente anche una preoccupazione visto che si stava avvicinando anche per lui l’ultima fase della vita. Eppure in quella sua affermazione, di grande coraggio e chiarezza intellettuale, c’era qualcosa che non andava, qualcosa che, a naso, non mi tornava e che meritava un ulteriore approfondimento. E proprio approfondendo , feci grosso modo i ragionamenti che seguono.

Fermo restando che il principio di libertà di decidere della propria persona è un diritto insopprimibile che trova fondamento non solo nel diritto positivo, ma anche nello ius naturale, in realtà l’esistenza di un corrispettivo diritto alla vita, a mio avviso, non trova fondamento né logico né giuridico.

Per poter esercitare un diritto la condicio sine qua non, la prima di tutte le condizioni, è quella di esistere, cioè di essere riconosciuti appartenenti alla categoria degli esseri umani (indipendentemente anche dall’esatta attribuzione-frutto di innumerevoli polemiche- del momento in cui ci si considera nati). Se non si esiste non si può esercitare nessun diritto per la semplice ragione che non si è, e quindi non si può esprimere nessun tipo di volontà. Perciò non c’è un diritto soggettivo ad esistere, esiste semmai un diritto a procreare, ma che viene ovviamente esercitato da “persona altra”(ed esistente) che non è il nato o il nascituro. Quindi indipendentemente dalla sua volontà. Ed esiste un diritto, una volta nati, a vivere bene, ed a scegliere, alla fine, se questa vita, specialmente in condizioni esistenziali divenute estreme o assolutamente insopportabili, sia ancora degna di essere vissuta.

Quindi, quando si nasce, non c’è nessun atto di disposizione del proprio corpo e della propria persona (questa scelta appartiene ad altri), ma quando si vive e se si sceglie di morire, si esercitano diritti, intorno ai quali sovente vengono edificati modalità di esercizio, forme e vari gradi di tutela, raccolti in norme di diritto positivo.

Ora, una certa sciatteria politica e concettuale ormai dominante, fatta di semplificazioni e proclami ad effetto, avrebbe gioco facile ad uscirsene sciorinando la “cultura della morte” o “ragionamenti da scientisti” e quant’altro. Ogni qualvolta la logica tenta di infrangere dei tabù, specialmente quelli legati ad incrostazioni frutto della dogmatica religiosa, si hanno delle reazioni scomposte, sovente del tutto disancorate dalla realtà delle cose. In questo caso, paradossalmente, ma a mio avviso realisticamente, esiste un diritto alla morte, e non esiste un diritto alla vita.

Cioè l’opposto di quello che ci insegna la religione cattolica: che esiste un diritto alla vita, e non un diritto alla morte.

Ma nel frattempo, in mezzo a questi due estremi lembi dell’esistenza, prima dei quali e dopo i quali non si sa bene cosa succede e cosa è successo (ma non è nemmeno detto che non si saprà), si consumano tanti, infiniti, piccoli atti quotidiani che si contrappongono a quelli dettati dall’odio. E’ nella quotidianità che sta veramente il miracolo della vita, è nella quotidianità che si misura la bellezza delle nostre azioni o la negazione della bellezza stessa: nella libertà di conoscere e di riconoscere in noi stessi e negli altri la libertà.

Ogni altra costrizione e vacua promessa ultramondana restringe il nostro ruolo e le nostre potenzialità. Chi vive con questo senso profondo dell’autosufficienza umana (che non è né arroganza né presunzione) impara a rispettare gli altri, e soprattutto impara a disegnare con tratti sempre più marcati il significato più profondo della libertà, che assomiglia in maniera così straordinaria al concetto immisurabile di amore.

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2 commenti
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  1. Il diritto, sacrosanto ed inscindibile, è quello della persona cosciente di disporre di sĂ© stessa, finanche della propria morte. E’ questo che andrebbe tutelato, in uno stato di diritto propriamente detto.

  2. In uno Stato di diritto, questo è uno Stato al rovescio.