Diritto
Cronache da Vaticalia: il ‘caso Coppoli’
di Claudio Tanari [2 nov 2009]
I nostri lettori ricorderanno il caso del professor Franco Coppoli, docente di Italiano e Storia presso l’istituto professionale “Casagrande” di Terni: “colpevole” di staccare il crocifisso dal muro – autunno 2008 – durante le sue lezioni, venne sospeso dall’insegnamento per un mese dal direttore dell’Ufficio scolastico regionale dell’Umbria, Nicola Rossi.
Anche l’audizione del professore presso il Consiglio nazionale della pubblica istruzione aveva confermato la sanzione, inflitta – vale forse la pena di ricordare – nemmeno in casi di condanna di operatori della scuola per violenza sessuale…
Lo scorso luglio il Tribunale del lavoro di Perugia respingeva il ricorso di Coppoli che chiedeva fosse riconosciuta la condotta discriminatoria del dirigente scolastico del “Casagrande”.
Il 5 ottobre scorso un’Ordinanza del Tribunale di Terni riapre però la questione, essendo “venute meno” le ragioni della precedente riserva dello stesso Tribunale sul ricorso. Che quindi potrà essere ripresentato.
Due lezioni dalla vicenda.
La prima. L’estrema cautela (per usare un eufemismo) con cui la magistratura ha trattato quello che in tutta evidenza è apparso da subito come un attacco alla laicità dei luoghi pubblici tout court: il professor Coppoli rivendicava infatti la libertà di non fare lezione sotto il simbolo di una confessione religiosa, invocando la libertà di insegnamento, la libertà religiosa e la laicità dello Stato e della scuola pubblica previste dalla Costituzione.
Oggi il Tribunale di Terni esprime forti perplessitĂ – pur nel linguaggio involuto di un’ordinanza, ripetiamo, molto prudente – a proposito dell’ “esistenza di un dovere generalizzato (di esporre il crocifisso nelle aule, ndr) da parte delle istituzioni scolastiche [...] quantomeno in considerazione della necessitĂ di compatibilizzare un’eventuale direttiva in tal senso con il principio di laicitĂ dello Stato e con la garanzia pure costituzionalmente presidiata, di libertĂ di coscienza e di religione”.
L’esposizione del crocifisso, esplicitamente sancita da disposizioni emanate in piena era fascista tra il 1924 e il 1928, ha in effetti conservato una base giuridica che le successive novità legislative non hanno scalfito, nonostante la Costituzione del 1948 stabilisca l’eguaglianza delle religioni di fronte alla legge e nonostante diverse sentenze della Corte Costituzionale abbiano riaffermato la laicità dello Stato e la supremazia dei principi costituzionali su altre norme e leggi. Nelle scuole la presenza del simbolo religioso viene motivata, tra l’altro, con l’assurda tesi che il crocifisso (e solo esso!) sia parte del patrimonio storico-culturale italiano.
La seconda. Il ruolo degli studenti del “Casagrande”: al tempo dei fatti in questione, riuniti in un’assemblea dedicata all’argomento, i ragazzi si erano dichiarati a favore del mantenimento del crocifisso durante tutte le ore di lezione, comprese quelle del professor Coppoli. Nella III A persino i ragazzi stranieri e non cattolici dichiararono che il simbolo cristiano “fa parte della tradizione e della cultura italiana [...] fondamento di valori come il rispetto reciproco, la dignitĂ della persona, la tolleranza, che sono propri di ogni stato libero e democratico“…
Come ha scritto nel febbraio scorso Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas della scuola, “d’ora in poi, se la maggioranza degli studenti lo volesse, gli insegnanti dovrebbero fare lezione alla presenza di statue del Buddha o della Trimurti e magari di foto di Berlusconi o di Gemini”.
Figli del pensiero unico, sono la testimonianza di quanto lavoro ci sia da fare nel campo dell’educazione e della diffusione della laicità come metodo e approccio al tema della libertà di espressione.
La Francia, dove l’articolo 28 della Costituzione vieta l’esposizione di simboli o emblemi religiosi su monumenti e in spazi pubblici, e la Spagna della sentenza di Valladolid (2008), del medesimo tenore, appaiono inesorabilmente lontane.

Mi pare che ci sia poca speranza di un ravvedimento da parte delle cosiddette istituzioni dello Stato se un tribunale scrive come ha scritto quello di Terni, dove l’ignoranza pura e semplice è ben simboleggiata da quel “compatibilizzare” come meglio non si potrebbe.
Un ravvedimento da parte delle nostre istituzioni è altamente improbabile, ha ragione Manlio, ma ancora una volta l’Europa (per fortuna) ci viene in aiuto!
http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_03/crocifisso-aule-scolastiche-sentenza-corte-europea-diritti-uomo_e42aa63a-c862-11de-b35b-00144f02aabc.shtml