Diritti&Rovesci Discriminazioni
Ru486 e la politica del peccato
di Cecilia Maria Calamani[21 ott 2009]
Entro un mese sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il via libera dell’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, all’uso ospedaliero della Ru486, altrimenti detta pillola abortiva. Un traguardo certamente importante per l’Italia – ricordiamo che la Francia lo ha raggiunto ben 21 anni fa – ma non ancora un successo. I protocolli da adottare per il ricovero, infatti, sono di competenza delle Regioni e presumibimente cambieranno a seconda dell’orientamento politico di queste ultime.
Le scelte e la salute delle donne passano quindi attraverso il ‘colore’ delle giunte regionali e ciò aggiunge dell’assurdo a una vicenda che dallo scorso luglio ha scatenato le più feroci polemiche politiche sull’”omicidio facile”.
La difficoltà, tutta psicologica, di una scelta drammatica come quella di abortire viene brutalmente tradotta, da certa parte politica interessata più al voto cattolico che alle evidenze scientifiche, nel grado di difficoltà della sua applicazione pratica.
La delibera dell’Aifa in questo momento accontenta tutti: chi si è schierato per l’adozione (tardiva) dell’aborto farmacologico e chi l’ha sempre combattuta in base a una fede religiosa spesso inscindibile, nel nostro Paese, dalla convenienza politica.
A definire ‘una foglia di fico’ il ricovero ospedaliero è proprio il Sir, il Servizio di Informazione religioso, che a firma di Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di bieoetica e presidente dell’Unione italiana giurisiti cattolici, afferma: “È ovvio che l’ospedale non è un carcere: se la donna chiede di essere dimessa, nessuno la può fermare”.
Ovvio, infatti. La forzatura del ricovero coatto serve solo ad accontentare quella parte politica che, non potendo mettere mano alla legge 194 sull’aborto, tenta almeno di appesantire le conseguenze sulle donne della scelta farmacologica, meno dolorosa e più semplice. Il tutto per compiacere l’alleato d’oltretevere in cambio di una comoda ‘perdonanza’.
Continua D’Agostino: “Ferma restando la gravità e l’illiceità di ogni forma di aborto, questo sarebbe un modo molto subdolo di aggirare la legge 194, e per di più scaricato interamente sulla donna”. Siamo quindi al paradosso di incolpare chi tenterebbe di aggirare una legge che si definisce in partenza illecita.
Ad essere ‘scaricata interamente sulla donna’, a nostro avviso, è proprio la concezione di chi non mette al primo posto la sua salute psico-fisica ma solo la valutazione etica – del tutto personale – della sua scelta. Il dolore è la forma di espiazione a cui la nostra cultura cristiano-cattolica ci ha da sempre abituati; a ogni peccato deve corrispondere una sofferenza fisica commensurata alla sua gravità.
Il dolore dell’aborto – o almeno tutto il disagio possibile – è il prezzo che le donne italiane dovrebbero pagare per la loro libertà a un Governo che fonda sull’alleanza politica con il Vaticano la sua stessa sussistenza.
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C’è una lotta fatta di piccole e grandi resistenze contro l’ineluttabile, contro l’evidenza dei fatti. Ma alla fine credo che la ragione abbia la prevalenza sul terrorismo psicologico. Il problema però, come al solito, è quello di una corretta informazione ed educazione. Si deve comunque essere perfettamente coscienti che prendere questa pillola non è come prendere un’aspirina. Il discorso è valido soprattutto per le più giovani.
La corretta educazione infatti dovrebbe partire già in età scolare. Non dimentichiamo che siamo in un Paese in cui la proposta di installare distributori di profilattici nelle scuole superiori provoca ancora sdegno!
Il protocollo informativo pre-aborto rimane quello stabilito dalla legge 194, difficile quindi pensare che la pillola abortiva verrà utilizzata come un’aspirina.
Le statistiche francesci ci dicono che dopo l’introduzione dell’aborto farmacologico il numero di aborti annuali non è aumentato, e ciò dovrebbe rassicurare anche i più cauti.
Il problema, secondo me, non è la pillola abortiva, ma la totale mancanza di educazione alla prevenzione di gravidanze indesiderate. A ciò di aggiunge anche la difficoltà, accertata per gli adolescenti, di accedere alla pillola del giorno dopo. Non è un caso che in Spagna, per abbassare il numero di aborti tra le giovanissime, la pillola del giorno dopo è acquistabile in farmacia senza ricetta medica a partire dai 16 anni di età. Ovvio che da noi, in mancanza di una educazione programmatica sulla sessualità consapevole, l’aborto possa essere interpretato come contraccezione di emergenza piuttosto che come extrema ratio.
Come farmacista non posso non concordare sul fatto che la RU 486 vada presa sotto stretto controllo medico e l’ ambiente ospedaliero sia il più adatto in caso di complicanze. Ma sui motivi per cui è stata adottata questa scelta, che dovrebbe essere europea e non solo di alcuni Paesi, probabilmente avete ragione. Non posso, infatti, ignorare quanti trattamenti farmacologici e/o terapeutici ad elevato rischio vengono somministrati ai pazienti senza alcuno stretto controllo medico. Per non parlare della fretta con la quale le attuali politiche dei DRG (Diagnosis Related Groups) rimandano a casa la maggior parte dei pazienti dopo interventi chirurgici più rischiosi di una interruzione di gravidanza, sia essa chirurgica o farmacologica. Anche questo decreto si scontrerà con la politica del taglio dei costi e rimarrà una delle tante leggi fantasma.
Caro Aldo, so che sei cattolico e questo tuo commento ti fa onore. Se tutti i cattolici capissero la differenza tra principi scientifici (universali allo stato attuale delle nostre conoscenze) e leggi etiche (personali, quindi non trasferibili sulle leggi di uno Stato laico), non staremmo qui a lamentare la commistione tra legge e religione.
Vorrei attirare l’ attenzione su un particolare prima citato: la mancanza di educazione sessuale che, nel nostro paese… blah blah blah; Tutto giusto, tutto vero, ma stiamo così trattando i giovani da mentecatti, senza uno straccio di interesse al nuovo, senza la capacità e senza il gusto di fare una scoperta, ancorchè minima, più capaci di sprecare centinaia di euro per le discoteche che spenderne molti di meno per visita ginecologica & analisi del sangue $ pillola pincus. Dei veri mentecatti capaci solo di obbedire o disobbidire a ciò che scuola/papà/compagni gli dicono: dei burattini pronti per il grande fratello/amici, che conosceranno la realtà solo attraverso Novella 2000 od il Corriere dello sport, a seconda del sesso. Il guaio è che, nelle grandi masse, è esattamente così. Ma, allora, che ti vuoi educare ?
Alessio, non ho capito il tuo messaggio. Da una parte dici che non bisogna trattare i giovani come menteccati incapaci di formarsi da soli su certi temi, dall’altra – alla fine – dici che in fondo lo sono.
Sulle ‘grandi masse’ la penso come te, ma è proprio per questo che andrebbero educate ‘prima’ di formarsi su Novella2000 o sul Corriere dello sport.
L’educazione sessuale non dovrebbe certo iniziare negli ultimi due anni di scuola superiore, ma già dalle elementari. A seconda della fascia di età si potrebbero affrontare diversi temi per spiegarli scientificamente e sradicare dalla mente dei ragazzi quel ‘mito’ cui sono sovente soggetti. ‘Mito’ che poi porta a un modo distorto di affrontare la sessualità e la prevenzione, naturalmente a seconda dell’ambiente di provenienza.