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La Gelmini non lo sa, ma l’ora di religione non serve

di Stefano Faraoni
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[23 ago 2009]
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Monsignor Coletti ha definito la sentenza del Tar Lazio sugli insegnanti di religione particolarmente pretestuosa e ha riaffermato che l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della conoscenza della cultura italiana, e in questo senso va inteso nel sistema scolastico italiano, non come percorso confessionale individuale. “Non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali: ma di una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane“.

In realtà le cose non stanno così. La componente importante della conoscenza della cultura italiana chiamata cultura cattolica, è già ricompresa ad abundantiam, e correttamente, negli altri insegnamenti obbligatori nella scuola italiana. La letteratura è gonfia di riferimenti cristiani e ne è profondamente intrisa (gli esempi sono così tanti che pare quasi inutile soffermarsi). Non esiste nessuna storia della letteratura che non parli in maniera estesa e approfondita di Dante, Sant’Agostino, Manzoni.
La storia del nostro paese è anche storia della religione, di santi, di papi, di monasteri, di guerre di religione. Nessun manuale di storia si sognerebbe mai di boicottare i costanti riferimenti alla religione, dalla nascita del cristianesimo, al fenomeno del monachesimo, alle conversioni degli imperatori, alle crociate, alle guerre fra Guelfi e Ghibellini, fino all’Unità d’Italia e al fenomeno del Concordato.

E’ per questo che l’insegnamento di una materia come “Religione” non ha alcun senso. Ed ha ancor minor senso, se si pretende che possa incidere sulla valutazione o sulla formazione dei nostri ragazzi. Perché il fenomeno culturale della religione, nel bene e nel male, esiste, è già presente, incide e scava in profondità sia nelle scelte di carattere privato di ognuno di noi, sia, purtroppo, nelle scelte di carattere pubblico dello Stato.

Se ad un ragazzo viene fatta studiare bene la storia o la storia della letteratura, il ragazzo stesso sarà correttamente e compiutamente formato con la conoscenza delle nostre tradizioni e della nostra cultura.
Ma se, oltre a questo dato inconfutabile, si intende inserire un’altra materia che parla di “religione”, intendendo con questo la religione cattolica – e  non anche le altre – è evidente che ci si sposta dalla dimensione dell’insegnamento ad una di carattere più “privato”, che attrae verso un’orbita non più solo didattica, di conoscenza, ma verso un’orbita molto più intima, di scelta, di convinzioni o presunte tali, di rapporto con dio, di pratica di un’etica derivata dalla convinzione che dio esiste, è che è uno solo e non può essere altri se non quello della religione cattolica.

Altrimenti si insegnerebbe “Religioni” o “Storia delle religioni”. Ecco che allora si va ad incidere in maniera impropria e non corretta su altro, sulla coscienza, sulle scelte individuali, sulle convinzioni più libere e profonde di una persona. Si va ad intaccare quel principio fondante dello Stato che si regge sulla “non distinzione in base al credo religioso” così come formulato nell’articolo 3 della Carta Costituzionale. La nostra Carta tratta i valori (quelli irrinunciabili e fondanti – come alcuni obblighi, doveri e diritti) come aventi carattere pubblico e oggettivo, ai quali tutti, volenti o nolenti, dobbiamo attenerci (uguaglianza, difesa della patria, lavoro, casa, diritto alla difesa in giudizio ecc.); tratta invece la questione “religione” nella sua dimensione privata e soggettiva, cioè come una libera scelta di carattere personale.

L’attrazione verso la sfera pubblica della dimensione religiosa è un fatto contrario allo spirito della Costituzione, proprio perché nel preciso momento in cui le orbite dei due pianeti (Stato e Chiesa cattolica) avessero la medesima traiettoria pubblica, necessariamente i corpi verrebbero a collidere. Questo i nostri padri costituenti, pur essendo in  maggioranza cattolici, lo sapevano bene.
Quindi la nostra cultura, impregnata di conoscenze umanistiche di derivazione religiosa, è salva. Intatta. Non anche la nostra Costituzione, quando, interpretandola in maniera non corretta, rischia di ricevere un vulnus grave da forzature che con la cultura stessa non hanno nulla a che vedere.
Tutto il resto è pretesto, preconcetto ideologico, dogmatismo religioso e acritico.

Quando la ministra Gelmini dice che impugnerà la sentenza del Tar Lazio al Consiglio Stato ancor prima di leggere e studiare le motivazioni della sentenza (che non sono uscite) dà un esempio formidabilmente negativo – lei, ministro dell’istruzione – a ogni studente. Dà l’esempio dell’apriori, del pregiudizio ideologico; l’opposto di quello che diceva Einaudi: conoscere per decidere, per deliberare. Un ministro col senso dello Stato, in questi casi può dire solo una cosa: aspettiamo le motivazioni della sentenza e poi decideremo se impugnarla. Niente di tutto questo; è proprio quando le pressioni si fanno forti, incalzanti che ci si dimostra o meno uomini/donne di Stato.

La prima impressione per noi è che Il Tar Lazio in realtà abbia fatto semplicemente il proprio mestiere: ha applicato la Costituzione per quello che è e non per quello che si vorrebbe fosse. Ha applicato il principio di non discriminazione anche nell’insegnamento, con tutto quello che ne consegue. Chiamato a decidere, avrà la forza anche il Consiglio di Stato di pronunciarsi esclusivamente su parametri di derivazione valoriale-costituzionale (che sono gli unici in gioco) e non anche in base a valutazioni di opportunità politica?

La posta in gioco è altissima, talmente alta che è l’altro principio sacro della Costituzione che potrebbe essere intaccato: quello dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura. Ai più alti livelli. Facciamoci gli auguri.

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